SOCIETÀ

Fukushima: gli interrogativi a 10 anni dal disastro

11 marzo 2011, ore 14:46 locali: il Giappone viene colpito dal terremoto più potente – oltre 9 gradi di magnitudo – mai registrato nella sua storia recente. Il numero dei morti è enorme, oltre 15.000, ma la scossa e il maremoto che segue saranno ricordati soprattutto perché all’origine di uno dei più gravi incidenti della storia del nucleare civile. Circa 50 minuti dopo il sisma infatti un’onda di oltre 13 metri supera la barriera di protezione e investe la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, circa 250 chilometri a nord-est di Tokyo: le esplosioni che in seguito coinvolgono l’impianto comporteranno un’importante fuga di radioattività, tanto da far parlare di ‘Chernobyl giapponese’.

Oggi a distanza di 10 anni ci si interroga ancora sulle cause dell’incidente e soprattutto sul percorso ancora da compiere per avere fonti di energia sempre più pulite e sicure. “In Giappone è un anniversario molto sentito, anche perché la situazione non è ancora definita, nonostante sia sostanzialmente sotto controllo dal punto di vista della sicurezza – spiega Marco Casolino, fisico, primo ricercatore presso l’Infn e docente all’università di Roma Tor Vergata –. La messa in sicurezza dell’area e la costruzione dei sarcofagi richiederanno ancora decenni: si tratta quindi di una ferita aperta che solo ora inizia lentamente a cicatrizzare”. Esperto di radiazioni (si è occupato di raggi cosmici e di metodi di protezione degli astronauti), Casolino collabora da anni con il centro di ricerca Riken, soggiornando spesso per lunghi periodi in Giappone. All’attività di ricerca con oltre 200 articoli pubblicati su riviste scientifiche affianca anche quella di divulgatore: proprio nel 2011, prendendo spunto dall’incidente a Fukushima, ha pubblicato il saggio Come Sopravvivere alla Radioattività (Cooper editore).

Intervista di Daniele Mont D'Arpizio, montaggio di Elisa Speronello

Fu la seconda ondata, generalmente più potente della prima, a causare il disastro”, ricorda oggi Casolino, che già in quegli anni frequentava assiduamente il Giappone. Con il sisma il sistema di sicurezza spense automaticamente i reattori, ma lo tsunami allagò i locali dei generatori di emergenza e fece cadere i tralicci; paradossalmente la centrale si trovò senza energia elettrica, vitale per tenere in funzione le pompe dell’acqua: “Fu questo a causare il disastro, non il terremoto e nemmeno direttamente il maremoto – continua lo studioso –. Nei reattori le barre di controllo erano state abbassate e la reazione si era fermata, ma l’energia prodotta dal decadimento radioattivo può continuare per anni e richiede comunque un sistema di raffreddamento”. Così in tre reattori su sei si fusero le barre di combustibile (il cosiddetto meltdown) e il contenitore interno in metallo, mentre le fughe di idrogeno provocarono una serie di deflagrazioni. Per Casolino “si trattò di esplosioni chimiche, non nucleari. Un incidente molto grave, di livello 7 (la gravità massima secondo la scala elaborata dall’Aiea, ndr), ma a differenza di Chernobyl il contenitore in cemento armato non fu scoperchiato e il nocciolo non fu esposto all’ambiente circostante, cosa che avrebbe procurato danni ben maggiori. Grazie anche al direttore dell’impianto Masao Yoshida, che con una decisione coraggiosa e controcorrente contravvenne agli ordini dei superiori della Tepco (Tokyo Electric Power Company, la più grande compagnia elettrica nipponica, ndr) e decise di raffreddare i reattori con acqua di mare, evitando conseguenze ben più gravi”.

In seguito all’esplosione fu comunque liberato nell’ambiente circostante una considerevole quantità di materiale radioattivo, in particolare cesio, obbligando il governo ad evacuare decine di migliaia di persone e facendo a lungo temere per la stessa Tokyo. Oggi a 10 anni di distanza la situazione fatica ancora tornare alla normalità, con un piano di bonifica in corso che potrebbe arrivare a costare fino a 100 miliardi di euro: compreso un avveniristico ‘muro di ghiaccio’ sotterraneo che dovrebbe impedire al materiale radioattivo di penetrare nel suolo, ma che per il momento sta sollevando diversi dubbi quanto ad efficacia. Le autorità continuano a ribadire i progressi fatti nel recupero e la messa in sicurezza dell’area, ma intanto con l’incidente qualcosa si è rotto nella fiducia dei giapponesi verso il sistema. Dei 54 reattori operativi nel 2011 nel Paese, spiega Nature in un recente editoriale, 12 furono in seguito spenti in maniera definitiva e 24 in via temporanea, inoltre il governo guidato da Naoto Kan finì sotto accusa da parte dell’opinione pubblica per l’impreparazione dimostrata nel gestire l’emergenza e le commistioni con gli interessi privati.

L’anno successivo al disastro la commissione indipendente nominata dal parlamento giapponese (Naiic) dichiarò inoltre in un rapporto che l’incidente avrebbe potuto essere evitato con un’adeguata gestione dei rischi; nel documento venivano espressamente citati alcuni tratti della cultura giapponese che probabilmente avevano facilitato il verificarsi della catastrofe e ne avevano aggravato le conseguenze, a partire da una forte gerarchizzazione e dalla tradizionale riverenza verso l’autorità.

Da questo punto di vista, racconta Casolino, Fukushima è stato un punto di svolta anche per la società giapponese, oggi meno incline a subire passivamente le versioni ufficiali provenienti da un sistema in cui politica ed economia appaiono spesso colluse in maniera alquanto opaca. Anche a livello internazionale però l’influenza di ciò che avvenne 10 anni fa si è fatta sentire: del resto se un evento così grave era accaduto in uno dei Paesi più moderni e industrializzati, con una riconosciuta ossessione per la precisione e la sicurezza, chi poteva dirsi veramente tranquillo? Non fu quindi solo sull’onda dell’emozione che Germania e Svizzera annunciarono l’uscita dal nucleare, mentre anche in Italia il governo Berlusconi IV poneva definitivamente una pietra tombale sui propositi di tornare all’atomo. Atomo su cui ancora oggi nonostante il progresso tecnologico, scrive sempre Nature, continuano a pesare alcune grosse questioni irrisolte: dalla commistione con l’industria militare alla scarsa trasparenza delle informazioni, fino al problema delle scorie e del recupero dei siti delle vecchie centrali.

Oggi si continua a parlare di nucleare come fonte alternativa rispetto a quelle fossili, complici gli obiettivi internazionali di ridurre le emissioni di CO2. Per Casolino “non è pensabile passare dall’oggi al domani alle rinnovabili senza nucleare e senza fossili, e attualmente il cambiamento climatico e petrolio fanno molti più morti del nucleare”. La stessa radioattività, conclude il fisico, è molto più facilmente rilevabile rispetto ad altri tipi di minacce: “magari ci fossero strumenti affini ai contatori geiger per misurare il pericoli dell’inquinamento o dello stesso Covid!”. Sta di fatto che il governo guidato da Yoshihide Suga ha annunciato che il Giappone diventerà carbon neutral entro il 2050: un obiettivo non facile rinunciando definitivamente al programma nucleare. A patto che questo prima o poi faccia davvero i conti con i suoi fantasmi.

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012