SOCIETÀ

Manicomio di Colorno, esperienza di rivoluzione psichiatrica

Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi’. Recitava così il primo articolo della legge numero 36 del 1904 ‘Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati’.

I manicomi erano quindi luoghi destinati a ospitare chiunque arrecasse pericolo (a se stesso o agli altri) ma anche chi fosse ritenuto d’inciampo, d’ostacolo (dal greco skàndalon) in generale alla società e al suo progresso. Nasce nell’800 il manicomio come luogo destinato alla cura dei malati, sulla base delle nuove idee diffuse nel secondo Settecento dall'Illuminismo e con l'affermazione dei diritti dell'uomo e del cittadino propagati dalla Rivoluzione francese. In realtà questi luoghi, che avevano come obiettivo principale quello di controllare i malati e non di curarli, rappresentano la continuità con i luoghi di segregazione e reclusione che li hanno preceduti dove il malato riceveva assistenza, ma era anche soggetto a punizioni e costrizioni, e dove le condizioni igieniche e di vita estramente  precarie. 

La grande rivoluzione arriva con al legge chiamata ‘Basaglia’ (Legge 13 maggio 1978, n.180 - "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori") che, disponendo la chiusura dei manicomi e promuovendo una nuova concezione della salute e della dignità della persona malata di mente, ha rappresentato una vera e propria svolta nel mondo dell’assistenza ai pazienti psichiatrici.

“Quella psichiatrica rimane, nella cosiddetta stagione dei movimenti, – spiega Ilaria La Fata del Centro studi movimenti di Parma – una rivoluzione compiuta. La svolta che porta la legge 180 apre realmente le porte al cambiamento anche se, all’epoca, quella rivoluzione ha interessato soltanto le provincie più avanzate dove già si era avviata qualche forma di sperimentazione (pochissime negli anni ’70) – continua La Fata –; la 180, inoltre, non era finanziata, oltre a essere stata subito assorbita nella riforma sanitaria, e questo aspetto ha fatto si che solo le provincie più emancipate abbiano potuto perseguire nell'immediato qualche tipo di sperimentazione, mentre per molte le altre è stato più difficile”.

L’esperienza del manicomio di Colorno, collocato nell’ex palazzo ducale a circa 15 chilometri da Parma, rappresenta un momento importante nella storia della rivoluzione psichiatrica. Al momento dell’apertura nel 1873, i pazienti qui ricoverati erano 131; cento anni dopo, con 4 psichiatri e 40 infermieri operativi, l’ospedale ne accoglieva oltre un migliaio. A un secolo dall'apertura, la gestione risultava sempre più difficile, le condizioni di vita e lavoro all’interno sempre più inumane e si cominciava a sentir parlare, a poche centinaia di chilometri (all’ospedale psichiatrico di Gorizia) di nuove tecniche e terapie, di abolizione dell'elettroshock, di cancelli e reparti aperti. Iniziava infatti nel 1968, proprio nella cittadina friulana, la prima esperienza anti-istituzionale nell'ambito della cura dei malati di mente voluta e diretta dallo psichiatra Franco Basaglia che tenta di trasferire il modello della comunità terapeutica all’interno dell’ospedale e inizia a considerare il malato, per la prima volta, come un uomo.

Nell’aprile dello stesso anno a Parma i primi a scendere in piazza per protestare furono gli infermieri di Colorno. La loro battaglia trovò l’appoggio degli studenti di Medicina di Parma che il 2 febbraio del 1969 occupano l’ospedale psichiatrico per 35 giorni, documentando e raccontando  questa triste e sconosciuta realtà.

L’ospedale psichiatrico di Colorno passa sotto la direzione di Franco Basaglia nel1970 per alcuni anni, fino alla definitiva chiusura avvenuta alla fine degli anni ’90.

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