"56 giorni": da romanzo pandemico a serie patinata
C’era una volta un libro. Non un capolavoro, beninteso, non uno di quei romanzi che ti cambiano la percezione del mondo o che consigli a tutti gli amici con l’aria solenne di chi ti sta per prestare l’unica copia esistente della verità universale. Però un bel libro sì. Uno di quelli che leggi volentieri, che scorrono senza attriti e che, una volta chiusi, non ti fanno sentire derubato di serate preziose. 56 giorni di Catherine Ryan Howard (edito da Fazi) stava esattamente in quella fascia onesta dell’intrattenimento narrativo da voltapagina compulsivo: il colpo di scena lo intuivi qualche pagina prima che arrivasse, è vero, ma in un panorama pieno di romanzi che ti fanno indovinare il finale già dalla quarta di copertina, è già un passo avanti.
La struttura è quella classica del doppio binario temporale: nel presente gli investigatori cercano di scoprire l’identità di un assassino (e anche quella del cadavere), nel passato si ricostruisce pian piano quello che ha portato alla scena disgustosa che si è presentata ai loro occhi. Tutto era cominciato con due sconosciuti che si erano incontrati per caso (o forse no) in un supermercato, avevano scambiato poche parole partendo da una borsa con il logo della Nasa, poi un caffè, un appuntamento e dopo pochi giorni si sono ritrovati a vivere sotto lo stesso (lussuoso) tetto. Alla fine, però, qualcosa era andato storto, visto che le prime pagine ci accolgono con l’olezzo di un cadavere sull’orlo della decomposizione.
È quello che abbiamo vissuto a fare la differenza
Se ci si ferma alla trama pura, 56 giorni è un thriller ben costruito ma non rivoluzionario. Le dinamiche di sospetto sono calibrate, i personaggi hanno quel tanto di ambiguità che basta per tenerti agganciato, e il montaggio alternato tra passato e presente crea un ritmo che invita a continuare. Il suo punto forte, però, non è la trama, perché in alcuni punti senti già dove ti porterà la pagina successiva. La differenza la fa tutta lo sfondo, che restituisce un’atmosfera familiare a quasi tutti i lettori, quell’atmosfera che all’epoca della pubblicazione sembrava rischiosa e che invece si è rivelata quella scintilla che ti fa entrare il libro nella testa. L’elemento di rottura rispetto ad altri romanzi analoghi è il Covid.
Ciara e Oliver vanno a vivere insieme dopo pochi giorni dal loro incontro perché si sono conosciuti a inizio pandemia, poco prima del lockdown, e quindi questa scelta è fatta soprattutto per comodità. La forza della storia è nelle righe diluite qua e là tra le pagine: è la distanza tra le persone in fila al supermercato, le mascherine che entrano nella quotidianità, le notizie ascoltate alla tv, le riunioni annullate, i colleghi spariti dietro uno smart working improvvisato. È la sensazione costante che il tuo mondo si stia restringendo senza fare rumore, che tu sia isolato senza nessuno a cui chiedere aiuto se le cose si mettessero male. È quello che abbiamo vissuto. È lo sgomento di fronte all’incertezza, è quella “nuova normalità” sospesa a cui non ci siamo mai davvero abituati. È ritrovarti a pensare di dover prendere la mascherina prima di uscire quando chiudi in fretta il libro perché sei in ritardo, perché in quell’atmosfera ci sei entrato con tutte le scarpe.
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Il coraggio di inserire la pandemia in un romanzo
L’autrice riesce a integrare la pandemia nella narrazione con una naturalezza tale che non la percepisci come artificio, ti senti immerso in una storia che poteva succedere in qualsiasi momento, e invece si è sviluppata proprio in quei giorni che nel bene o nel male si sono rivelati indimenticabili per tutti, con le città vuote, le finestre sempre illuminate, le videochiamate improvvise, i progetti rimandati, la percezione alterata del tempo: tutto contribuisce a creare una tensione che non dipende solo da rivelazioni improvvise, ma da una memoria collettiva ancora fresca.
Ok, anche se è finito nella classifica dei migliori libri del New York Times, 56 giorni non è il thriller dell’anno, ma è uno dei pochissimi che hanno avuto il coraggio di raccontare quel periodo senza travestirlo da fantascienza o da allegoria.
Amore, omicidi e amnesia selettiva: lo script della serie 56 giorni
Ed ecco il paradosso.
La serie televisiva prende la trama di 56 giorni e la sventra, che al confronto il cadavere dell’inizio se la passava tutto sommato bene. Intendiamoci: la trama in generale è abbastanza aderente a quella del libro, a parte un “piccolissimo” particolare: la pandemia è sparita.
