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Epidemie e pandemie, cosa insegna la storia

Nei giorni scorsi il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità ha dichiarato il Covid-19 pandemia. Il termine è di origine recente, probabilmente coniato nel XIX secolo, e si riferisce alle malattie infettive che si diffondono rapidamente fra popolazioni e stati diversi, fino a raggiungere un’estensione vastissima, potenzialmente a livello mondiale. Per definire l’andamento delle malattie infettive, esistono ulteriori due termini, epidemia ed endemia che risalgono ai trattati ippocratici e indicano in un caso una malattia presente all’interno di una specifica popolazione, nell’altro una patologia sempre presente in un determinato territorio. Ebbene, se ci guardiamo alle spalle vedremo che le più grandi epidemie o pandemie della storia moderna, sono state più d’una con implicazioni sanitarie, culturali e socioeconomiche che possono far riflettere ancora oggi.

Guarda l'intervento di Fabio Zampieri. Servizio di Monica Panetto, montaggio di Barbara Paknazar

La peste

La peste, ad esempio, imperversò in Europa dalla metà del 1300 fino all’ultima pandemia (fra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento), quando finalmente fu scoperto l’agente responsabile e la modalità di trasmissione. La “peste nera” trecentesca causò la morte di circa un terzo della popolazione europea, mentre quella tardo ottocentesca determinò circa 10 milioni di decessi in tutto il mondo. Le prime forme di profilassi furono avviate proprio con la peste ed è ben noto che fu Venezia a introdurre l’isolamento coatto dei malati, nell’isola del lazzaretto vecchio (1423), e la quarantena nell’isola del lazzaretto nuovo (1468) per tutti coloro che giungevano in laguna dalle zone esterne.

La scomparsa di un terzo della popolazione europea nel corso di queste terribili epidemie determinò importanti cambiamenti sociali. Intere famiglie nobiliari o reggenti scomparvero, lasciando i loro beni alla chiesa che si arricchì oltremisura. A sua volta, ciò favorì l’ascesa di “uomini nuovi”, cioè di individui che, pur senza un certo “pedigree” aristocratico, giungevano fino alle più alte posizioni sociali. Infine, la mancanza di uomini per lo svolgimento delle attività produttive favorì, a quanto pare, la meccanizzazione dei mezzi di produzione. Può essere significativo citare tre concetti utilizzati da Giovanni Filippo Ingrassia, importante medico palermitano del Cinquecento, nel suo Del pestifero & contagioso morbo (1576). La peste, secondo l’autore, doveva essere combattuta con “oro, fuoco e forca”. L’“oro” stava a indicare le ingenti quantità di denaro da investire per sostenere il blocco delle attività produttive in caso di pestilenza. Il “fuoco” serviva a bruciare e igienizzare tutte le proprietà degli appestati, che venivano considerate “pestilenziali”, cioè possibile fonte di contagio. Infine, la “forca” era necessaria per punire severamente chiunque trasgredisse alle disposizioni di isolamento e denuncia dei malati in caso di epidemia. Si tratta di concetti che, pur con le dovute differenze, valgono anche ai nostri giorni: per far fronte all’emergenza, infatti, servono sostegni economici, è necessario igienizzare luoghi e strutture e far rispettare rigidamente le nuove disposizioni sanitarie.

