CULTURA

L'intero universo di Gianni Rodari

Rodari, tutto intero. Prima ancora, viene da dire, Rodari inedito, almeno per quelli (e sono tanti) che associano le sue esperienze al solo mondo dell'infanziaLa realtà è più ricca, perché Rodari desidera innanzitutto essere uno scrittore per tutti e, prima di diventare "quel Rodari" legato strettamente all'universo infantile, la sua vita prende molte altre strade. "Diventa scrittore per l’infanzia per caso, violando alcune convenzioni base del suo tempo: prima fra tutte, che la letteratura rivolta ai bambini debba trasmettere modelli grondanti commozione, sacrificio e una contenuta felicità. Non che manchi una morale nelle prime filastrocche, ma il terreno è diverso: non una lezione impartita dall'alto in basso ma la chiara consapevolezza che adulto e bambino hanno una parte di mondo in comune, perciò possono parlare la stessa lingua e intendersi. Una complicità sul terreno della fantasia". Ecco, partiamo da qui, dall'incontro tra adulto e bambino, cancelliamo il confine che li tiene separati. Il poeta Andrea Zanzotto esalta la capacità di Rodari di comunicare con i più piccoli "senza piagnucolare", restando "all'altezza dell'età bambina", e questo forse perché al mondo dell'infanzia Rodari arriva attraversando, prima, altri luoghi, esplorando molte terre; vi giunge con un bagaglio di esperienza utile a intrecciare con l'infanzia la relazione più profonda e sincera possibile. 

Nel libro Lezioni di Fantastica, la storica Vanessa Roghi, già citata sopra, riesce a contenerlo e raccontarlo con cura e dovizia di particolari, ritrovandone le tracce sparse qua e là, e riordinandole. Dentro il volume, pubblicato recentemente da Laterza, trova posto Rodari intero e, al tempo stesso, accuratamente "sezionato": c'è la storia dello scrittore di favole e filastrocche, certo, ma anche un ricco approfondimento dedicato alla sua attività giornalistica, con percorsi che si intrecciano, passando dalle cronache dell’Unità e Paese Sera alla nascita de Il Pioniere, che incorona Rodari “stella nel firmamento dell’infanzia comunista italiana”.

Si racconta di un maestro “controvoglia”, per troppo senso di responsabilità, ma soprattutto di un maestro "di utopia" ("Devo essere stato un pessimo maestro - scriveva lui stesso - ma forse non antipatico ai bambini, perché sapevo inventare storie"). E, tra le pagine, trova spazio l'impegno politico con il Pci, fatto di passione e lucida critica, e il suo interesse per il Movimento di cooperazione educativa (Mce), che gli permette di incontrare il maestro ed educatore Mario Lodi, il quale, proprio del rapporto con Rodari, scrive: "La nostra amicizia è nata durante i convegni del Movimento di cooperazione educativa che nell'immediato dopoguerra si è trovato di fronte ad un grosso problema; noi eravamo una minoranza, che era arrivata al massimo ad avere 7.000 adesioni, nei confronti dei 220.000 maestri della scuola italiana; però eravamo fortemente motivati dal fatto che noi, pur non avendo mai vissuto in libertà, perché avevamo frequentato la scuola ‘del fascismo’, ora, caduta la dittatura fascista, vissuta la liberazione, avevamo la nuova legge da interpretare e insegnare". Un ricordo che possiamo accompagnare con una riflessione dello stesso Rodari, il quale in poche parole chiarisce lo spirito del Mce, della rivoluzione avviata da Giuseppe Tamagnini che vuole portare la scuola in luoghi lontani dal centro: "Un’altra caratteristica italiana del Movimento consiste nell'aver sviluppato il concetto di classe scolastica come comunità". Nel 1953 Rodari viene incaricato dall'Unità di seguire il convegno sulla didattica organizzato a Pescara da Raffaele Laporta e, in questa occasione, inserendosi nel dibattito, anche il Pci si attiva e risponde: le parole scelte dal matematico Lucio Lombardo Radice per l'editoriale del primo numero di Riforma della scuola, rivista che dal 1955 diventa punto di riferimento per gli insegnanti comunisti, puntano l'attenzione su una scuola, quella italiana, che "è rimasta indietro, è arretrata, non risponde alle esigenze della società di oggi, non è uno stimolo, ma piuttosto un freno al suo necessario sviluppo", e sottolineano l'importanza di calare lo spirito scientifico in ogni materia, "il rigore di documentazione, rigore e ardimento di deduzione logica, fantasia creatrice e insieme capacità di modificare o correggere un’idea, una intuizione quando essa non sia confermata dalla pratica e dalla analisi della ragione".

