SCIENZA E RICERCA

Cosa sappiamo oggi sull’efficacia delle vaccinazioni

La casa farmaceutica statunitense Pfizer era stata la prima a dichiarare pubblicamente i dati di efficacia del vaccino anti-Covid sviluppato con la tedesca BioNTech. Era il 18 novembre 2020 e si era appena conclusa la fase 3 dei trial clinici: su circa 43.000 partecipanti, il 95% risultava protetto contro i sintomi di Covid-19.

Di lì a poco si sarebbe susseguita una corsa agli annunci da parte delle altre case produttrici: Moderna, AstraZeneca, il centro Gamaleya di Mosca dove è stato sviluppato lo Sputnik V, i vaccini cinesi ed altri ancora.

Oggi molti di quei vaccini sono stati autorizzati dagli enti regolatori quali Ema e Fda e stanno contribuendo ad abbassare la curva dei contagi e il tasso di circolazione del virus, consentendo di mettere gradualmente in atto i piani di riapertura.

Efficacia

Uno studio compiuto in Israele, dove è stato vaccinato con due dosi di Pfizer/BioNTech circa il 60% della popolazione, conferma che il vaccino ha un’efficacia del 95%. Dal Regno Unito i dati del Public Health England dicono che le vaccinazioni fatte con Pfizer e AstraZeneca hanno un’efficacia compresa tra l’85% e il 90%. Particolarmente buoni sono i dati relativi ai più fragili: nel Regno Unito i vaccini sono efficaci all’80% sugli over 70, mentre in Israele raggiungono il 94% sugli over 85, riporta Heidi Ledford su Nature.

Si affacciano sulle riviste scientifiche anche i primi dati relativi ai trial clinici sugli adolescenti: Pfizer osserva un’efficacia del 100% nella fascia d’età compresa tra i 12 e i 15 anni: nessuno del gruppo che ha ricevuto il vaccino (circa 1100 persone) ha sviluppato sintomi della malattia.

Varianti

In agguato però ci sono le varianti del virus, alcune delle quali possiedono delle mutazioni che potrebbero renderle più trasmissibili o meno identificabili dal nostro sistema immunitario. Oggi sono 4 le principali variants of concern, varianti che destano preoccupazione e a cui nel frattempo sono stati assegnati nuovi nomi: Alfa (variante inglese - B.1.1.7), Beta (sudafricana – B.1.351), Gamma (brasiliana – P.1) e Delta (indiana – B.1.617.2).

Ad oggi i ricercatori ritengono che tutti i vaccini disponibili siano in grado di prevenire gli esiti fatali della malattia causata da qualsiasi variante. Tuttavia alcuni vaccini sembrano meno efficaci nel prevenire i sintomi di Covid-19 in alcuni casi: in SudAfrica un trial clinico ha mostrato che AstraZeneca non sembra essere in grado di fermare in modo efficace l’infezione provocata dalla variante Beta, predominante in quella regione. Il governo sudafricano ha allora deciso di sostituire i vaccini della casa anglo-svedese con quelli di Johnson & Johnson, che contro la stessa variante si era dimostrato efficace al 60%, e Novavax, efficace al 51%.

Dati provenienti dal Regno Unito suggeriscono invece che il vaccino Pfizer/BioNTech e quello di AstraZeneca siano efficaci all’88% e al 60% rispettivamente contro la nuova variante Delta. In Inghilterra tuttavia, dove la variante Delta è arrivata ed è stimata essere il 30% più trasmissibile della Alfa finora dominante in Europa, il numero di ricoveri giornalieri è tornato a salire e il piano delle riaperture potrebbe subire qualche rallentamento.

Durata

Sebbene siano passati poco più di 6 mesi dall’inaugurazione delle campagne vaccinali, stanno emergendo i primi dati relativi alla durata della protezione immunitaria indotta dai vaccini. Sempre dal Regno Unito uno studio sugli operatori sanitari, tra i primi a ricevere il vaccino, dice che la protezione immunitaria indotta dura almeno 7 mesi. Altri studi suggeriscono che potrebbe protrarsi per anche un anno. Altri ricercatori hanno visto il numero di anticorpi calare nel tempo, altri ancora hanno osservato che gli anticorpi prodotti dal vaccino durano meno rispetto agli anticorpi prodotti dall’infezione vera e propria. Occorrerà accumulare più dati, e far passare più tempo per avere risposte più solide, tuttavia si pensa che anche livelli bassi di anticorpi possano essere sufficienti a prevenire le forme più gravi della malattia.

È possibile che in futuro ci sarà bisogno di un richiamo oltre le due dosi, ma questo dipende sia dal livello del titolo anticorpale sia dall’eventuale comparsa di nuove varianti. Moderna ad esempio ha già sperimentato un vaccino specifico contro la variante Beta del SudAfrica, registrando risultati promettenti.

Trasmissione

Un altro dato importante che sta emergendo dalle campagne vaccinali è che i vaccini sembrano in grado non solo di proteggere dalla malattia ma anche di ridurre fortemente la trasmissione del virus da un individuo all’altro, un’informazione che non si era andata a cercare nei trial cinici.