La sifilide

Anche la sifilide, la prima pandemia europea che scoppiò fra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento per cause ancora non ben chiare, merita una riflessione. Di certo, si sa che questa nuova malattia fu osservata per la prima volta in coincidenza con l’invasione dell’esercito del re francese Carlo VIII in Italia, il quale reclamava diritti dinastici sul Regno di Napoli. L’epidemia si diffuse in tutta Europa, sconvolgendo la coscienza delle popolazioni per i suoi effetti devastanti sul corpo. Con la sifilide emerse per la prima volta, grazie a un medico veronese che studiò a Padova, Girolamo Fracastoro, l’idea di “contagio”, cioè di trasmissione dell’infezione da persona a persona. Fu chiaro sin da subito che si trattava di una malattia venerea, causata cioè dal contatto sessuale, che portò alla riscoperta, in occidente, dell’uso di un proto-preservativo, introdotto dal docente padovano Gabriele Falloppia. Come per la peste, anche in questo caso fu chiaro che fosse necessario l’isolamento dei malati per limitare il diffondersi dell’epidemia. Nacquero, così, i cosiddetti ospedali degli “incurabili”, dove i malati dovevano obbligatoriamente venir confinati. Allo stesso modo, la nuova malattia fu accompagnata dallo stigma sociale, forse ancor di più rispetto alla peste. Chi si ammalava, infatti, aveva compiuto, con ogni probabilità, atti “impuri”, cioè la frequentazione di prostitute, sicché veniva isolato e abbandonato dalle proprie stesse famiglie. Da notare che si era in epoca di controriforma. La chiesa cattolica, dunque, si adoperò per aiutare e sostenere questa vera e propria nuova categoria di reietti sociali: la compagnia del divino amore in particolare si occupò di favorire la costruzione di nuovi ospedali per gli incurabili in tutto il territorio italiano. Lo stigma sociale si diffuse non solo a livello individuale, ma anche fra popoli diversi. Gli italiani chiamarono la sifilide “mal francese”, sostenendo, con ciò, che fosse stata portata in Italia dai transalpini. I francesi, a loro volta, rifiutarono questa attribuzione ignominiosa e la chiamarono “mal di Napoli”. Allo stesso modo, i cristiani la definirono “mal orientale”; gli asiatici “male dei Portoghesi”; i portoghesi “male spagnolo”. È un atteggiamento, questo, che in qualche modo riecheggia anche nelle cronache attuali, dato che ogni Stato sembra guardare ai propri vicini come fonte del contagio. Infine, la sifilide fu caratterizzata, in misura forse maggiore rispetto alla peste – nei confronti della quale serpeggiava una sorta di implicita rassegnazione – dalla ricerca di una cura medica. Mercurio e legno di guaiaco furono le prime cure sperimentate, ma senza particolare successo. Anzi, il mercurio era, sostanzialmente, tossico. Il primo farmaco efficace fu l’arsenobenzolo (il noto Salvarsan) introdotto da Paul Ehrlich nel 1910, grazie al quale vinse il Nobel. Ma la cura definitiva fu la penicillina, scoperta da Alexander Fleming nel 1928 e prodotta su scala industriale a partire dagli inizi del 1940.

Il vaiolo

Per concludere, può essere interessante citare le epidemie di vaiolo che furono particolarmente virulente nel corso nel 18° secolo. Come la peste, anche il vaiolo è una malattia che, in occidente, ha origini molto antiche. Il primo paziente diagnosticato a posteriori è il faraone Ramses V, morto intorno al 1140 a.C., sulla mummia del quale è stato possibile individuare, con una certa sicurezza, i segni di questa malattia. Tuttavia, il vaiolo fu particolarmente presente, come già accennato, nel 1700: solo a Londra causava la morte di circa 3.000 persone l’anno e 40.000 in tutta l’Inghilterra. Anche in questo caso la malattia era caratterizzata da un forte stigma sociale, soprattutto per quanto riguarda la popolazione femminile. Chi guariva, infatti, spesso rimaneva sfigurato nel volto a causa delle cicatrici lasciate dalle pustole caratteristiche dell’infezione.

