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La pandemia e la sindrome da burnout per medici e personale sanitario

Nella lotta contro il Covid-19, il compito più difficile è sicuramente quello di chi lavora nel settore sanitario. Il lavoro di medici e infermieri si è intensificato enormemente nell'ultimo anno, e lo stress fisico ed emotivo che devono sopportare rischia di avere delle gravi ripercussioni sul loro benessere psicologico. Uno dei maggiori pericoli a cui va incontro un professionista del settore sanitario è la cosiddetta sindrome da burnout.

Abbiamo approfondito le caratteristiche di questa condizione psicologica e mentale insieme alla professoressa Roberta Maeran, docente di psicologia del lavoro e delle organizzazioni all'università di Padova.

“Si è soliti parlare di sindrome di burnout con riferimento a una specifica condizione di disagio vissuta da chi lavora nel settore sanitario, anche se negli ultimi anni quest'espressione viene utilizzata anche quando ci si riferisce ad altri tipi di professionisti, il cui lavoro prevede un rapporto tra un operatore e un utente, anche se quest'ultimo non è necessariamente un paziente”, spiega la professoressa Maeran. “Viene usato, ad esempio, anche nell'ambito della scuola, in cui è centrale il rapporto tra docente e allievo.

Burnout vuol dire, letteralmente, “bruciarsi”, e a soffrire di questa sindrome, tra i lavoratori nel settore sanitario, sono generalmente le persone più giovani, che iniziano con molto entusiasmo, che fanno quel lavoro per vocazione e che hanno studiato con impegno per svolgerlo al meglio. Sono dunque persone che hanno scelto con convinzione la loro professione, e che hanno delle aspettative che però vengono deluse. Questo succede principalmente a causa di problemi organizzativi, che implicano un carico di lavoro troppo alto, difficoltà nella gestione dei turni, spesso a causa della carenza di personale, problemi nel prendere ferie, e soprattutto la sensazione di non riuscire a portare a termine il loro lavoro con l'attenzione e la disponibilità con cui vorrebbero farlo.
La conseguenza di questi problemi è una specie di ritiro psicologico da parte della persona in questione, che cambia radicalmente il suo comportamento: abbandona l'entusiasmo iniziale e diventa più cinica, iniziando a distaccarsi dalla situazione lavorativa. Continua quindi a fare quello che gli viene richiesto, ma senza un impegno o una cura particolare. Con l'aumento di questo distacco dai propri pazienti, si crea una situazione particolarmente critica per chi la vive. L'empatia cede il posto a un atteggiamento di chiusura e freddezza nei rapporti. Questo stato di ansia critico non resta poi confinato all'ambito lavorativo, ma si ripercuote su tutti gli aspetti della vita quotidiana”.

Come si previene questa sindrome? Ed è possibile trovare un modo, per chi ne soffre, per riprendersi e ritrovare il suo entusiasmo?

“Si può uscire da questa situazione, anche se bisognerebbe piuttosto cercare di evitare di ritrovarcisi dentro. Per prevenirla è necessario che ci sia consapevolezza da parte dell'organizzazione di riferimento. È molto importante avere, all'interno del contesto di lavoro, una buona supervisione, delle figure di riferimento e un gruppo con cui confrontarsi e assieme al quale affrontare le situazioni critiche. Se si creano dei conflitti all'interno del gruppo di lavoro, la situazione peggiora ulteriormente. Poi, naturalmente, esistono anche delle attività di supporto terapeutico, come ad esempio gli sportelli di ascolto, che possono aiutare le persone a recuperare, se si trovano in una situazione critica. Ad accompagnare il sostegno psicologico, ovviamente, ci dovrebbe essere anche un intervento di ristrutturazione organizzativa mirato a risolvere le difficoltà che hanno causato l'insorgere di sintomi da burnout”.

In questo periodo, il rischio di un crollo psicologico è maggiore del solito per chi lavora nel settore sanitario? E che differenza può fare il supporto da parte della società civile nei loro confronti? Se all'inizio dell'emergenza medici e infermieri erano acclamati come eroi, in quest'ultimo periodo questo atteggiamento è venuto a mancare. L'avere a che fare con persone che negano il virus e che protestano contro le misure di contenimento influisce in qualche modo sulla tenuta psicologica di questi professionisti?

“Al momento non si sono studi di riferimento, ma è verosimile ritenere che nell'ultimo periodo la forte tensione a cui devono far fronte i professionisti del settore sanitario sia particolarmente presente”, riflette la professoressa Maeran. “Durante il lockdown, c'è stata una risposta molto pronta e determinata da parte loro, che in molti casi ha comportato anche una costrizione fisica, come ha testimoniato anche la fotografia dell'infermiera stremata dal lavoro, diventata virale in tutto il paese.

Allo stesso tempo, però, c'era anche un forte supporto esterno da parte del pubblico, che valutava in maniera estremamente positiva il loro lavoro. Quello è stato un incentivo fondamentale.
Ora però è un anno che devono resistere a una pressione continua, sono sottoposti a ritmi pesanti e hanno visto ammalarsi e morire tantissime persone, anche all'interno del personale sanitario. Se a questo aggiungiamo il fatto che il supporto esterno è venuto a mancare e che le condizioni organizzative non sono ottimali, anche per la mancanza di personale, tutta quella carica iniziale è molto ridotta, e il rischio di burnout è più alto. In aggiunta a questo, c'è da tenere presente anche la pericolosità dell'attività che stanno svolgendo. Hanno dovuto convivere ogni giorno sia con il rischio di essere contagiati, ma anche con la paura di portare il virus all'esterno dell'ospedale, alle loro famiglie.

Essendo il settore sanitario particolarmente pressato, al momento è molto difficile condurre delle ricerche sulle ripercussioni psicologiche dell'emergenza sanitaria su chi lavora al suo interno. Ci sono comunque degli studi in corso, quindi sarà molto importante vedere quali saranno i loro esiti, non solo per quanto riguarda la sindrome da burnout, ma anche per capire in generale quanto siano aumentati il disagio, lo stress, e quell'affaticamento da lavoro che rischia di diventare una fatica cronica, ovvero una condizione in cui la persona non ha più la forza di far fronte alle richieste che provengono dall'ambito lavorativo, per cui soffre per un forte squilibrio tra quello che crede di riuscire a dare e quello che le viene richiesto”.

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