I libri, i giornali, la politica, la scuola, sono davvero tanti gli "insiemi" di Rodari: "Lo consolava la matematica degli insiemi. Riflettendo sui suoi casi facilmente scopriva di far parte di numerosi insiemi così catalogabili..." (Il Caffè, 1968). Quello di Roghi è un ambizioso e felice (perché ben riuscito) "tentativo di raccontare, da un punto di vista storico, la sua biografia ricca e complessa - qui è lei stessa a spiegarcelo -, a partire dai libri letti e quelli scritti, dagli interventi sulla stampa, dalle lettere ad amici, dagli appunti di viaggio alle note sulla scuola. Una ricerca che si interroga sul senso stesso della parola ‘intellettuale’, sul suo ruolo nell'Italia del dopoguerra e quindi nella nostra contemporaneità. Il tentativo di raccontare un Gianni Rodari tutto intero, e non a una unica dimensione, dicendone soltanto tutto il bene possibile. Problematizzandolo, facendolo tornare ad essere uomo del suo tempo, datato a volte, eppure nell'insieme, ancora, attuale”.

... vi sono allusioni a questioni del nostro mondo e del nostro tempo, alcune scoperte, alcune nascoste, sepolte in profondità sotto le parole Gianni Rodari, presentazione di "C’era due volte il barone Lamberto", Einaudi, Torino 1978

Dunque non vengono messi in discussione i punti fermi, la nostra relazione con Rodari scrittore per ragazzi, tradotto in tutto il mondo, oggetto di culto in Russia e Brasile, resta una certezza, ma la bellezza di questa biografia risiede nella scoperta del suo continuo movimento, della sua ricerca costante, delle sue passioni, del suo pensiero politico, dei tanti luoghi abitati. E così, partendo da una conoscenza "superficiale" del suo percorso, con felice sorpresa, per chi per esempio svolge lo stesso mestiere, si scoprono i dettagli di un Rodari giornalista a tempo pieno, che partecipa alla vita di redazione, intento a scrivere un pezzo di cronaca o cultura, di un cronista che passa dall'Unità a Paese Sera e lì scrive le sue 26 righe da 60 battute. Tullio De Mauro ricorda di come spesso arrivasse al giornale in taxi e durante quei brevi spostamenti in auto fino alla redazione, chiacchierando con i tassisti, "elaborasse i suoi corsivi". Si legge in C’era una volta Paese Sera (Parpaglioni): "Era il migliore di tutti noi. Era anche il più irriverente e trasgressivo. [...] Nella sua testa c’era sempre un groviglio di cose strampalate: tali apparivano a chi si adagiava a pensare sempre sullo stesso binario e sempre con le stesse parole. A lui invece piaceva stappare i cervelli [...]. Quando arrivava al giornale si faceva le sue chiacchieratine in corridoio, entrava nella stanza dello sport, in quella degli esteri, agli spettacoli. Dopo la lettura dei giornali scriveva l’articolo o più spesso il Benelux. Erano 26 righe di 60 battute. Palmo della mano destra sulla guancia, meditava e fumava. Poi la partenza del pezzo lentissima, accompagnata da lunghe tirate. Scriveva, si fermava, prendeva appunti sul cartoncino di una scatola di minerva. Parola dopo parola, sigaretta dopo sigaretta, arrivava al traguardo del suo Benelux non prima di un’ora. Spesso ci metteva di più. I suoi temi preferiti erano la cronaca e il costume". Nel 1974 sarà sempre De Mauro a definirlo un classico, nel senso usato da Italo Calvino, come Collodi e De Amicis. 