A differenza della peste e della sifilide, la gestione del vaiolo fu caratterizzata dal contatto con gli ammalati, piuttosto che dall’isolamento. Visto che si era osservato che chi guariva dalla malattia ne risultava immune, si pensò che un breve contatto con gli infettati potesse risultare protettivo. Così, in Italia s’introdusse la pratica di “comprare il vaiolo”: i giovani visitavano un ammalato lieve di questa malattia, lo toccavano e lasciavano in cambio una moneta, nella speranza di contrarre una leggera infezione che poi li proteggesse per il resto della vita. All’inizio del Settecento, invece, Lady Mary Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli, osservò in Turchia la pratica della “variolizzazione”, che a quanto pare era comune in Asia da diversi secoli. Consisteva nell’inoculazione nel paziente sano del pus prelevato dalle pustole o dalle escare di pazienti vaiolosi non gravi. Questo metodo, sebbene si diffuse piuttosto rapidamente in Europa, aveva diversi rischi, primo fra tutti quello di causare delle infezioni e persino delle epidemie di vaiolo “iatrogene”.

Fu così che, alla fine del Settecento, Edward Jenner scoprì e introdusse la pratica della vaccinazione, utilizzando il pus del vaiolo vaccino, ovverosia del vaiolo che infettava le vacche e che, essendo simile a quello umano, aveva l’effetto di immunizzare efficacemente l’uomo contro la malattia. Interessante notare che, dopo un iniziale decremento della diffusione del vaiolo, su scala mondiale, nella prima metà dell’Ottocento, la malattia riprese a diffondersi perché le nuove generazioni, pensando di aver sconfitto il morbo, smisero di vaccinare i propri figli, esponendoli con ciò all’infezione. Anche in questo caso, la storia sembra ripetersi: basti pensare agli sciagurati movimenti no-vax degli ultimi tempi.

Ieri e oggi

Cosa insegna la storia? Ebbene, la storia evoluzionistica ci insegna che non potremo mai abbassare la guardia di fronte alla possibile emergenza di nuove malattie infettive. La “corsa agli armamenti” continua e probabilmente continuerà per sempre fra noi e i germi. Basti pensare all’emergenza più o meno recente di nuove malattie, come l’AIDS negli anni Ottanta e ora il covid-19; alla ricomparsa di “vecchie” malattie ora divenute antibiotico-resistenti, come la tubercolosi; oppure, ancora più semplicemente, al virus dell’influenza, che ogni anno miete vittime a livello mondiale e con una certa ciclicità pluridecennale muta in modo significativo, diventando particolarmente virulento e mortale, come quello che causò la cosiddetta “Spagnola” nel 1918-1919, quello dell’“Asiatica” nel 1957, quello di “Hong Kong” nel 1968, e così via.

La storia umana, politica e sociale, invece, insegna che ci sono due strade da prendere, immediatamente e senza esitazioni, al principio di una nuova epidemia. Innanzitutto, l’isolamento degli ammalati e l’interruzione di qualsiasi tipo di rapporto sociale ed economico all’interno e all’esterno della popolazione. Certo, ciò può comportare un costo economico molto elevato, ma il caso dell’epidemia di peste a Venezia del 1576 dovrebbe costituire un esempio e un monito imprescindibile. Il senato veneziano, quando si osservarono i primi casi di peste, esitò a promulgare le leggi di quarantena già ben strutturate per questo tipo di epidemia, per timore di ripercussioni sull’economia della città. Ebbene, quest’esitazione portò alla più ampia diffusione del contagio che portò alla morte un terzo della popolazione e mise ancora più in ginocchio l’intera città. Quindi, non si devono temere danni economici che l’esitazione non può che aggravare, ma si devono introdurre, istantaneamente, forme di contenimento e, allo stesso tempo, robuste forme di sostegno “statale” all’economia.

In secondo luogo, l’apparire di una nuova malattia infettiva deve far attivare, prontamente e nel modo più intenso possibile, la ricerca scientifica per nuovi farmaci e l’introduzione di un possibile vaccino. Ricordiamo, se ce ne fosse ancora il bisogno, che l’unica malattia infettiva “eradicata” è il vaiolo, guarda caso la prima malattia nei confronti della quale, storicamente, fu introdotto un vaccino efficace.

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