CULTURA

Tartini e Bach: geni opposti e paralleli

Considerato un genio musicale nel suo tempo, oggi di Giuseppe Tartini viene ricordato soprattutto il celeberrimo Trillo del diavolo. Ma la grandezza del musicista nativo di Pirano (oggi in Slovenia) – che però rimase legato per la maggior parte della sua vita a Padova, dove è sepolto – va molto oltre: oltre ad essere uno dei grandi virtuosi del suo tempo e apprezzatissimo maestro, fu anche compositore e teorico. Per ricordarlo nell’ambito delle celebrazioni tartiniane di quest’anno il 26 febbraio, nel 250° anniversario della sua morte, vengono organizzati un concerto e una conferenza (gli eventi sono stati annullati in ottemperanza all'ordinanza della Regione Veneto per le infezioni da Coronavirus, Ndr) dal titolo Tartini e Bach, in cui Pierpaolo Polzonetti, professore di musica alla University of California - Davis, dialogherà con Paola Dessì, docente di musicologia e storia della musica presso l'università di Padova. A Sergio Durante, che sempre a Padova insegna musicologia e che al musicista italiano ha dedicato anche un libro (Tartini, Padova, l'Europa, Sillabe 2018), chiediamo la ragione di questo accostamento.

Professore, innanzitutto cosa c'entra Tartini con Bach?

“È una domanda legittima che tradisce una naturale difficoltà a collegare questi due giganti della storia musicale, personalità di proporzione e direi meglio ‘intenzione’ molto diversa. Il tema è nuovo in quanto i due compositori sembrano distanti, benché quasi coetanei. Bach è più vecchio di sette anni, ma appartengono alla stessa generazione, anche se poi Tartini gli sopravvive di un ventennio. E qui appunto sta l’interesse: comparare due culture e due modi di pensare il suono che pur appartenendo allo stesso tempo e, vorrei sottolineare, anche alla stessa matrice culturale illuminista, muovono in direzioni diverse”.

Bach e Tartini illuministi?! Non sono due compositori barocchi?

“Per capirci qualcosa bisogna in primo luogo sbarazzarsi di questa etichetta ormai insostenibile. Il termine barocco, che per consolidata abitudine connota impropriamente gli strumenti ‘antichi’, si applica a tutto ciò che accade in musica fino a oltre la metà del secolo. In realtà sia Bach che Tartini partecipano di una cultura nuova, che intende essere moderna ed è quella del secolo ‘illuminato’. Solo, ci si deve rendere conto che una stessa aspirazione verso la Ragione di fatto fu declinata in mille modi diversi e contraddittori nell’Europa pre-rivoluzionaria (che non poteva certo immaginare la Grande Rivoluzione)”.

Che veste assume in Bach e Tartini questa nuova sensibilità?

“La Ragione viene interpretata da entrambi come ordinamento dei processi di trasmissione del sapere: Bach compone la Clavierübung, Tartini l’Arte dell’arco; entrambi sono virtuosi del loro strumento e formano un gran numero di allievi. Ma sul piano stilistico e teorico-musicale le loro strade si dividono. Bach sostiene le ragioni della composizione densa, contrappuntistica e però coniugata con un’esigenza di adeguamento al gusto moderno; Tartini punta su due elementi: l’intonazione naturale, perfetta (e impossibile sugli strumenti a tastiera), il primato della melodia e dell’ornamentazione espressiva all’improvviso. Tartini non avrebbe mai potuto accettare il sistema di temperamento dell’intonazione, che aprì la strada della modulazione in ogni tonalità, ma al tempo stesso la rende leggermente ‘stonata’. Due concetti di ‘natura’ opposti”.

Qual è stata l'importanza di Tartini, per gli autori coevi e quelli successivi?