Ho trovato in libreria a Milano Filastrocche in cielo e in terra di Rodari, illustrato da Munari con finti scarabocchi. L’ho letto in treno. Ho provato la forte sensazione che ti dà un cielo pulito dalla burrasca, che spazza via di colpo nebbie stagnanti Mario Lodi, 7 novembre 1960

A Paese Sera Rodari potrà occuparsi della questione linguistica, un'esplorazione che ne definirà il percorso, fino all'approdo a Einaudi, con cui Rodari inizia un lungo viaggio, partendo da Filastrocche in cielo e in terra del 1960, illustrato da Bruno Munari (per dieci anni sarà affidata a lui la grafica dei libri di Rodari per Einaudi) e con la realizzazione, infine, del suo più noto slogan programmatico Tutti gli usi della parola a tutti, ne La grammatica della fantasia (1973). L'opera più nota di Rodari è il "compendio di trent'anni di riflessioni sulla lingua, il suo uso e la sua potenza liberatrice" e scrigno della Fantastica, "cardine tra la fantasia e la ragione", scoperta nell'inverno 1937-1938, mentre, in un fattoria sulle colline del lago Maggiore, insegna italiano ad alcuni bambini ebrei tedeschi in fuga dalle persecuzioni razziali, e nelle pause, passeggiando tra i boschi, legge i Frammenti di Novalis: "Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare". Un principio che, da quel momento, ne guida il pensiero, un tema diventato per lui centrale e sviluppato con cura nel tempo, in cui il rapporto tra fiaba e realismo accende un confronto poetico e, insieme, politico, perché, come fa notare Roghi, "il rovesciamento, l’assurdo, il fantastico sono utili strumenti per immaginare un mondo nuovo". 

O giornalista inviato speciale / Quali notizie porti al giornale? / Sono stato in America, in Cina, / in Scozia, Svezia ed Argentina Gianni Rodari

Che bello rintracciare Rodari in così tanti luoghi, scoprirne evoluzioni, scelte e pensieri ripercorrendo le tappe, gli incontri e le età, gli stadi di consapevolezza, le necessità, ascoltando il dialogo fitto e fruttuoso tra le sue tante anime vivaci. Questa, si diceva, è una bella opportunità per spostare l'attenzione su aspetti meno noti ma estremamente rilevanti della sua vita. Quello che ci viene offerto è un approfondito lavoro di studio e ricerca che meriterebbe ogni biografia: i grandi si dovrebbero raccontare così, sempre. Senza tralasciare nulla, abbandonando la superficie, scendendo giù, in fondo, girando l'angolo più e più volte, cambiando direzione, se necessario, per ricollegarsi alla via principale solo alla fine.

"Rodari ha inventato un nuovo modo di guardare il mondo, ascoltandolo, fino alla fine, con il suo orecchio acerbo, e così facendo ha portato l’elemento fantastico nel cuore della crescita democratica dell’Italia repubblicana", scrive Roghi, e con questa sintesi voglio concludere: "Rodari è stato un intellettuale. E se un intellettuale è una persona in grado di dare un senso a quello che sta sotto gli occhi di tutti, rompendo lo specchio della duplicazione, tenendo a mente il passato e il futuro, allora Gianni Rodari è stato un meraviglioso intellettuale".

Il gioco, pur restando un gioco, può coinvolgere il mondo Gianni Rodari, Manuale per inventare storie, in "Paese Sera", 9 e 19 febbraio 1962

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