SOCIETÀ

La seconda occasione mancata del Ruanda

Il Ruanda vanta un record unico in Africa e forse persino nel mondo: il 61,3% dei deputati eletti in Parlamento sono donne. Anche la Corte Suprema (quattro contro tre) è a maggioranza femminile. Inoltre il Ministero per la Promozione di Genere e della Famiglia lavora affinché l’uguaglianza tra i sessi sia assicurata in tutto il paese. Neanche in Scandinavia la donne possono contare su una presenza nelle istituzioni così massiva.

Eppure, per estremo paradosso, proprio quella delle donne e della democrazia è la seconda occasione mancata del piccolo e fiorente paese africano. La prima occasione mancata, come abbiamo già avuto occasione di rilevare su Il Bo Live, è quella di uno sviluppo con ancora poca ricerca.

La seconda occasione mancata è be più grave: riguarda, come abbiamo detto, la democrazia e la questione di genere

La seconda occasione mancata è be più grave: riguarda, come abbiamo detto, la democrazia e la questione di genere.

L’esempio più drammatico di questa crisi ha un nome e un volto: quelli di una donna di 37 anni, Diane Rwigara. Un anno fa candidata alla presidenza del Ruanda in opposizione a Paul Kagame, oggi in prigione, insieme alla madre. Il prossimo 24 settembre dovrebbe iniziare il processo. Molti dubitano che sarà un processo giusto.

Chi è Diane Rwigara

Diane Rwigara che fino a due anni fa si interessava di affari, vivendo soprattutto negli Stati Uniti. Espressione di quella classe medio-alta africana che ha una spiccata vocazione internazionale. Il padre, Assinapol, era invece uno di quegli industriali ruandesi che hanno consentito la rinascita del paese dopo la guerra civile tra tutsi e hutu sfociata nel terribile genocidio del 1994.

Assinapol Rwigara era stato uno dei primi finanziatori del Fronte Patriottico del Ruanda, il partito del presidente Paul Kagame. Ma poi, negli ultimi anni, si era pentito ed era diventato uno degli oppositori di quello che era ormai diventato il padre padrone del paese. Nel 2015 Assinapol è morto in un incidente stradale. La sua auto è stata investita da un camion. La famiglia non era e tuttora non è affatto convinta che si sia trattato di un incidente fortuito. Sospettano sia stato un omicidio. E indicano il mandante in qualcuno molto in alto nella gerarchia del potere.

Diane Rwigara pensa che la misura è colma. E che bisogna entrare in politica per battere Paul Kagame. Così nel maggio dello scorso anno si presenta alle elezioni presidenziali: prima donna candidata indipendente a quella carica in Ruanda. Diane Rwigara sa che è molto difficile vincerle, quelle elezioni. Ma che è necessario testimoniare un’opposizione al regime.

Fin qui tutto normale. O quasi: l’accusa di omicidio politico a rappresentanti tra i più alti delle istituzioni è tipica dei regimi autoritari, non certo di quelli democratici. Ma la forma, almeno quella, è ancora conservata.

Ebbene, non passano 72 ore dall’annuncio della candidatura, che le foto di Diane Rwigara nuda si diffondono sui social. È un evidente fotomontaggio, costruito ad arte per screditare la candidata. Ma, guarda caso, è una fake news – ma perché non usare il termine italiano di bufala o di bugia? – ascrivibile al potente partito avversario che utilizza il più bieco stereotipo antifemminile. Ma quel partito è il medesimo che ha portato in parlamento donne per oltre il 61,3%. È chiaro che quel dato quantitativo non riflette il dato qualitativo: l’uguaglianza effettiva delle donne anche in Ruanda ha molta strada da percorrere. C’è da creare una nuova cultura.

Ma non basta. C’è di peggio. Il 7 luglio dello scorso anno la commissione elettorale nazionale blocca la candidatura di Diane Rwigara. Ha presentato solo 572 firme valide, mentre ne necessitano 600. Lei risponde che ha presentato non 600, ma 958 firme valide e in più ne ha sottomesse altre 120, quando si è accorta che alcune delle prime non venivano accettate.

Niente da fare. Diane Rwigara non può correre per le presidenziali. Né lei né altri due candidati. Il 4 agosto dello scorso anno le elezioni, infine, si tengono in un clima che Amnesty International definisce di paura e di repressione. Paul Kagame vince. Alcune nostre fonti dicono con il 98, altre con il 99% per cento dei voti.

Non sono certo queste elezioni tipiche di un paese democratico. Anche l’Unione Europea oltre che gli Stati Uniti protestano.

Ma non è ancora finita. Ben presto l’autoritarismo si trasforma in evidente persecuzione. Diane Rwigara si pone a capo di un Movimento per la salvezza del popolo con l’obiettivo di battersi affinchè i diritti umani vengano rispettati in Ruanda. Per tutta risposta il 30 agosto di un anno fa la polizia entra in casa Rwigara, accusando Diane e la madre, Adeline, di contraffazione ed evasione fiscale.

Pochi giorni dopo, il 23 settembre 2017, Diane ed Adeline vengono arrestate, tradotte in carcere e tenute in celle separate. Qualche mese dopo la magistratura ordina il sequestro di circa 2 milioni di dollari appartenenti alla famiglia. Intanto i seguaci più intraprendenti del Movimento di Diane Rwigara vengono perseguitati.

Il 24 settembre si terrà , forse, la prima udienza del processo a Diane Rwigara (e a sua madre). Nessuno è in grado di garantire che la candidata indipendente alle elezioni presidenziali dello scorso anno avrà un processo equo. Forse la campagna internazionale in atto per la liberazione di Diane Rwigara avrà il suo peso. Di certo la vicenda di questa donna coraggiosa testimonia che il Ruanda ha perduto la sua seconda occasione: quella di vivere una stagione di sviluppo civile e di democrazia.

 

 

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