I dati raccolti in Israele dicono che la carica virale trovata negli individui infetti è ridotta di 4-5 volte, diminuendo di conseguenza la possibilità di trasmettere a loro volta. Dal Regno Unito risulta invece che le vaccinazioni abbiano ridotto di circa la metà la trasmissione del virus.

Addirittura lo scorso maggio il centro per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive statunitense ha aggiornato le proprie linee guida indicando che le persone completamente vaccinate possono stare senza mascherina in alcuni luoghi pubblici.

Sicurezza

Infine, un aspetto molto discusso anche negli ultimi giorni, riguarda il profilo di sicurezza di alcuni vaccini e il rapporto costi/benefici tra le reazioni avverse e la prevenzione della malattia. Con il vaccino Pfizer/BioNTech sono state registrate alcune gravi reazioni allergiche di anafilassi (4,7 su 1 milione), ma in una frequenza non superiore a quella che si registra con qualsiasi altro vaccino, anche non Covid (1,3 su 1 milione).

La maggior parte del dibattito si è concentrato attorno ai vaccini ad adenovirus, Johnson & Johnson e in particolare AstraZeneca. Sulla nota informativa di quest’ultimo, dopo che l’Ema ha stabilito lo scorso 7 aprile l’esistenza di un legame tra il vaccino anglo-svedese e la possibilità di sviluppare una forma molto rara di trombosi, si legge che questo grave disturbo può verificarsi in 1 caso su 10.000. Tuttavia Ema ritiene che i casi gravi si registrino con una frequenza di 1 su 100.000.

Dopo aver stabilito questo legame, il Regno Unito, che grazie al vaccino di AstraZeneca è stato tra i primi Paesi al mondo a uscire dalla fase più dura della pandemia, ha scelto di riservarlo solo alle persone con più di 40 anni, dacché le trombosi si sono manifestate principalmente tra giovani, in particolare donne.

Dopo una pausa di valutazione da parte della Fda, gli Stati Uniti hanno ripreso la somministrazione di Johnson & Johnson, valutando i benefici di gran lunga maggiori dei rischi, mentre la Danimarca ha preferito sospendere la somministrazione di AstraZeneca, anche per coloro che avevano già ricevuto la prima dose.

AstraZeneca

In Italia una ragazza di 18 anni di Sestri Levante è deceduta in ospedale in Liguria dopo aver sviluppato una trombosi al seno venoso cerebrale qualche giorno dopo aver ricevuto il vaccino di AstraZeneca durante un OpenDay. Pare che la ragazza soffrisse già di una carenza di piastrine autoimmune e che seguisse una terapia ormonale; il meccanismo che porta alle trombosi rare correlate al vaccino ad adenovirus comporta anche una carenza di piastrine. Sebbene non sia ancora stata dimostrata con certezza la correlazione tra decesso e vaccino, è già stata diffusa una circolare del ministero della salute che limita l’uso del vaccino anglo-svedese agli over 60.

La decisione del governo sembra dover tener conto sia della dimensione della salute individuale sia di quella collettiva di salute pubblica.

Per quanto riguarda la dimnesione individuale, se il rischio di avere una reazione avversa grave in seguito alla somministrazione di un vaccino ad adenovirus è 1 su 100.000 bisogna calcolare, e non è facile farlo, quant’è la probabilità di contrarre il virus e avere esiti della malattia altrettanto gravi. Oggi la circolazione del virus si è abbassata e molte delle persone più a rischio (i più anziani) sono ormai protette. Assumendo che la circolazione del virus resti sempre bassa in futuro (il che non è affatto scontato) bisogna valutare se la probabilità di ammalarsi gravemente di Covid per un giovane (alla luce della situazione attuale) sia maggiore o minore del rischio di avere gravi reazioni avverse in seguito alla vaccinazione. Questi calcoli complessi e non privi di aspetti di incertezza li può fare solo chi ha in mano tutti i dati. Inoltre occorre valutare se in sostituzione del vaccino di AstraZeneca ci siano dosi sufficienti di altri vaccini.

Per quanto riguarda la dimensione collettiva della salute pubblica, vaccinare anche le fasce d’età meno a rischio è sempre più vantaggioso che non vaccinarle, anche in caso di bassa circolazione del virus, proprio perché in futuro la curva dei contagi potrebbe tornare a salire all’arrivo di nuove varianti più trasmissibili. Pertanto laddove ci fossero dosi disponibili sufficienti di altri vaccini, ad esempio quelli a mRna di Pfizer o Moderna, sostituire questi a quelli ad adenovirus per certe fasce d’età sembrerebbe una scelta sicura ed efficace (anche se la quantità di dati accumulati finora sono è ancora limitata). L’ultima circolare del ministero della Salute prevede che chi ha ricevuto la prima dose di AstraZeneca e deve ancora fare la seconda dose, riceva un vaccino a mRna.

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