SCIENZA E RICERCA

Tutti pazzi per il latte. Come abbiamo superato una millenaria intolleranza alimentare

L’intolleranza al lattosio non era un grosso problema per gli europei del passato. I risultati di un recente studio suggeriscono che i nostri più antichi antenati abbiano consumato latticini per migliaia di anni, nonostante la stragrande maggioranza di loro fosse priva di quell’enzima che consente agli esseri umani di digerire il latte anche in età adulta. Questo enzima, chiamato lattasi, serve a scindere e assimilare lo zucchero presente nel latte materno durante il primissimo periodo di vita e non viene più prodotto dai mammiferi non umani dopo lo svezzamento.

Gli esseri umani, invece, continuano a bere il latte e i suoi derivati anche in età adulta. La capacità di continuare a produrre lattasi anche dopo lo svezzamento è codificata nel nostro DNA ed è legata, in particolare, a una mutazione genetica che iniziò a essere diffusa “solo” 4000 anni fa. Eppure, le fonti archeologiche dimostrano che il consumo di latte in età adulta sia iniziato almeno tre millenni prima, con la comparsa delle prime pratiche di domesticazione degli animali da latte.

Questi nuovi risultati contraddicono alcune teorie precedenti secondo le quali le popolazioni antiche svilupparono piuttosto velocemente la mutazione genetica che consentiva loro di produrre lattasi e digerire i latticini senza spiacevoli complicazioni di tipo gastrointestinale. Le cose sembrano invece essere andate diversamente: i risultati di questo imponente lavoro che ha coinvolto più di 100 esperti di genetica, archeologia ed epidemiologia provenienti da più di 70 atenei e istituti di ricerca suggeriscono che la tolleranza al lattosio non sia diventata un tratto comune contestualmente all’addomesticamento dei primi animali da latte, bensì attorno al 2000 a.C., quasi tre millenni dopo il primo ritrovamento del gene della lattasi nei resti di un individuo adulto (vissuto attorno al 4600 a. C). Insomma, per circa 2600 anni, la quasi totalità degli esseri umani antichi potrebbe aver sofferto di gonfiore allo stomaco, crampi e disordini intestinali legati al consumo di latte.

Gli autori dello studio hanno analizzato circa 7000 tracce di grasso animale ancora conservate su ciotole, vasi e contenitori in ceramica provenienti da oltre 550 siti archeologici (le più antiche provengono dalla penisola anatolica, probabilmente una delle prime aree del continente in cui gli esseri umani iniziarono ad allevare animali da latte). Grazie all’analisi dei residui di grasso su questi antichi manufatti, i ricercatori hanno ricostruito la storia del consumo del latte nelle diverse regioni europee per un arco di tempo compreso tra i 9000 e i 2000 anni fa.

Gli autori hanno poi confrontato questi dati con quelli tratti dal sequenziamento del DNA antico conservato in più di 1700 resti ossei rinvenuti in area europea. Le analisi genomiche hanno mostrato che la mutazione legata alla produzione di lattasi rimase estremamente rara all’interno della popolazione europea per circa 2600 anni.

Come mai, allora, abbiamo bevuto latte per millenni nonostante fossimo intolleranti? E cosa è successo 4000 anni fa che ha finalmente reso la mutazione della lattasi comune tra gli esseri umani? Lo studio fornisce delle possibili risposte anche a queste due domande.

Gli autori ipotizzano che i problemi gastrointestinali lievi come i crampi o il gonfiore non fossero poi così invalidanti da dissuadere i nostri antenati dal bere il latte, almeno fino a un certo momento. Avendo considerato anche i dati archeologici relativi alle oscillazioni demografiche nel corso del tempo, gli autori hanno constatato che i momenti in cui aumentò la diffusione della mutazione della lattasi corrispondono con i periodi di carestia ed epidemie dell’età del bronzo, durante i quali la popolazione diminuì sensibilmente. Hanno quindi ipotizzato che in questi tempi difficili in cui gli abitanti del continente erano in generale più cagionevoli di salute, quelli intolleranti al lattosio fossero ulteriormente svantaggiati, poiché rischiavano che i loro problemi gastrointestinali peggiorassero e aumentassero le loro probabilità di morire. In tali condizioni, anche i sintomi più lievi come gonfiore e crampi avevano maggiore possibilità di degenerare in diarrea e disidratazione dell’organismo.

Indeboliti dalla fame, dalle malattie e dall’eccessiva perdita di liquidi, le loro possibilità di sopravvivenza erano più scarse rispetto a chi invece aveva la fortuna di possedere nel DNA la mutazione della lattasi. Potrebbe essere stato allora, quindi, che la capacità genetica di digerire il lattosio sia diventata un tratto evolutivo decisamente vantaggioso e quindi via via sempre più comune tra gli esseri umani.

Paragonando i risultati tratti dal loro studio con le informazioni contenute in un database chiamato UK Biobank che raccoglie dati genotipici e fenotipici di circa 500.000 volontari britannici compresi tra i 37 ei 73 anni d’età, i ricercatori hanno scoperto che gli umani contemporanei non sono poi così diversi da quelli antichi. Hanno scoperto che ben il 92% delle persone prive della mutazione della lattasi preferisce inserire nella propria dieta il latte di provenienza animale rispetto ai sostituti vegetali. Nonostante questo, il tasso di mortalità di queste persone non è più alto rispetto alla media e l’abitudine di bere il latte non sembra incidere sul loro stato di salute complessiva.

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