Trailer della serie
Si è molto parlato di quanto il mondo culturale abbia avuto la tendenza di rimuovere il Covid dai prodotti letterari e cinematografici. Ci sono stati tentativi isolati di inserirlo, spesso timidi o confinati in generi specifici: qualche episodio sparso nei medical drama, alcune produzioni indipendenti girate a distanza, rari film che hanno trasformato la quarantena in espediente tecnico o comico. Ma nel complesso l’audiovisivo mainstream ha scelto di saltare a piè pari quei mesi, come se fossero una parentesi da rimuovere. Un giudizio su questo ha poco senso: ci saranno di certo dei motivi, psicologici, commerciali o un mix dei due.
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Una scelta inspiegabile
Quello che è difficile comprendere, è scegliere una storia che aveva alle spalle una scelta coraggiosa che dava forza a una trama non troppo avveniristica ed eliminare proprio l’elemento più differenziante.
Il risultato è un prodotto di puro intrattenimento, confezionato con cura e perfettamente in linea con le regole non scritte del thriller seriale contemporaneo: due attori fisicamente gradevoli, chimica evidente, qualche scena “spicy” ben piazzata, musica incalzante, fotografia dai colori saturi e pop, l’ideale da guardare mentre si cucina, senza metterci troppo impegno, sbirciando lo schermo solo per apprezzare gli occhi di Dove Cameron o gli addominali di Avan Jogia, a seconda dei gusti.
Senza il Covid, 56 giorni diventa una storia romantico-criminale con venature erotiche, che scorre veloce e si guarda senza fatica, ma perde quella dimensione di claustrofobia condivisa che rendeva il libro interessante e diverso dagli altri. La tensione che scaturisce, se c’è, è banale, già vista, meccanica. Funziona, sul momento, ma non resta. È un thriller intercambiabile.
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Tutto (troppo) pop
Anche visivamente ci si aspettava tutt’altro: il libro rimanda ad ambienti asettici, colori desaturati, con neutri e blu che fanno da dominante (come nella copertina scelta da Fazi), ma dove il libro era grigio, chiuso, rarefatto, la serie è luminosa, patinata, piena di contrasti cromatici, quasi pubblicitari. C’è movimento, estetica, una sensualità di fondo che va molto oltre le scene apertamente erotiche: un’estetica del genere te la aspetteresti in una serie tratta da un romanzo thriller per giovani adulti, di quelli ambientati nei college americani, con personaggi che al massimo devono lottare con i brufoli, e non con le rughe della tensione vera.
Il montaggio alternato tra presente e passato continua a funzionare, non sai subito chi è il morto e chi sta dando la caccia a chi, ma è una tensione superficiale, suspense da consumo rapido. In altre parole, uno spreco bello e buono.
Il detective che salva la situazione (più o meno)
In mezzo a questa inspiegabile operazione di levigatura c’è un solo elemento che “funzionicchia”: il personaggio del poliziotto. Ironico, umano, prodigo di battute che fanno sorridere.
“ La scarpa sarebbe utile. Se il cadavere avesse dei piedi Karl Connolly, il poliziotto
È un personaggio che alleggerisce senza banalizzare e che introduce una dimensione di umorismo nero ben calibrata, una boccata di aria fresca in un mare di già visti.
Un altro elemento che si salva è la dialettica tra lui e la detective Lee Reardon, il suo capo. Loro sono il controcanto ironico alla seduzione patinata dei protagonisti. Mentre Oliver e Ciara si muovono dentro un registro fatto di sguardi intensi, luci soffuse e dialoghi che sembrano sempre sul punto di scivolare nel melodramma, i due detective parlano come persone normali che si trovano a far fronte a scene forti senza perdere l’ironia, anche quando cercano di non annusare un cadavere mezzo decomposto.
Le loro schermaglie verbali sono piccole scosse di realtà dentro un racconto che altrimenti rischierebbe di diventare grottesco, battute che smontano la poca tensione che c’era scivolando in un registro diverso, un po’ alla Dead Like Me. È proprio per questo che i due risultano così piacevoli, perché ricordano che, anche nei thriller pieni di sguardi carichi di significato e montaggi alternati, c’è sempre qualcuno che deve entrare nella stanza e dire la cosa meno poetica possibile. E quella cosa, in questo caso, suona molto più realistica e azzeccata.
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Adattamento o omicidio letterario?
Rimane un punto di domanda grande come la delusione: perché hanno scelto questo libro eliminando proprio la sua anima, che era così precisa e costruita sulla memoria condivisa? Non c’erano altri thriller da adattare? Non si poteva chiedere una sceneggiatura “originale” a chatGPT? Hanno preso un romanzo con una voce e l’hanno adattato fino a farlo rientrare in un afono standard. Più vendibile, più universale, più sicuro, ma anche più dimenticabile. Qui non si sta parlando di adattamenti fedeli o meno, si tratta di capire perché togliere a una storia proprio l’elemento che le dava respiro. E visto che il cadavere era così difficilmente identificabile, ci sta l’ipotesi che fosse tutta una metafora: nel bagno di Oliver in realtà è morta la vena creativa di Catherine Ryan Howard, che speriamo sia stata risarcita adeguatamente per questo inspiegabile scempio narrativo.