“Anche in questo caso destini diversi: Tartini è celebrato come primo violino d’Europa e maggior compositore del suo tempo, Bach gode di una grande stima come virtuoso ma la sua musica non è abbastanza alla moda: ne faranno tesoro piuttosto le generazioni successive. A Tartini è destinata una continuità soprattutto nell’ambito della didattica violinistica, assai meno in ambito compositivo perché la sua ‘naturalità’ contrasta con gli sviluppi del linguaggio armonico nel senso della modulazione circolare. Un inattuale (Bach) destinato a un futuro, un attuale (Tartini) che gli sviluppi della lingua musicale lasceranno a margine. Ma di Tartini non dobbiamo trascurare l’eredità teorica e la scoperta dei suoni di combinazione, che avrà conseguenze fino al presente nello studio dei fenomeni vibrazionali: per esempio nell’ambito delle telecomunicazioni, studiate qui a Padova da Carlo Giacomo Someda”.

Qual è il rapporto di Tartini con Padova e con l’Europa?

Padova fu la sua ‘seconda patria’ come scrive il Fanzago: era la sede dell’antica università della Repubblica e offriva un ambiente colto e meno insidioso della vicina Venezia, con la quale mantenne comunque una frequenza per tutta la vita. I rapporti con gli intellettuali del tempo lasciano molti spazi di approfondimento che potranno lumeggiare l’esistenza di due città nella città: quella tradizionalista e cattolica, alla quale appartiene Tartini, e quella ‘materialista’ dei liberi pensatori che a Tartini fecero senza successo la corte. Questo non vuol dire che Tartini non appartenesse a suo modo alla temperie illuminista, solo la interpretava da neoplatonico. I rapporti con l’Europa vi furono in due direzioni: da un lato attraverso il ‘turismo musicale e religioso’ che come accade oggi portava a Padova pellegrini da tutto il continente, interessati alle devozioni a Sant’Antonio non meno che all’ascolto del leggendario Tartini. Da un’altra parte fu Tartini stesso a cercare l’Europa per l’approvazione non solo della sua musica, come era scontato, ma anche delle sue teorie: dall’Accademia delle scienze di Parigi all’Accademia Reale di Londra. Con poco successo, va detto, sia per la difficoltà del suo linguaggio che per la fallacia della sua interpretazione generale del fenomeno sonoro, che come lui stesso dichiara comportava l’ambizione smisurata di risalire dalla fisica alla metafisica”.

Qual è la sua eredità, da un punto di vista culturale e musicale? Cosa dobbiamo a Tartini nella musica successiva?

“In un certo senso potremmo dire che, così come l’eredità bachiana fu raccolta a distanza di due generazioni, così l’eredità tartiniana sembra trovare maggiore attenzione da parte di una generazione odierna di formidabili esecutori, che ritrovano i ‘modi’ dell’estetica tartiniana attraverso l’uso di strumenti ad arco montati all’antica, con le corde originali in budello. Ma non è solo una questione di strumenti: è il ritrovare il senso profondo di una musicalità che solo nella finezza dell’esecuzione prende il volo verso il sublime. Potrei fare i nomi di Federico Guglielmo, Enrico Gatti, ma anche dei più giovani Marie Rouquié, David Plantier, Sigurd Imsen, Amandine Beyer: tutti interpreti che si ascolteranno a Padova quest’anno. E questo senza nulla togliere ai grandi interpreti del Novecento, come gli Ughi e gli Accardo, che si riferivano a un approccio strumentale di magnifica impronta romantica”.

Qual è il modo migliore per ricordarlo oggi? 

“Più che ricordarlo, direi conoscerlo ed ascoltarlo, comprendendo che non abbiamo a che fare con un minore ma con una figura di prima grandezza. Lo dico soprattutto ai padovani, che hanno in carico una responsabilità storica particolare. Solo pochi fra loro, come Giovanni Guglielmo, Claudio Scimone e Pierluigi Petrobelli, hanno capito con chi avevano a che fare; ma lo ha capito la civitas? Non credo ancora, ma confido che il 2020 rappresenti un momento di svolta”.

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