LIGHT

L’insostenibile prevedibilità delle serie tv (ma non questa volta)

Il copione si ripete, è proprio il caso di dirlo, più volte al mese: ti siedi a tavola e tuo marito ti dice che c’è una nuova serie thriller su Netflix, e che ne parlano benissimo.
Del resto il silenzio a cena è passato di moda dopo l’Ottocento, e siccome non si parla con la bocca piena una serie tv è un buon compromesso. C’è chi preferisce i podcast true crime, ma quando stai per addentare una coscia di pollo preferisci vedere un cadavere finto, frutto del lavoro di sapienti truccatori, piuttosto che pensare alla saponificatrice di Correggio e alle sue vittime, che si sono sciolte davvero nella soda caustica.

Quando sai sempre chi è l’assassino

Che poi il problema non sono i thriller. Il problema sono i thriller prevedibili. Il problema è quando alla seconda puntata pronunci la tua sentenza inappellabile: “Il colpevole è Pierdibaldo”, suggellando il tutto con l’ultimo boccone di mela. Tuo marito è perplesso: Pierdibaldo non ha il profilo dell’assassino, non è nemmeno uno dei personaggi principali, e così en passant vi hanno pure fatto sapere che la sera dell’omicidio era a km di distanza.
Eppure tu lo sai che l’assassino è Pierdibaldo, e l’unica cosa che puoi fare, mentre la serie scorre sullo schermo di cena in cena, è una rivisitazione del training autogeno che ti alleni a non pronunciare quella frase, odiata da tutti e in particolare dai mariti, cioè “te l’avevo detto”.
Arriva l’ultima puntata. Il punto di domanda non riguarda l’epilogo, quello lo conosci già, ma chi sarà il vincitore tra la noia e l’autocompiacimento quando il colpevole sarà svelato.

Mentre l’eroe o l’eroina di turno arresta Pierdibaldo, tuo marito ti guarda tra l’ammirato e lo spaventato: “Come facevi a saperlo?”. Bella domanda. Lo sapevi perché Pierdibaldo era l’assassino anche l’altra volta, solo che non si chiamava Pierdibaldo ma Ottoberto, non aveva un alibi ma in compenso non conosceva la vittima e anche lui era il più insospettabile della cucciolata di personaggi creati da uno sceneggiatore con la stessa fantasia di chatGPT, versione gratuita, che è più che sufficiente per produrre una serie al secondo posto nelle classifiche Netflix. O forse chatGPT sei tu, che dopo scorpacciate di thriller hai inconsciamente scorporato tutti gli schemi possibili di una sceneggiatura senza sapere a cosa andavi incontro, perché adesso le persone si chiedono se indovini perché, sotto sotto, sei un serial killer anche tu. E pensi che forse era meglio il podcast true crime, perché lì il colpevole lo conosci già senza troppe ipocrisie, e non c’è niente da indovinare.

“La sua verità”, al secondo posto su Netflix. Dopo Corona

Di fronte alla proposta di guardare La sua verità di William Oldroyd e Anja Marquardt arricci un po’ il naso. Non è neppure al primo posto, si è fatto surclassare dal documentario su Corona. Ripetiamolo: dal documentario su Corona. Probabilmente anche quelli che guardano tre thriller l’anno lo hanno trovato così prevedibile da abbandonarlo, così l’algoritmo di Netflix ha cominciato a proporlo di meno. Quasi quasi ci si potrebbe arrendere al podcast true crime, così poi per una settimana ci potremo fingere esperti di psicologia criminale su Facebook. Almeno fino alla prima pausa drammatica da 13 secondi, che fai prima a sparecchiare che a scoprire la mossa successiva della Saponificatrice. Niente, il thriller in tv vince comunque a mani basse, perché ha un ritmo più adatto ai pasti e anche il buon gusto di essere finto.

La sua verità si apre con uno dei 13 copioni più apprezzati: un lui e una lei, si sono molto amati ma poi un trauma li ha separati. Si ritrovano nella piccola cittadina dove sono cresciuti, lui fa il detective, lei la giornalista che sta cercando di rilanciarsi dopo lo stop dovuto al trauma.
Nelle prime due puntate, a parte l’omicidio e la scoperta di un paio di torbidi legami tra i personaggi, non succede un gran che, al punto che ti tocca ritardare il vaticinio sul colpevole. Non sai se non ti hanno dato abbastanza elementi o se eri troppo distratta a cercare di capire cosa ci facesse Corona al primo posto, ma alla terza puntata la folgorazione arriva: è stata Teodolinda (no, non c’è nessuna Teodolinda, ma gli spoiler sono antipatici).

Una trama senza troppe sorprese

Tuo marito manda giù una foglia di insalata, riflettendo se farti notare che Teodolinda ne ha già passate di tutti i colori, e renderla pure colpevole sarebbe accanimento sceneggiatorio, e tra l’altro è una delle poche con un movente chiaro (e quindi, di solito, innocente). Subodorando però il terribile suono del “te l’avevo detto” finale ci ripensa e beve un bicchier d’acqua, chiedendosi se non è il caso di insistere con la proposta dei podcast true crime, dove nessuno deve indovinare nulla se non il successivo effetto sonoro (sarà uno scricchiolio o una porta che sbatte?), o se l’evento topico, preannunciato dalla voce strozzata della conduttrice, avverrà alle 23.47 o alle 23.48.

