SOCIETÀ

L’occasione mancata del Ruanda

Quando si è insediato alla presidenza dell’Unione Africana, il primo gennaio 2018, Paul Kagame si è dato un programma ambizioso: rendere il Continente Nero del tutto autonomo dal punto di vista finanziario

Ma quando si è insediato alla presidenza del suo paese, il Ruanda, nel 2000, 18 anni fa, Paul Kagame si era dato un progetto ancora più ambizioso: trasformare una delle nazioni più povere del mondo, reduce da una guerra civile che aveva portato a un’immane genocidio, in una comunità leader dell’economia della conoscenza. Con una democrazia compiuta, un’economia prospera, la sconfitta della povertà, la riduzione della disuguaglianza sociale, un welfare d’avanguardia . Per fare tutto questo la strategia era segnata: investire su due fronti, peraltro interdipendenti, l’università e la ricerca.  

Il programma era contenuto in un rapporto: Vision 2020. Paul Kagame istituì anche un ministero, nuovo per il Ruanda, dedicato proprio all’istruzione, all’università, all’innovazione tecnologica e alla ricerca. Nel 2001 ne affidò la guida a un fisico, Romain Murenzi, che ben conosce l’Italia, essendo direttore esecutivo della TWAS (The World Academy of Science) che ha sede a Trieste. Nel programma del governo di Kagame c’era lo stesso obiettivo che ha l’Europa: investire, entro il 2020, in ricerca scientifica il 3% del prodotto interno lordo.

Il 2020 è vicino. È tempo di bilanci, ancorché provvisori. Il Ruanda ha centrato gli obiettivi che diciotto anni fa si era dato Paul Kagame?

Si tratta di una domanda di grande interesse, perché si tratta di capire se l’Africa vuole e può riuscire a seguire la strada intrapresa dai paesi che hanno dato vita al “miracolo” del Sud-Est asiatico: Cina e Corea del Sud in primis.     

E, in effetti, a questa domanda hanno cercato in molti di dare una risposta: dalla fondazione privata tedesca Bertelsmann Stiftung (che redige rapporti su tutti i paesi, noti come BTI reports, sulla base di svariati trasformation index), all’UNESCO, a giornalisti specializzati. Con risultati quasi sempre chiari.

Iniziamo dal tema democrazia. Il Bertelsmann Stiftung’s country report 2018è perentorio: il Ruanda non ha fatto molti progressi. Benché abbia raggiunto la presidenza con regolari elezioni, Paul Kagame ha imposto un regime autoritario, in cui non c’è davvero spazio per la libera stampa e per le opposizioni. Ma questo, purtroppo, è una condizione comune anche a molti dei paesi asiatici che negli ultimi tre decenni hanno avuto una crescita economica spettacolare. 

Come i paesi asiatici di cui sopra, il Ruanda nell’ultimo decennio ha avuto una crescita media annua del Prodotto interno lordo (Pil) del 7,0%. Notevole. E, infatti, il Pil tra il 2003 e il 2017 è aumentato di oltre quattro volte. Anche grazie al forte aiuto internazionale, in primo luogo le rimesse dei migranti. Ma in questo il paese non si è distinto più di tanto rispetto alle nazioni confinanti. La struttura del Pil è invece alquanto diversa. L’agricoltura vi contribuisce per il 33%. Ma se i campi producono un terzo della ricchezza nazionale, danno impiego e reddito all’80% della popolazione. Malgrado questa asimmetria, l’agricoltura è il settore che ha realizzato il massimo di modernizzazione. Se è vero, infatti, che il 58% dei contadini pratica un’economia di sussistenza, e resta ai margini del sistema produttivo, è anche vero che grazie al restante 42% è impegnato in un tipo nuovo di agricoltura, con specializzazione delle colture e utilizzo di nuove tecnologie, come gli ogm. È grazie a questo tipo di agricoltura che il Ruanda è stato in grado non solo di soddisfare la domanda interna crescente di cibo dovuta a una popolazione a sua volta in rapido aumento, ma è diventato un esportatore netto di derrate alimentari, in particolare di patate e legumi, come testimonia sul quotidiano francese Le Soir la giornalista Colette Braeckman.. 

Il BTI report non nega questa notevole performance. Anzi documenta come ben un terzo della produzione agricola del Ruanda venga esportata. Tuttavia lamenta l’eccessivo dirigismo della trasformazione dell’agricoltura del paese. Ma qui ci sono due scuole di pensiero a confronto: da un lato chi dice che senza l’intervento, anche autoritario, dello stato quella performance non sarebbe mai stata raggiunta e chi, invece, segue la teoria liberale secondo cui è deve essere il mercato il solo regolatore delle dinamiche economiche. 

Non entriamo in questo. Limitiamoci a registrare la profonda, anche se non interamente compiuta, trasformazione dell’agricoltura del Ruanda che ha consentito di raggiungere obiettivi interessanti. 

Il settore economico prevalente in Ruanda è ormai quello dei servizi, che contribuisce all’incirca per il 50% alla creazione della ricchezza nazionale. In un suo recente articolo scritto per Le Soir,  Colette Braeckman descrive una capitale, Kigali, come una «capitale sicura» e persino come «vetrina scintillante … che … con i suoi alberghi e ristoranti, i viali ombreggiati, i grattacieli e un Duomo multicolore che brilla nella notte … affascina i turisti». Una città dove il terziario si è ben sviluppato e ha raggiunto livelli di stampo europeo. Di qui a qualche riga vedremo cosa ha significato tutto questo anche in termini civili e sociali. Per ora diciamo che il BTI reportnota che l’espansione dei servizi è dovuta quasi per intero al settore pubblico e ben poco a quello privato. Anche in questo caso gli analisti tedeschi sottolineano in maniera negativa questo tratto. Sottostimando, forse, il fatto che il cambiamento di specializzazione produttiva di un paese raramente può avvenire senza l’intervento dello stato e per esclusiva evoluzione del mercato. 

Molto meno brillante è stato, in questi ultimi diciotto anni, lo sviluppo dell’industria. Il Ruanda non produce bene hi-techper sé e per l’estero, come fanno la Cina, la Corea del Sud e le altre “tigri asiatiche” e come aveva annunciato Paul Kagame quasi venti anni fa. Men che meno in quello che era stato indicato come il settore di specializzazione più ambito: l’ICT, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. 

E qui, forse, risiede il nodo principale dell’intero “esperimento Ruanda”. Certo, se il progetto annunciato in Vision 2020, la piccola nazione sarebbe stata la prima e la sola (con la parziale eccezione del Sud Africa) a diventare un paese industrializzato che non esporta materie prime ma prodotti ad elevato tasso di conoscenza aggiunto. Il Ruanda non c’è riuscito, in questi diciotto anni. E sarebbe bene capire perché: per ragioni interne al paese o per ragioni comuni all’intero continente? Detta in altro modo: l’Africa può intraprendere un percorso analogo a quello del Sud-est asiatico o vi sono condizioni strutturali che glielo impediscono? 

Certo non è dal piccolo Ruanda che possiamo trarre conclusioni generali su quel grande continente. E noi ce ne asterremo, per il momento. Ma è anche vero che il governo di Kigali si era dato una politica precisa e non ha raggiunto i suoi obiettivi. Non tutti, almeno. Perché il quadro non è a una sola tinta.

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