CULTURA

Un giullare da premio Nobel. I cento anni dalla nascita di Dario Fo

"Perché, insieme a Franca Rame, attrice e scrittrice, nella tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere e restituisce la dignità agli oppressi", queste le motivazioni condivise dall'Accademia di Svezia per annunciare l'assegnazione, nel 1997, del Premio Nobel per la letteratura a Dario Fo. Parole che oggi, in questo tempo buio - segnato da ingiustizie, abusi, sciagure, prevaricazioni - scuote ancora, e forse di più, facendoci sentire profondamente la mancanza di uno dei protagonisti più geniali e talentuosi del teatro e, in generale, dell'arte e della cultura italiane. Attore, pittore, autore, regista, scenografo, ultimo italiano a ricevere il Nobel per la Letteratura, a distanza di cento anni dalla nascita e a dieci dalla morte, Dario Fo rimane saldamente ancorato all'immaginario collettivo popolare, a profonde radici culturali e di impegno civile: artista incontenibile, riferimento libero nel dibattito intellettuale, sociale e politico.

Letture: Dario Fo di Mariateresa Pizza (Carocci editore)

Il Nobel a un giullare

Del momento esatto in cui viene a sapere di aver vinto il Nobel conosciamo bene i dettagli. Il 9 ottobre 1997 Dario Fo si trova in auto con Ambra Angiolini, stanno girando un programma televisivo per la Rai quando una macchina dello staff li affianca lungo il percorso mostrando un foglio attaccato al finestrino: Hai vinto il Nobel! Franca Rame viene invece raggiunta a casa da una telefonata di un giornalista svedese e alla notizia scoppia in lacrime. Quel giorno si avvera ciò che Pina Rota, mamma di Dario Fo, aveva predetto negli anni di infanzia del figlio: lei lo ripeteva e lui - bambino - l’ascoltava ma, in età adulta, mai ci aveva creduto davvero, nonostante il suo nome fosse comparso nella lista dei possibili candidati già nel 1975, oltre vent’anni prima della vittoria.

Sulla cerimonia di consegna del premio si raccontano altre scene leggendarie, perfettamente in linea con l'esuberante personalità del vincitore. Li riporta anche Matthias Martelli nel suo recente libro Il giullare ribelle, condividendo il racconto del figlio Jacopo: “Durante la premiazione le bretelle del frac che aveva addosso erano saltate. In sostanza, a Dario stavano cadendo i pantaloni davanti al re di Svezia, lentamente, ma inesorabilmente. Immaginate la scena: il re dei giullari in mutande davanti al re di Svezia, con il premio Nobel in mano. Epico". 

In Italia la notizia del premio provoca un terremoto culturale, le opinioni sono contrastanti, c’è chi gioisce e chi invece grida allo scandalo: quell'assegnazione lascia di stucco, ci si aspettava un premio al poeta Mario Luzi. E invece. “Per molti Fo era davvero un rompiscatole - scrive Martelli nel suo libro -. Non aveva mai smesso di prendere posizioni scomode, di buttarsi a capofitto nella lotta politica con geniale ironia, senza risparmiare nessuno. Chiaro che il suo Nobel non piacesse a qualcuno".

Da Contra Jogulatores Obloquentes, ovvero dal discorso pronunciato a Stoccolma il 10 dicembre 1997 durante la cerimonia di consegna del Nobel: qui un estratto, particolarmente significativo per il riferimento al suo maestro teatrale, il padovano Angelo Beolco, detto Ruzzante o Ruzante. "Questa sera a voi si leva il grazie solenne e fragoroso di uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto non soltanto da voi e in Francia, Norvegia, Finlandia, ma poco noto anche in Italia. Ma che è senz’altro il più grande autore di teatro che l’Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell’avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia. E soprattutto avevano un difetto tremendo: raccontavano queste cose facendo ridere. Il riso non piace al potere. Ruzzante poi, vero padre dei comici dell’Arte, si costruì una lingua, un lessico del tutto teatrale, composto di idiomi diversi; dialetti della Padania, espressioni latine, spagnole, perfino tedesche, miste a suoni onomatopeici completamente inventati. Da lui, dal Beolco Ruzzante ho imparato a liberarmi della scrittura letteraria convenzionale e ad esprimermi con parole da masticare, con suoni inconsueti, ritmiche e respiri diversi, fino agli sproloqui folli del grammelot. A lui, al Ruzzante, permettetemi di dedicare una parte del riconoscimento prestigioso che voi mi offrite"..

Letture: Il giullare ribelle. Vita apocrifa di Dario Fo di Matthias Martelli, Baldini+Castoldi e due classici qui proposti nelle edizioni Guanda: Mistero buffo, il più noto spettacolo di Fo, portato da lui in scena per la prima volta a Milano nel 1969 e l'ultima a Roma nel 2016, e Manuale minimo dell'attore di Dario Fo e Franca Rame, con una introduzione in cui Giuseppina Manin lo definisce "un trattato di storia del teatro, storia della letteratura, storia dell’arte. E di impegno civile", aggiungendo infine: "Leggerlo o rileggerlo oggi non è consigliato solo ad aspiranti attori ma a ogni aspirante essere umano".

