SOCIETÀ

Cosa rispondere a chi dice: “Se l’è cercata”?

Non sempre vengono espresse così chiaramente le insinuazioni da parte di chi, di fronte a un episodio di aggressione, violenza o abuso ai danni di una donna, attribuisce a quest’ultima una parte di responsabilità, riconducendo le aggressioni ricevute al modo in cui era vestite, alle foto che pubblica sui social o al suo comportamento. Spesso quel “se l’è cercata” giunge in modo più sottile, attraverso considerazioni del tipo: “purtroppo è così che va il mondo, se una ragazza esce ad ubriacarsi fino a sera tardi, e poi vestita in quel modo…” oppure: “avrebbe dovuto capirlo subito che lui era un tipo pericoloso, se si fosse decisa a lasciarlo prima…”.

Considerazioni di questo genere, che non è raro ascoltare in ambito sia pubblico che privato, sono in realtà espressioni di un fenomeno chiamato vittimizzazione secondaria, dannoso sia per le donne che hanno subito i maltrattamenti in questione, le quali possono sperimentare pesanti ripercussioni a livello psicologico, sia per la società intera, che continua a promuovere una cultura che deresponsabilizza gli aggressori, scaricando parte della loro colpa sulle spalle delle vittime.

“La vittimizzazione secondaria è un fenomeno che si verifica quando una persona che ha subito un danno, un’offesa, o è vittima di un crimine, non trova il giusto supporto da parte del sistema che dovrebbe garantire la sua sicurezza, il quale le scarica invece addosso la colpa di aver provocato la violenza ricevuta”, precisa Giulia Blasi, giornalista e scrittrice impegnata in particolare sul tema dell’emancipazione femminile. “Questo meccanismo serve a mantenere intatto il sistema sociale che consente la violenza, deresponsabilizzando quindi la società che dovrebbe farsi carico del problema.

Si tende a considerare gli episodi di violenza e femminicidio come se fossero indipendenti gli uni dagli altri; al contrario, la violenza contro le donne costituisce un problema strutturale nella nostra società e rappresenta uno strumento di oppressione per queste ultime. Esiste infatti una cultura che autorizza a usare la violenza per correggere il comportamento delle persone e delle donne in particolare. In altre parole, viene implicitamente accettata l’idea secondo cui, per consentire alla società di funzionare, le donne debbano sentirsi costantemente schiacciate e limitate dalla possibilità di subire violenza, altrimenti non starebbero “al loro posto” e non rispetterebbero i ruoli che la società impone loro: quelli di madri, mogli, figlie, aiutanti, serve, o elementi decorativi”.

Perciò, la violenza agita dagli uomini, subita dalle donne e non sanzionata viene ribaltata sulle vittime per ricordare loro che non hanno diritto ad essere difese e sostenute, ma piuttosto che l’aggressione sia qualcosa che avrebbero dovuto aspettarsi. “In questo modo viene perpetuata implicitamente la convinzione che la violenza maschile sia un fatto inevitabile che semplicemente “succede”, come una giornata di pioggia”, prosegue Blasi. “È importante ricordarci, invece, che la violenza non è un incidente che “capita”, né un impulso incontrollabile. Al contrario, un’aggressione è sempre la conseguenza della decisione di qualcuno.

Se è vero che la rabbia è un’emozione umana che emerge quando sorge un ostacolo tra ciò che desideriamo e il suo reale ottenimento, il modo in cui reagiamo a quella rabbia non ha niente di naturale. La risposta violenta alla rabbia è una reazione sociale che deriva anche dall’educazione di genere: gli uomini vengono educati a rispondere alle loro emozioni attraverso la violenza molto di più rispetto alle donne, che infatti non reagiscono in modo violento con la stessa frequenza degli uomini. Se invece tutti e tutte venissimo cresciute con l’idea che alzare la mano su un altro essere umano è un atto assolutamente imperdonabile in ogni contesto, allora non tenderemmo a pensare, come invece facciamo, che la reazione violenta sia una specie di impulso resistente a qualunque forma di autocontrollo. Dovremmo perciò riconfigurare il modo in cui consideriamo la violenza in senso lato, non solo quella contro le donne, ma anche quella reciproca tra gli uomini, che spesso è considerata quasi normale nei rapporti (persino quelli di amicizia) maschili”.