Nel frattempo cambiano i manicaretti serali ma La sua verità non presenta grosse sorprese: aumenta il numero dei morti, i due protagonisti si fidano sempre meno l’uno dell’altra e viene fuori l’immancabile vendetta per ciò che è accaduto nel passato, che sarebbe il movente degli omicidi. Certo, ma il movente di chi? A un certo punto pure il barista che serve il caffè alla protagonista sembra pericolosamente sospetto, e del resto sono rimasti sempre meno personaggi principali vivi a cui dare la colpa. Tu sai già che è stata Teodolinda, ma se alla fine rimane viva solo lei, indovinarlo diventerà meno divertente.
Perché diciamocelo: continuare ad azzeccare i colpevoli ti fa provare quella sensazione un po’ ambigua che sta tra la soddisfazione e il tedio. Soddisfazione perché avevi ragione, tedio perché avere ragione è la prova che lo schema è diventato talmente riconoscibile da chiedersi se davvero valga la pena pagare l’abbonamento (quando tra l’altro molti podcast true crime sono gratis).

Perché i thriller in tv sono prevedibili?

Il problema è che ormai la maggior parte dei thriller che trovi nelle piattaforme non sono costruiti per essere veramente guardati, ma come accompagnamento discreto per altre attività: per essere visti mentre mastichi, mentre sparecchi, mentre ti ricordi che domani c’è da mettere in lavatrice i panni e che nella vita vera l’unico mistero è dove finiscono i calzini. Devono essere abbastanza tesi da non farti virare sul podcast true crime, abbastanza semplici da non farti perdere pezzi se si bruciano le verdure, abbastanza pieni di svolte da sembrare dinamici. È un equilibrio difficilissimo, e spesso il risultato è un prodotto che intrattiene ma non sorprende, come una canzone pop che dopo tre ascolti sai già cantare.

E mentre tu ti immagini novella Riccardo III a implorare “Il mio regno per un colpo di scena”, tutta la sceneggiatura sembra portare dritti dritti a Teodolinda, se non altro perché la storia ha accumulato morti come se fossero punti della tessera fedeltà e quindi gli altri papabili colpevoli sono deceduti.
Eppure, nonostante tutto, tu continui a guardare. Non perché speri nel colpo di scena, quello lo hai già archiviato mettendo i piatti in lavastoviglie, ma perché vuoi vedere se almeno si scusano per aver accuratamente evitato qualsiasi guizzo di originalità. Tuo marito si arrende, smette di mangiare e ti previene: “Ecco, avevi ragione, era davvero Teodolinda”. E continua con un panegirico già sentito sul fatto che se continui a indovinare devi per forza essere una serial killer, altrimenti non si spiega, e che prima o poi nel podcast true crime ci finirai tuo malgrado.

Un epilogo imprevedibile

Sullo schermo La sua verità è arrivato all’epilogo: la polizia ha chiuso il caso, sbagliando clamorosamente sospetto e facendo pure risparmiare le spese legali perché è morto pure questo personaggio (forse la serie era sponsorizzata da un’agenzia di pompe funebri).
I pochi sopravvissuti sono tornati alla vita di sempre, che si è aggiustata rispetto all’inizio. Tu stai mangiando il dessert e aspetti solo la rivelazione finale sulla colpevolezza di Teodolinda.

Ma stavolta no. Il miracolo si srotola davanti a te, sotto forma di una brusca virata. Teodolinda è inquadrata mentre scopre chi era l’assassino, e tu rimani con il cucchiaino del dolce a metà tra il piatto e la bocca: ti hanno fregato.
E, cosa ancora più incredibile, non lo hanno fatto prendendoti in giro, tirando fuori dal cappello negli ultimi venti minuti un nuovo personaggio, visto magari due volte in coda alla cassa del supermercato, pretendendo che tu prenda sul serio lo schema “ci siamo resi conto di essere stati prevedibili, mettiamoci una pezza a caso”. No, il colpevole era nascosto in bella vista, e il suo coinvolgimento nella storia risulta plausibile e motivato da tutte le angolazioni. Semplicemente questa sceneggiatura scritta bene ti aveva fatto guardare altrove (eppure in velocità quell’assassino te l’aveva anche mostrato, ma tu non avevi fatto l’associazione, Profondo rosso ha fatto scuola).

Il dolore della sconfitta

Tuo marito mastica lentamente, con quella calma crudele di chi non ha puntato su Teodolinda e anche se ha sbagliato vaticinio pazienza, tanto non è lui quello che di solito indovina. E tu lo guardi con odio, perché non ha nemmeno il buon gusto di esultare. Ti lascia affondare nella tua sconfitta in silenzio, e questa è una forma di sadismo coniugale molto raffinata.
Tu invece rimani a bocca aperta, e non sai se e perché ti hanno stupito, se è lo smacco che fa male o se ti terrorizza il pensiero che ora ti tocca trovare quel regno da barattare in cambio del colpo di scena.
A quel punto cerchi di recuperare un brandello di potere, asserendo, anche se sai che non è vero, che era impossibile da indovinare e che la fine va archiviata come ingiustizia narrativa. E il marito, che ormai è diventato un esperto di gestione del rischio domestico, cambia discorso, e ti suggerisce di scrivere un articolo per consigliare La sua verità, anche solo per il finale.

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