SOCIETÀ

Angela Merkel al comando dell'Unione Europea: sei mesi per uscire incolumi dalla crisi

Da oggi e per i prossimi sei mesi Angela Merkel assumerà il comando dell’Unione Europea. Non che il ruolo di presidente di turno del Consiglio offra chissà quali poteri, ma è l’attore che fa il ruolo forte. Soprattutto in un momento del genere, nel guado di una pandemia che ha sconvolto la vita sociale ed economica dell’Unione. Ma non di solo Covid-19 si tratta: Angela Merkel ha davanti un’agenda fitta di scadenze che impongono decisioni ferme, nette. Ed è un paradosso che un ruolo del genere capiti proprio a lei, che della prudenza, del “dietro le quinte”, dell’esasperante attendismo ha fatto la cifra della sua statura politica in questi ultimi quindici anni di palcoscenico. Può non piacere, ma è lei la personalità più forte che l’Europa possa oggi offrire. L’unica, probabilmente, in grado di trovare una sintesi (anche a costo di brusche prese di posizione) tra le tante anime che quotidianamente tentano di lacerare il tessuto dell’Unione. «La sua esperienza è unica, la sua conoscenza degli altri leader europei, la sua capacità di capire l'interlocutore che ha davanti, sono qualità dovute alla sua intelligenza empatica», sostiene Constanze Stelzenmüller, ricercatrice del Brookings Institution. «In questo periodo di gestione della pandemia la Merkel è stata un punto di riferimento per gli stati dell'Europa dell’Est. Solo così si è potuto coordinare un piano di azione per superare la crisi non soltanto a livello nazionale, ma anche europeo».

In questo periodo di gestione della pandemia la Merkel è stata un punto di riferimento per gli stati dell'Europa dell’Est Constanze Stelzenmüller, ricercatrice del Brookings Institution

Ora però l’orologio corre veloce, come le crisi: non c’è tempo da perdere. E lei, frau Merkel, il passo l’ha già cambiato agitando lo slogan “Insieme. Rendere l’Europa di nuovo forte”. E chiamando ancora una volta accanto a sé l’altro peso massimo dell’Unione, il presidente francese Emmanuel Macron, fresco di batosta alle elezioni amministrative, con il quale aveva già preso in mano la situazione proponendo il Recovery fund come straordinario strumento di solidarietà per portare l’Unione Europea fuori dalle secche della crisi economica e riequilibrare le asimmetrie prodotte dalla pandemia, con paesi travolti dal virus e altri appena sfiorati. Merkel-Macron, ancora insieme per una strategia unica. «Siamo pienamente consapevoli delle grandi aspettative riposte nella presidenza tedesca», ha dichiarato la Cancelliera nei giorni scorsi. «Lavoriamo affinché gli Stati membri escano incolumi dalla crisi per il bene dell’Europa e del suo futuro. Solo insieme possiamo difendere i nostri valori portanti: la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto». Macron, al termine del vertice bilaterale convocato a Berlino lo scorso 29 giugno nel castello di Meseberg, ha subito ribadito: «Sono felice di ritrovare Angela Merkel per andare avanti sul piano di rilancio europeo che consentirà di superare la crisi economica e sociale. Faremo tutto il possibile per convincere i nostri partner. L'Europa ne ha bisogno».

Lavoriamo affinché gli Stati membri escano incolumi dalla crisi per il bene dell’Europa e del suo futuro. Solo insieme possiamo difendere i nostri valori portanti: la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto Angela Merkel

Tra Recovery fund e frugal four 

Angela Merkel scende dunque in campo sapendo bene che il pubblico si attende da lei quello che i tifosi chiedono ai fuoriclasse: fare miracoli su questioni all’apparenza inestricabili. A partire dal trovare un’intesa condivisa sul  Recovery Fund (o Next Generation EU), il fondo da 750 miliardi di euro, finanziato dai mercati tramite le emissioni di obbligazioni proprio da parte della Commissione Europea: liquidità a disposizione dei 27 paesi membri (500 miliardi a fondo perduto, 250 sotto forma di prestiti), per affrontare la peggiore recessione economica della sua storia. Ci sono da superare le resistenze dei cosiddetti “frugal four”, i falchi del Nord Europa: Paesi Bassi, Danimarca, Austria e Svezia. Ai quali non va proprio giù l’idea che gran parte di quel denaro vada a finire nelle disponibilità di paesi (Italia in testa) che non garantiscano rigore, chiamiamolo così, nella gestione della spesa. Che siano prestiti, tuonano, e non denaro elargito a fondo perduto. 