In questa intervista di Gianni Minà, dal minuto 6, Dario Fo fa riferimento alla sua infanzia tra i fabulatori del Lago Maggiore

I primi sette anni nel paese dei mezaràt

Per fare sintesi di un'idea in cui credeva moltissimo, e che mette l'infanzia al centro di tutte le esistenze, Fo riprende e fa proprio il pensiero del filosofo Bruno Bettelheim: "Di un uomo basta che mi diate i primi sette anni della sua vita, lì c’è tutto, il resto tenetevelo pure”. Le radici teatrali di Dario Fo si ritrovano, infatti, nei primi anni di un bambino e nei racconti dei mezaràt, i mezzi topi, i pipistrelli, gli abitanti notturni della sua terra natale, il Lago Maggiore, tra Sangiano e Porto Valtravaglia. Una nutrita comunità di personaggi pittoreschi che lavorano di notte - dai soffiatori di vetro ai contrabbandieri, passando per i pescatori -, accompagna la crescita di un bambino che apprende l'arte della parola proprio dai maestri del buio. I fabulatori, “gioia e vanto” del lago, attingono da storie e leggende per offrire una lettura della realtà quotidiana e definiscono l’immaginario del piccolo Dario grazie a una naturale propensione al racconto, trasformata poi, dal Fo adulto e artista, nel pilastro della sua carriera drammaturgica. 

La magia risiede nell’improvvisazione e nella risposta a una realtà contingente - lo racconta lo stesso Fo ne Il paese dei mezaràt -, i fabulatori potevano infatti proporre la stessa storia in tre o quattro versioni diverse. "L’abilità di chi raccontava consisteva proprio nell’adattarla ogni volta a tutte le varianti di cronaca, compresi i fatti locali e i pettegolezzi del lavatoio. Ogni incidente o imprevisto esterno veniva immediatamente conglobato nella rappresentazione: un botto causato dai pescatori di frodo, un colpo di fucile da caccia, un suono di campane… nulla veniva tralasciato. E soprattutto, i fabulatori non perdevano mai di vista l’umore, le emozioni di chi stava ascoltando. Se c’era il tipo che rideva sguaiato o che reagiva storto alle punzecchiature ironiche prendendosela a male, ecco che quello diventava il capro espiatorio del tormentone; lo stesso trattamento veniva riservato allo spettatore lento di riflessi che non afferrava subito il gioco comico. Tutto serviva a muovere, rendere vivace, coinvolgere ognuno nella narrazione. In poche parole, riuscivano a far diventare cronaca anche il fantastico e viceversa".

Letture: Il paese dei Mezaràt. I miei primi sette anni (e qualcuno in più), una nuova edizione Feltrinelli del libro del 2002

Franca Rame

Ne La testa e il cuore (Guanda, 2020) la giornalista Simonetta Fiori rintraccia trenta storie di coppie famose e, tra queste, inserisce anche la relazione d'amore, teatro e impegno civile di Franca Rame e Dario Fo. Fiori intervista Fo, a due anni di distanza dalla scomparsa di Franca Rame, avvenuta nel 2013, e ben descrive l'uomo che ha di fronte, tono di voce basso e spalle ricurve, perso nel ricordo di lei, primo e vero riferimento teatrale della coppia, sul palcoscenico già da bambina: "Franca è in tutto quello che faccio", spiega in quella intervista. Gli è rimasta accanto. Al funerale legge un testo scritto da Franca stessa, parole che definiscono una precisa idea di vita e un percorso condiviso: "Dinanzi alla scelta posta dal Signore tra una vita eterna e una vita di amore e conoscenza, Eva sceglie senza esitazione amore e conoscenza. E un Adamo al principio titubante decide di seguirla". 

A Franca Rame, già anni prima, in occasione del Nobel, Fo aveva riconosciuto tutti i meriti: il successo, la creazione di opere straordinarie, che del lavoro geniale e accurato di Rame erano intrise, dalla prima all'ultima parola, e la lotta sociale e politica. "Dedico buona parte della medaglia a Franca Rame, la mia compagna di vita e d’arte […] Senza di lei personalmente non ce l’avrei mai fatta a meritare questo premio". Lei, solido albero, ha accolto le fioriture esplosive del marito garantendo le fondamenta e la sostanza: lo ha amato, lo ha sposato, lo ha nutrito d'arte e ha persino annunciato di fronte a tutti l'intenzione di lasciarlo, per poi restare. 

Letture: Donne! Donne! Donne! di Franca Rame e Dario Fo (Guanda). "Con Coppia aperta metto il dito in una piaga - scrive Franca Rame -. Lo conferma l'esempio di quella moglie che in sala, durante lo spettacolo, ha gridato al marito: Ti riconosci, cretino?"

La pittura

"Dipingo per istinto", diceva Fo. Ed è evidente, in questa storia non esiste teatro senza disegno. Non esiste una scena che prima non sia stata immaginata, creata come bozzetto. Del resto la storia artistica di Fo inizia dalla pittura, con gli studi all'Accademia di Brera a Milano. In occasione del centenario della nascita, Rizzoli Lizard lo celebra con un progetto in uscita, a cura di Guido Harari, Stefano Bertea e Mattea Fo, dedicato proprio alla sua produzione pittorica. "Ogni mio testo teatrale è nato prima su carta sotto forma di disegno, poi è diventato parola".

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