Per quanto riguarda invece la convinzione che sia il comportamento delle donne a provocare la violenza, la cosa fondamentale è ricordarci che non c’è niente di vero: “tutte noi possiamo essere molestate in ogni momento della nostra esistenza”, ribadisce Blasi. “La cronaca nera è piena di storie di “brave ragazze” che non avevano fatto assolutamente nulla per causare la propria morte. Non si erano messe in situazioni di pericolo, non frequentavano cattive compagnie, non erano ubriache e non avevano fatto nulla che potesse essere anche solo vagamente riconducibile a una provocazione, eppure sono state uccise lo stesso. A parte la sovrarappresentazione mediatica dei casi che coinvolgono ragazze giovani, quando in realtà l’età media delle donne vittime di violenza è sopra i cinquant’anni, storie come queste sono la chiara dimostrazione che non c’è nulla che ci possa proteggere dalla violenza. Non è il gin tonic, né la minigonna a stuprarci. Non è la notte, né le strade, né le macchine. Sono gli uomini a stuprarci.

Non è il gin tonic, né la minigonna a stuprarci. Non è la notte, né le strade, né le macchine. Sono gli uomini a stuprarci

Dire a una donna che avrebbe potuto evitare un abuso se si fosse vestita in un altro modo o se non avesse alzato il gomito in discoteca la sera tardi non è come ricordare a qualcuno di guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada per non essere investito. Per quanto possiamo comprendere la preoccupazione di un genitore che cerca di avvertire la figlia rispetto a questi pericoli, esiste una differenza abissale tra la comunicazione uno a uno e quella uno a molti. Nell’ambito familiare, queste raccomandazioni si basano su una sincera preoccupazione per le sorti di una persona a cui si tiene. Ciò che diciamo nella sfera privata, in virtù dell’affetto e del legame che abbiamo con i nostri cari, assume invece un significato ben diverso nella comunicazione uno a molti, come quella da parte dei personaggi politici che si rivolgono potenzialmente all’intera nazione. Da parte di queste figure non è di alcuna utilità ricevere moniti del tipo: “tieni la testa sulle spalle”; le istituzioni dovrebbero invece dimostrare il loro impegno nella tutela della nostra sicurezza e delle nostre libertà.

Noi tutte, come ogni altro essere vivente, cerchiamo sempre di massimizzare le nostre probabilità di sopravvivenza ogni giorno. Esistono dei comportamenti che possono aumentare o diminuire le possibilità di evitare una violenza, ma questo non significa che le donne non possano godersi la vita o che non debbano mai sbagliare. Eppure, il prezzo che pagano per i loro errori è la violenza”.

È tra l’altro inaccettabile che venga rimproverata la mancanza di un comportamento vigile che in realtà tutte le donne mettono costantemente in atto in ogni momento della loro vita quotidiana per diminuire il rischio di subire molestie. Dalla scelta del vagone o del posto sul treno, al calcolo del percorso più illuminato e affollato per tornare a casa, siamo accompagnate da un retropensiero fisso, a cui non facciamo quasi caso, per evitare la violenza.

“Se dovessimo evitare ogni situazione “a rischio” allora non dovremmo neanche uscire di casa”, aggiunge Blasi. (E comunque, anche restando a casa, come sappiamo, non è che siamo necessariamente al sicuro, visto che la maggior parte degli episodi di violenza sulle donne avviene tra le mura domestiche, da parte del partner, ndr). “Purtroppo, la vittimizzazione secondaria colpisce anche le vittime di femminicidio, che vengono biasimate per non aver evitato quello che sarebbe stato “l’ultimo incontro” con il proprio assassino. Si tratta di una logica assurda per cui una donna dovrebbe sapere in anticipo quando e dove avverrà la sua morte e per mano di chi”, ribadisce Blasi.

