CULTURA

Autofiction vol.9: Niente (o tutto?) di vero per Veronica Raimo

Non c’è nulla di più difficile dell’ironia, di essere dissacranti, di sfidare le convenzioni di una forma, come quella scritta, che non può suggerire se non attraverso se stessa il modo in cui una frase o un concetto debbano essere percepiti. L’ironia, come è ben noto, nasce dal contrasto: è un’aporia.

Così Veronica Raimo, nel suo romanzo Niente di vero uscito per Einaudi (il titolo stesso evidenzia la duplicità di questo gioco), si mostra abile interprete della vita letta con questo filtro. E non ci vuol molto a capire che quella che racconta è la sua vita. Ne ha per tutti.

“Non c’è una sola finestra a casa dei miei genitori da cui sia possibile buttarsi di sotto. Sono troppo piccole perché sono state tutte tagliate a metà – scrive – Mio padre aveva la smania di dividere le stanze, senza alcun motivo. Semplicemente ci costruiva dentro un muro. Costruiva muri nelle stanze, non si può dire in altro modo”.

Anche il rapporto con il fratello, considerato da subito il genio di famiglia, è conflittuale, e la fuga da quella vita di eterna seconda è per lei impossibile. Quindi cosa resta da fare, a Vero?

“Ogni volta che mi sono sentita chiusa dentro una cameretta, dentro un gioco con delle regole, non ho provato a fuggire ma a inquinare il raziocinio della stanza e delle regole. A immaginare cose finte, a dirle, a provocarle, fino a crederci. Fino a pensare che un dado può sempre dare cinque, benché non serva assolutamente a nulla”.

Può scrivere, e usare la potenza di questo mezzo per mescolare le carte, appunto. Per dire una verità che non appartiene a lei più di quanto non appartenga, probabilmente, a molti dei suoi lettori. Prendiamo quando dice: “Ho sempre trovato fallace il detto: Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi; nella mia esperienza le menzogne hanno l’intrinseca qualità di generare coerenza, nessi causali, inferenze”. Qualcuno ha qualcosa da obiettare? Impossibile.

Questo romanzo di Raimo, in sostanza, è un’unica incessante verità, a maggior perché la lente con lui la legge e la restituisce, cioè il sorriso a denti stretti – difficilissimo da ottenere –, le regala libertà. Non manca peraltro anche di una certa autoironia.

“Una mia amica qualche tempo fa mi ha chiesto: – Ma perché i romanzi italiani parlano tutti di legami famigliari? Visto che io stavo scrivendo questo libro ho elegantemente glissato. Poi però è arrivata la seconda stoccata. – E c’è sempre un lutto. Pare che l’hanno scoperta loro la morte. […] mi sono detta che in un certo senso ha ragione. A volte scriviamo per non per elaborare un lutto, ma per inventarlo”.

Non importa forse perché gli scrittori scrivono, quel che importa è il grado di verità che mettono. E in Niente di vero è altissimo.

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