Il crocevia è lì, a un passo: il 17-18 luglio i capi di Stato e di governo dell’Unione Europea si incontreranno fisicamente a Bruxelles (è la prima volta nel post pandemia) per un Consiglio Europeo straordinario sul pacchetto per la ripresa e sul Mff (il Multiannual Financial Framework, vale a dire il bilancio pluriennale) 2021-27. Obiettivo dichiarato della presidenza tedesca sarà ottenere una posizione unitaria dei 27 paesi europei. E già sono partiti i colloqui preparatori, sottotraccia, com’è nello stile merkeliano. Il premier italiano Giuseppe Conte, raggiunto al telefono, ha ribadito alla Cancelliera un appoggio incondizionato mascherato da una velata minaccia: «Se il Recovery fund non sarà ambizioso come previsto, l’Italia non sarà flessibile sul bilancio pluriennale europeo, a cominciare dal privilegio anacronistico dei “rebates” (gli sconti sui contributi al budget europeo di cui beneficiano i paesi che usano meno i fondi comunitari). Per noi – ha concluso Conte - Recovery fund e bilancio sono un pacchetto unico». Il compromesso politico è possibile, ma non semplice: qualcosa i “frugal four” dovranno pur ottenere (ma i 500 miliardi a fondo perduto non dovrebbero essere toccati). Come scrive il Financial Times: «La Merkel offre ai quattro paesi frugali un ramoscello d’ulivo». Come dire: il fallimento non è contemplato. La sintesi si troverà, in qualche modo. Magari non alla riunione del 17-18, probabilmente in un Consiglio Europeo ad hoc che potrebbe svolgersi a fine mese, proprio per suggellare l’intesa ritrovata. Anche se restano alcuni scogli pericolosi, come quello del premier olandese Mark Rutte, che dovrà salvare la faccia per potersi presentare da vincitore alle elezioni del 2021. 

Le spine della Brexit

L’altro grande tema sull’agenda della Cancelliera è la Brexit, vale a dire il compimento dei negoziati che porteranno il Regno Unito fuori dai confini dell’Unione Europea. Il Big Ben suonerà alla mezzanotte del 31 dicembre 2020: prima di allora bisognerà trovare (e ratificare) un accordo per regolare le transazioni commerciali, ma anche  per stabilire condizioni di concorrenza leale, confini di pesca, norme condivise su politiche di trasporti ed energia. La trattativa, a oggi, è in alto mare: i negoziatori sono fermi sulle proprie posizioni. Se ne comincerà a parlare seriamente a settembre. Anche qui, tempi strettissimi e necessità di decisioni. L’ipotesi del no deal (nessun accordo) non viene neanche presa in considerazione dalla Merkel: potrebbe essere letta come un suo fallimento. E sono molti gli analisti pronti a scommettere che alla fine un accordo si troverà, se non altro per questioni di reciproco interesse. Magari con qualche concessione in extremis elargita da Bruxelles. Anche perché la Germania è il paese che in assoluto ha più interesse a trovare un’intesa commerciale con il Regno Unito, per ragioni legate al volume di export.

I progetti a medio termine: clima, digitalizzazione, ruolo internazionale dell’Ue

Poi ci sono i temi più “alti”, quelli di maggior respiro, quelli che non vedranno soluzione nel semestre a guida tedesca, ma che dovranno necessariamente essere impostati, indirizzati. Su tutti la tutela del clima: l’applicazione del Green Deal Europeo annunciato dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, come “manifesto” del suo mandato. Quindi riduzioni di CO2, legge europea sul clima, passi sul cammino della neutralità climatica, annunciata entro il 2050. Temi questi che s’intrecciano con l’altro grande progetto, quello della costruzione di una “sovranità digitale e tecnologica” dell’Europa. Senza dimenticare i rapporti commerciali da rinsaldare con gli Stati Uniti, quelli più delicati con la Cina («Pechino è un partner strategico della Ue con il quale è necessario un dialogo aperto», ha recentemente dichiarato la Merkel), quelli da esplorare e consolidare con l’Africa. Ma anche la prospettiva di ricostruire un’autorevolezza internazionale dell’Europa, ad esempio su scenari attuali come Libia, Medio Oriente, Siria. E la questione rifugiati, con un nuovo accordo post-Dublino e una riforma del Sistema europeo di asilo, sulla base della solidarietà e della responsabilità condivisa. Non ultimo, l’intenzione della Germania di proporre l’introduzione a livello europeo di una tassa sulle transazioni finanziarie, da affiancare a un serio (finalmente) contrasto all’evasione fiscale.

Insomma, il semestre di presidenza che comincia oggi è talmente ricco di spunti che potrebbe tracciare un nuovo futuro non soltanto per l’Europa, ma anche per la Germania, che nel porsi alla guida di questo cambiamento vorrebbe tanto scrollarsi di dosso il cliché di autoreferenziale rigidità che tradizionalmente l’accompagna. Come ha dichiarato l’ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbling: «Il nostro motto è “rilancio” dell’Europa, e non “ricostruzione”. Vale a dire che non dobbiamo tornare all’Europa com’era prima della pandemia, ma rilanciare tutti insieme un’Europa più solidale, più sovrana, più verde, più digitale, più innovativa e più forte». Angela Merkel ha l’occasione per lasciare il segno. La sua carriera politica volge al termine: ha già annunciato il suo ritiro dalla politica alla fine del suo quarto mandato, nel settembre 2021. E questo semestre di presidenza del Consiglio Europeo potrebbe essere prezioso per quanti hanno a cuore il futuro dell’Unione, per chi spera di trovare un argine all’avanzata dei sovranisti. Come ha spiegato lei stessa, intervenendo al Bundestag: «Non dobbiamo essere ingenui. Le forze antidemocratiche e i movimenti radicali e autoritari aspettano proprio le crisi economiche per trarne vantaggio politico».

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