SOCIETÀ

L’attacco turco in Siria: una mossa attesa

Stupisce molto che le notizie che arrivano dal fronte siriano continuino a destare meraviglia tra le istituzioni europee e i media occidentali. Sembra quasi che una certa memoria corta abbia già messo da parte le operazioni turche condotte a Jarabulus e ad Afrin: la prima tra l’estate 2016 e la primavera 2017 (operazione “Scudo dell’Eufrate”), la seconda tra gennaio e marzo 2018 (operazione “Ramoscello d’ulivo”). Due missioni transfrontaliere condotte vittoriosamente sul suolo di uno Stato sovrano in dissoluzione, la Siria. Un paese che lo stesso dittatore Assad ha pensato bene di svendere per primo a Russia e Iran in cambio del sostegno alla sua causa. Tutte le offensive turche, come l’ultima di questi giorni (Operazione Fonte di Pace), avevano l’obiettivo dichiarato di sostenere l’Esercito Siriano Libero (ESL), i ribelli siriani arabi e turcomanni anti-Assad, nella lotta contro Daesh e contro le Forze Democratiche Siriane (FDS). Le FDS sono composte prevalentemente dalle milizie curde dell’Unità di Protezione Popolare (YPG), la quale non è altro che il braccio armato del Partito dell’Unione Democratica (PYD), la principale formazione autonomista curdo siriano che amministra autonomamente il Rojava nella Siria settentrionale. Il PYD a sua volta ha come suo paradigma il pensiero di Abdullah Ocalan, il leader dei separatisti curdi turchi del PKK, considerato un “fratello maggiore” del PYD e riconosciuto come organizzazione terroristica da Ankara, Bruxelles, Washington e dalla NATO.

L’occupazione turca della parte più settentrionale del Rojava ha spezzato la regione curda in due parti: est (Kobane e Jarabulus) e ovest (Afrin). I colpi di coda di queste operazioni hanno registrato casi di violenze da parte delle milizie più islamiste alleate, tuttavia per il momento non sono stati ancora confermati episodi di massacri di massa. Negli anni scorsi, davanti al successo dell’alleanza filo-turca, nessuno a livello internazionale ha mai espresso particolare indignazione. Questo perché all’epoca era gratificante che a occuparsi dei combattenti jihadisti fossero le milizie curde. Meno esaltante era constatare che senza gli aiuti aerei della coalizione USA e senza l’offensiva filo-turca, Daesh non sarebbe caduto.

Gli obiettivi turchi e le reazioni internazionali

Sono anni che Ankara ha l’obiettivo di creare una fascia cuscinetto lungo tutto il confine con la Siria (482 km di lunghezza per 28 km di profondità circa). Il programma è figlio delle trattative tra le parti coinvolte nella guerra civile (Russia, Iran, Turchia). Due sono le ragioni principali che hanno spinto la Turchia ad agire in questi giorni: per prima cosa, la zona servirebbe alla Turchia per spezzare la continuità territoriale tra YPG e PKK; il secondo obiettivo prevede che questo territorio serva come luogo di ritorno per gli oltre tre milioni di rifugiati siriani, che la Turchia ospita e per la quale viene pagata fior di milioni dall’UE. Un ripopolamento della regione con arabi e turcomanni alleggerirebbe per Ankara il problema rappresentato una regione confinante abitata da popolazioni a maggioranza curda

Ci sarebbe un terzo punto, secondo una notizia rilasciata ancora a settembre da Reutersla quale a sua volta citava l’emittente televisiva TRT. La possibilità di ricollocare i milioni di rifugiati siriani necessiterebbe di un piano urbano e sociale di proporzioni gigantesche, un vero e proprio progetto di ingegneria demografica che farebbe gola all’economia turca, soprattutto gli immobiliaristi vicini all’AKP del presidente Erdogan. Il leader turco, alle prese con il calo di consenso e con la crisi economica, starebbe cercando di spostare l’attenzione mediatica interna verso un successo esterno, mentre un entourage di imprenditori sarebbe già alla ricerca di finanziamenti per il progetto. Il rischio è che Ankara possa anche fare in futuro nuove pressioni sull'UE, minacciando di non controllare più i flussi migratori verso i Balcani se Bruxelles non dovesse sostenere il progetto turco.

Molto critica la posizione iraniana sull’intervento turco, mentre la reazione russa è parsa timida, quasi accondiscendente. L’UE e i paesi membri si sono limitati a fare i consueti proclami di denuncia contro l’offensiva militare, senza scalfire la determinazione turca e americana. Eppure ancora oggi alcuni Stati membri dell’Unione vendono armi a paesi coinvolti in conflitti, con l’Italia in testa. Una fiera dell’ipocrisia e della debolezza a cui il mondo è ormai abituato. 

Non ci si può stupire delle esternazioni di Trump. Anche il presidente americano cerca di allontanare i riflettori da questioni interne molto spinose e il ritiro dei contingenti americani è sempre un tema caldo. Va da sé che un ripiegamento completo dal nord della Siria è un buon argomento per la campagna elettorale 2020. Tuttavia, la politica estera del tycoon è dal suo punto di vista più coerente di quella del suo predecessore, che per combattere Daesh preferì scendere a patti con una piccola entità regionale, quella curdo siriana, non riconosciuta né dai vicini né dalla comunità internazionale. Una entità che però fatalmente rimaneva nemica di uno dei più grandi alleati dell’Occidente, la Turchia. Trump, dal canto suo, sostiene che gli USA debbano ritirarsi nel modo migliore possibile dal pantano mediorientale, delegando l’ordine ad altri attori locali e alleati

Il valzer delle alleanze e le prospettive

La Turchia è un attore che gli USA considerano alleato nella regione. Bisogna sottolineare che a politica estera turca si è svincolata più volte dal Patto Atlantico già prima del conflitto siriano, ma senza mai rinunciare alla NATO, come evidenzia bene il ricercatore padovano Alberto Gasparetto nel suo libro La Turchia di Erdogan e le sfide del Medio Oriente (Carocci 2018). Negli ultimi anni inoltre gli interessi turchi in Medio Oriente si sono incrociati con quelli russi. Mosca è diventato il principale interlocutore dell’area grazie al suo intervento a sostegno del regime siriano, a sua volta aiutato da una “coalizione sciita” guidata dall’Iran. È in questa cornice che Russia e Turchia sono venute a patti (accordi di Astana) per trovare la miglior intesa possibile. Non una alleanza, ma una collaborazione strategica a tempo determinato. Simile è stato il rapporto tra USA e FDS curde nella lotta contro Daesh: una collaborazione esauritasi una volta eliminato il problema jihadista. A questo punto è probabile, ma non è scontato, che le milizie FDS stringano accordi con il regime siriano in chiave autonomista e antiturca. In realtà, il timore maggiore è che le milizie curde, a seguito dell’abbandono dei territori, lascino incontrollate le carceri dove sono imprigionati migliaia di combattenti di Daesh. Oppure che nella ritirata le milizie jihadiste vengano liberate dagli stessi curdi proprio per rispondere all’attacco delle forze filo-turche.

Una guerra davvero sporca quella in Siria. Alleanze mutevoli a seconda dell’interesse del momento, che a distanza di mesi possono essere capovolte. Non ci si può stupire di tutto questo. Ciò che stupisce è continuare a stupirsi, dopo quasi nove anni di conflitto e di massacri.

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