SOCIETÀ

Governo Conte: "Non usiamo il termine populista"

Dopo 88 giorni, cinque giri di consultazioni, due mandati esplorativi e due pre-incarichi, lo stallo politico si è sbloccato. Il via ufficiale al nuovo governo arriverà nel pomeriggio di venerdì quando il premier incaricato, Giuseppe Conte, salirà al Quirinale per il giuramento. Con lui al Colle saranno presenti anche i ministri incaricati. Un esecutivo trainato dai due partiti che, uno in solitaria e l'altro all'interno di una coalizione di centro-destra, hanno preso la maggioranza dei voti. Spesso il Movimento 5 Stelle e la Lega sono etichettati come movimenti populisti: abbiamo chiesto al politologo e professore dell'università di Padova Marco Almagisti se questo termine può essere corretto ed i motivi di un'attesa record per la storia della Repubblica Italiana.

“Abbiamo avuto dei periodi d'attesa abbastanza lunghi anche in passato – ha dichiarato Almagisti – ma nessuno aveva raggiunto questa durata temporale. Nel 1992 infatti l'attesa per la formazione del governo Amato I fu di 82 giorni. Stavolta l'abbiamo superata (88 giorni ndr).Uno dei vantaggi della democrazia di carattere parlamentare però è proprio la sua plasticità, cioè la possibilità di effettuare accordi in parlamento per formare delle maggioranze. Questi però ovviamente sono dei processi che richiedono tempo, contrattazioni e accordi tra partiti”.

Non usiamo il termine populisti per raccontare queste due forze politiche Marco Almagisti

L'idea di poter conoscere il nome del premier la notte stessa delle elezioni quindi, si è rivelata ancora una volta una visione troppo semplicistica della democrazia parlamentare. In un paese con delle forze politiche eterogenee infatti, in cui nessuna di queste è in grado d'avere una maggioranza da sola in parlamento, processi come quelli a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane rappresentano la normalità. È nella natura stessa della nostra forma di governo quindi, che i vari partiti cerchino degli accordi per poter raggiungere una maggioranza parlamentare.

Accordi che ora hanno portato alla nascita di una legislatura a tinte giallo-verdi. “Non usiamo però il termine populisti per raccontare queste due forze politiche – ha continuato Marco Almagisti -. Questa parola spesso viene evocata da classi dirigenti o da altri partiti, magari più tradizionali, per stigmatizzare forze politiche nuove, come nel caso dei 5 Stelle, o che portano posizioni che sono ritenute anti-sistema, come nel caso della Lega. Il termine populismo è applicato ormai a fenomeni molto diversi fra loro, rischia di risultare poco connotativo. L'elemento unificante è la critica delle classi dirigenti (identificate con la casta), ma poi le scelte dei partiti populisti possono essere molto diverse. Vedremo le prime iniziative del governo per capire quali saranno le sue politiche qualificanti. Appelli alla salvaguardia della democrazia infine, mi sembrano non solo prematuri ma anche fuori centro. Queste sono forze politiche che hanno avuto un grande consenso”.

Si parla di Terza Repubblica perché non sappiamo quali termini usare per descrivere il cambiamento Marco Almagisti

Di certo però è che, nella storia della Repubblica Italiana, questa è una situazione nuova. “Di fatto – ha continuato Almagisti – siamo l'unico Paese che ha visto, all'inizio degli anni '90, la scomparsa di tutti i suoi partiti storici: dalla Democrazia Cristiana, al Partito Socialista e Comunista”. Oggi quindi la situazione politica italiana sta cercando nuovi protagonisti e soprattutto nuovi equilibri, figli di un grande cambiamento.

Si può perciò parlare di Terza Repubblica? “Si parla di Terza Repubblica perché in realtà non sappiamo bene quali termini usare per descrivere il cambiamento – ha concluso il politologo -. Non mi piace usare questa temporalizzazione perché la storia repubblicana è unitaria. La cesura di inizio anni '90 è legata non alla nascita di una Seconda Repubblica, che avrebbe sicuramente portato a cambiamenti più radicali da un punto di vista istituzionale, ma è stato un cambiamento straordinario da un punto di vista partitico, con il collasso di cui abbiamo parlato in precedenza, e il tentativo da parte delle classi dirigenti di ristabilire gli equilibri attraverso la modifica della legge elettorale. Noi siamo un Paese che come modifiche alle leggi elettorali siamo un grande cantiere perennemente aperto. Questo gran lavorio attorno alle leggi elettorali però non giustifica certo il richiamo al cambiamento numerico delle Repubbliche, la storia è unica, ricca di vicissitudini, fratture e cambiamenti ma è una sola.

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