Per tornare invece alla domanda posta fin dall’inizio, come reagire a questo genere di insinuazioni quando ci ritroviamo, nostro malgrado, a discutere con persone che, consapevolmente o meno, perpetuano forme di vittimizzazione secondaria? Se alzare gli occhi al cielo non è utile a nessuno e cedere alla frustrazione ancora meno, come possiamo replicare a tali affermazioni nell’ottica di un dialogo costruttivo, oppure rispondere in maniera efficace alle domande sul tema che, comprensibilmente, possono arrivare da parte delle persone più giovani?

“Dobbiamo partire dal fatto che tutti e tutte siamo immersi in una cultura ancora fortemente patriarcale, che si basa sull’idea che le donne siano sempre in difetto”, afferma Blasi. “La frustrazione è quindi qualcosa di cui dobbiamo tenere conto quando ci addentriamo in questo tipo di discorsi, e possiamo gestirla (per quanto possibile) essendo preparate al fatto che la maggior parte delle persone con cui dialoghiamo resteranno, alla fine, sulle loro posizioni.

Serve molto tempo perché un cambio di mentalità di tale portata riesca davvero a penetrare nella coscienza collettiva. Pensiamo, ad esempio, che cinquanta o sessant’anni fa era considerata una pratica maschile del tutto legittima quella di picchiare la moglie e i figli per correggerne il comportamento. Molte persone ritenevano che gli schiaffi potessero avere una funzione educativa o addirittura aiutare a risolvere i conflitti, e alcune lo credono ancora. Nonostante ciò, decenni di battaglie e istanze femministe sono riuscite a scalfire convinzioni radicate come questa.

Perciò, direi che il primo requisito per affrontare queste discussioni è senza dubbio quello di armarsi di molta, moltissima pazienza. Anche la scelta del contesto e dell’interlocutore è importante: è inutile litigare a Natale con i parenti (che comunque non cambieranno idea) con la sola conseguenza di rovinarci la festa e l’umore. Esistono, al contrario, circostanze in cui si ha il tempo di fare un ragionamento strutturato e di dialogare con le persone che si hanno davanti, che sono lì proprio per dialogare con noi. In questi casi, è utile avere sempre degli esempi a portata di mano che dimostrino come, purtroppo, la violenza colpisca anche donne che non avevano fatto assolutamente nulla per mettersi in situazioni pericolose. Anche citare qualche dato può aiutare, per quanto sia importante sapere come interpretarlo”.


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“È importante, comunque, evitare di considerare ogni discussione come una battaglia che va vinta sul momento”, prosegue Blasi. “Noi possiamo mandare messaggi chiari, richiamare tutti i punti che abbiamo evidenziato fino ad ora, ma quando vediamo che il confronto non è possibile, è meglio ritirarsi e uscire da una conversazione che consuma le nostre energie e il nostro tempo senza che ne valga la pena. Essere femministe non vuol dire essere evangeliste del femminismo con la responsabilità di cambiare il mondo una discussione alla volta; non possiamo certo farci carico di quello che dovrebbe essere un lavoro della politica, delle istituzioni e dell’educazione in senso lato”.

Essere femministe non vuol dire essere evangeliste del femminismo con la responsabilità di cambiare il mondo una discussione alla volta

Come sostiene Blasi, queste battaglie si vincono sul lungo periodo, e solo attraverso un lavoro collettivo. Non possiamo pretendere di cambiare una cultura o una macroabitudine semplicemente rispondendo nel modo giusto ai commenti che ci capita di ascoltare. Insomma, non siamo cattive femministe se non riusciamo a convincere tutti i nostri interlocutori a cambiare mentalità.

“E poi, mai dire mai”, riflette la scrittrice. “Tu quella cosa l’hai detta, la persona l’ha sentita. Magari sul momento non la accetta, ma il cambiamento potrebbe avvenire in seguito, in altri contesti”.

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