SOCIETÀ

Economia, il Nobel agli studi sulla causalità

Aumentare i salari minimi diminuisce l’occupazione? L’arrivo degli immigrati impoverisce davvero i lavoratori autoctoni? Qual è l’impatto della scolarizzazione sulla retribuzione? Questioni fondamentali per il vivere comune prima ancora che per la scienza economica, alle quali per molto tempo è stato difficile dare risposte evidence-based. Fino a quando un gruppo di economisti, a partire dagli anni ’90, ha studiato e messo in pratica un nuovo approccio nello studio del mercato del lavoro, dimostrando l’importanza per le scienze sociali dei cosiddetti ‘esperimenti naturali’ (natural experiments). Va a tre ricercatori statunitensi con doppio passaporto l’edizione 2021 del “Premio della Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel per le scienze economiche”: David Card (che è anche canadese e si aggiudica metà del premio), Joshua Angrist (israeliano) e Guido Imbens (olandese).

Più che per una scoperta in particolare, la commissione ha voluto premiare soprattutto il lavoro svolto da questi studiosi sul metodo. Come è noto, per rispondere alle loro grandi questioni le scienze sociali come l’economia non hanno a disposizione dati sperimentali, a differenza di fisica, biologia e medicina. Come ad esempio stabilire con certezza l’impatto economico dell’immigrazione su una società, dato che è apparentemente impossibile trovare due comunità assolutamente identiche sotto tutti gli aspetti, salvo che per il fatto di comprendere o meno anche dei migranti tra i propri componenti? Gli Stati sono ricchi perché hanno più immigrati, oppure gli immigrati tendono a scegliere Paesi più ricchi? Correlazione non significa causalità e nelle scienze sociali, a differenza che nei laboratori, è difficile isolare un gruppo di controllo per un raffronto. Un problema a prima vista insormontabile e che per alcuni ha minato a lungo la stessa credibilità dell’economia come scienza: è noto ad esempio che il testamento di Alfred Nobel non prevedesse un premio per l’economia e che questo sia stato aggiunto solo nel 1969, tra diverse contestazioni, per celebrare i 300 anni della Sveriges Riksbank.

Ora la particolarità del lavoro di David Card, così come sviluppato e affinato da Angrist e Imbens, è aver intuito che nella realtà possono già esistere delle situazioni in cui gruppi umani estremamente omogenei differiscono solo per uno o più aspetti facilmente isolabili. Un esempio, descritto in un celebre articolo pubblicato nel 1993 da David Card e da Alan Krueger (che non ha potuto essere premiato con il Nobel in quanto deceduto nel 2019), è quello degli effetti dell’aumento del salario minimo sull’occupazione. Per studiarli i due economisti presero in considerazione  i fast food al confine tra il New Jersey, nel quale era stato appena approvato un aumento dell’8% del salario minimo, e la Pennsylvania. E il risultato fu che, contrariamente a quanto ci si aspettava, l’aumento non aveva provocato alcuna diminuzione della forza lavoro.

Un altro esempio è dato dallo studio pubblicato nel 1992 da Angrist e Krueger sugli effetti della scolarizzazione sul reddito medio di un individuo. I due erano partiti dalla differenza  di trattamento tra chi nasceva prima della mezzanotte del 31 dicembre e coloro che venivano alla luce il 1° gennaio: i primi infatti sarebbero andati a scuola un anno prima rispetto agli altri, da cui non erano differenziati in alcun modo. Dai dati presentati da Angrist e Krueger è emerso come i nati all’inizio dell’anno tendevano ad avere un reddito del 9% più basso rispetto ai nati nell’ultimo quarto, perché costretti dalle leggi sull’istruzione a un anno di scolarizzazione in più (negli Stati Uniti si poteva lasciare la scuola al compimento di 16 o 17 anni, a seconda dello Stato).

“Il punto saliente del Nobel di quest’anno sta nella scelta di premiare un metodo che permetta di individuare con una certa sicurezza relazioni di causa-effetto in ambito sociale”, commenta per il Bo Live Lorenzo Rocco, docente di microeconomia e microeconometrics presso l’università di Padova, dove svolge ricerche soprattutto negli ambiti dell'economia del lavoro e dell'economia sanitaria. “Da anni adotto nei miei corsi il libro di David Card e cito ai miei studenti le ricerche di Angrist e Imbens: credo che si tratti un ottimo premio, per certi versi dovuto dopo il Nobel a James Heckman nel 2000”.  “Nel mondo dell’economia applicata, diciamo così, ci sono due grandi scuole – continua lo studioso –. Quella di Chicago, guidata da Heckman, punta molto sulla corretta modellizzazione dei comportamenti; in quella di Boston, premiata quest’anno, si cerca di essere più ‘agnostici’, cercando il modello statistico più semplice e indipendente possibile da assunzioni e ipotesi di partenza. A quel punto, una volta trovato l’‘esperimento naturale’ adatto, la risposta viene direttamente dai dati. Un approccio che ha portato a una vera e propria credibility revolution in ambito economico”.

Gli ‘esperimenti naturali’, è spiegato nelle motivazioni del Nobel, sono più numerosi di quanto possa sembrare, e grazie all’opera di una generazione di economisti sono diventati fondamentali non solo per lo sviluppo delle scienze sociali, ma anche come strumento a disposizione dei decisori politici per valutare gli effetti delle loro scelte in ambito economico. Un’assegnazione che evidenzia – in particolare dopo quella del 2019 ad Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer – il forte interesse dell’accademia delle scienze svedese per le ricadute politiche e sociali degli studi economici.

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