SCIENZA E RICERCA

Nuova luce sulle origini dell'uomo e la sua storia

Luce sarà fatta sull'origine dell'uomo e la sua storia”. Così Charles Darwin concludeva, nel 1859, L'origine delle specie, consapevole delle conseguenze, ancora inconfessabili, che la teoria dell'evoluzione avrebbe avuto sulla concezione umana.

Dal 4 al 6 settembre a Padova si è tenuta la XXIII Conferenza dell'Associazione Antropologica Italiana (Aai), la cui organizzazione è stata coordinata da Luca Pagani, antropologo molecolare del dipartimento di biologia, che si occupa di genetica umana. Oggi l'antropologia biologica è un campo di studi in fermento, sia per il rapido sviluppo delle tecniche di analisi, sia perché ogni anno nuove scoperte mettono in discussione quello che si dava per assodato.

È il caso del cranio di Homo sapiens rinvenuto in Grecia, nella caverna di Apidima, ridatato a 210.000 anni fa, un'epoca in cui molti credevano che sapiens non potesse essere ancora uscito dall'Africa. Un altro mistero che gli antropologi stanno tentando di risolvere è l'estinzione dei Neanderthal, nostri cugini evolutivi con cui abbiamo convissuto in Europa fino a poche decine di migliaia di anni fa. Stefano Benazzi, professore di antropologia al dipartimento di beni culturali all'università di Bologna, presente alla conferenza Aai, dal 2017 coordina un progetto di ricerca finanziato dall'Erc (European Research Council) per provare a gettar luce proprio su questi punti bui della nostra storia evolutiva: grazie a un team interdisciplinare tenterà di capire cosa è successo quando gli esseri umani moderni hanno raggiunto l'Europa meridionale e come questo abbia influito sulla fine dei Neanderthal.

In questa intervista Benazzi racconta anche il contributo fornito dal laboratorio di osteoarcheologia e paleoantropologia, da lui diretto, a un paper recentemente pubblicato su Nature, in cui viene presentato il cranio fossile di un esemplare di Australopithecus anamensis, vissuto 3,8 milioni di anni fa nell'attuale Etiopia.

Stefano Benazzi, professore ordinario di antropologia all'università di Bologna, racconta della ricostruzione in 3D il cranio di "anamensis" e anticipa una scoperta, che sarà pubblicata nelle prossime settimane, sull'estinzione dei Neanderthal

Per la prima volta infatti è stato rinvenuto il cranio fossile di un'australopitecina, appartenente alla specie anamensis, la più antica del genere Australopithecus, grazie al quale si delinea con maggiore chiarezza un antico ramo dell'albero dell'evoluzione umana, adiacente a quello su cui era seduta Lucy.

La collaborazione internazionale del progetto è stata coordinata da Yohannes Haile-Selassie del Cleveland Museum of Natural History. Il suo team ha rinvenuto un cranio fossile, completo al 60%, in Africa nel 2016 nel sito di Woranso-Mille, a poche decine di chilometri dal sito che aveva restituito nel 1974 il fossile di Lucy, Australopithecus afarensis vissuta 3,2 milioni di anni fa.

La prima scansione micro-tomografica del reperto, nominato Mrd, è stata compiuta alla Pennsylvania State University, ma poi la palla è passata nelle mani di Stefano Benazzi, e del suo dottorando Antonino Vazzana. I due si sono occupati della ricostruzione in 3D del cranio fossile, dando un contributo decisivo alla scoperta.

Animazione della ricostruzione 3D del cranio fossile, Mrd, di Australopithecus anamensis rinvenuto in Etiopia. Per gentile concessione di Stefano Benazzi e Antonino Vazzana

Sono state le caratteristiche morfologiche della zona temporale del cranio, della mascella e dei canini a far propendere i ricercatori ad assegnare questo individuo, maschio, alla specie anamensis, già nota, ma fino ad ora poco studiata, proprio per la carenza di reperti a disposizione: si conoscevano frammenti ossei di mascelle e denti, ma mai era stato rinvenuto un cranio quasi completo.

E le sorprese non sono mancate, perché il cranio fossile studiato da Benazzi riporta un mix di caratteristiche “trattenute e derivate”, come dicono i paleoantropologi. Se alcuni tratti infatti sono da considerarsi arcaici, condivisi con generi più antichi come Sahelanthropus e Ardipithecus (cranio allungato in senso antero-posteriore), altre caratteristiche facciali (zigomi e parte inferiore del viso) sono più simili a quelle riscontrati in australopitecine più recenti.

Del resto l'ambiente in cui viveva quest'individuo era altrettanto misto: un secondo articolo su Nature, partendo dalle analisi dei resti vegetali fossili, ha delineato l'habtiat in cui Mrd deve aver vissuto, identificando le rive di un lago, in parte asciutto, in parte salato, circondato da aree boschive. A quell'epoca erano in atto lenti ma profondi cambiamenti climatici, la foresta stava lentamente cedendo il passo alla savana e dunque la locomozione quadrupede tipica della vita arboricola era da poco stata sostituita dalla postura bipede.

All'interno di una popolazione di questi individui c'erano probabilmente gli avi di Lucy, ma ciò non significa che anamensis sia evoluto linearmente in afarensis. Sulla base delle analisi morfologiche e filogenetiche, i ricercatori hanno dimostrato che le due specie differiscono più di quanto ci si aspettasse e che hanno convissuto nelle stesse regioni per più di 100.000 anni, intorno ai 3,5 milioni di anni fa, in pieno Pliocene. Da un gruppo di anamensis sono nati gli afarensis, ma i primi non si sono fatti sostituire dai secondi. Le due specie si sono sovrapposte, hanno convissuto, fino a che le popolazioni dei primi, i più arcaici, si sono via via ridotte fino ad estinguersi.

Oggi ancora non sappiamo da quale popolazione siano nati i primi individui del genere Homo, sappiamo solo che sono vissuti in Africa, all'alba del Pleistocene, poco prima di 2,5 milioni di anni fa.

POTREBBE INTERESSARTI

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012