SOCIETÀ

Paolo Borrometi: "Dovete avere il coraggio di ammettere che le mafie ci sono anche al Nord"

Paolo Borrometi è nato a Ragusa nel 1983 e dall’agosto del 2014 è costretto a vivere sotto scorta. La sua è una famiglia di avvocati ma lui, dopo essersi laureato in giurisprudenza, nel 2010 ha iniziato a fare il giornalista. A 31 anni, precisamente il 16 aprile 2014, mentre era nella sua casa di campagna è stato aggredito vigliaccamente alle spalle da due uomini incappucciati. Aggressori che, dopo avergli rotto una spalla in più punti ed averlo lasciato a terra in una pozza di sangue gli dissero: “U capisti? T’affari i cazzi tuoi. U capisti?”. Paolo aveva dato fastidio a qualcuno e pochi mesi dopo la sua vita è stata completamente stravolta.

“Ogni tanto un murticeddu [un morto], vedi che serve! Per dare una calmata a tutti! Un murticeddu, sai, così... un murticeddu, c’è bisogno... così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli, tutti mafiosi, malati di mafia! Un murticeddu…”. E’ questa la frase intercettata a Giuseppe Vizzini (detto «u Marcuotto»), braccio destro del capomafia di Pachino, Salvatore Giuliano, alleato al clan catanese dei Cappello. Marcuotto parlava con con i suoi figli, Andrea e Simone, proprio del piano che avevano organizzato per uccidere Paolo e la sua scorta.

Nelle intercettazioni l’ordine è chiaro: Cosa Nostra chiede di uccidere Paolo Borrometi, il giornalista “scomodo” che indaga sui suoi affari. La “colpa” di Paolo Borrometi secondo i boss mafiosi era la solita: quella di parlare troppo. Paolo con una delle sue tante inchieste aveva colpito proprio dove alla mafia fa più male, aveva colpito al portafoglio.

Quel giornalista lo vorrei vedere morto Giuseppe Vizzini "U Marcuotto"

Vizzini, il braccio destro di Salvatore Giuliano, ammise davanti ai giudici che sì, «a quel giornalista lo vorrei vedere morto per i gravissimi danni economici che mi ha arrecato con i suoi articoli». Danni economici, ovvero gli affari milionari che faceva la sua azienda, azienda espulsa dal Consorzio Igp proprio dopo la pubblicazione di un’inchiesta di Paolo Borrometi.

Il cronista siciliano che proprio in questi giorni ha dato alle stampe il suo primo libro è stato il protagonista dell’evento di chiusura del Mese della Formazione promosso da Niuko Innovation & Knowledge, società per la formazione di Unindustria Padova (oggi integrata in Assindustria Venetocentro) e Confindustria Vicenza

Durante l’incontro Le mafie nel tessuto economico, oltre gli stereotipi, in dialogo con Claudio Malfitano, giornalista de Il Mattino di Padova, Borrometi ha ripercorso alcuni dei temi al centro del suo Un morto ogni tanto (Solferino Libri), denuncia senz’appello su un fenomeno ritenuto in declino e in realtà sempre più pervasivo. Sul suo sito indipendente La Spia.it Borrometi denuncia ormai da anni gli intrecci tra mafia e politica e gli affari sporchi che fioriscono all’ombra di quelli legali. Dallo sfruttamento e dalla violenza che si nascondono dietro la filiera del pomodorino Pachino Igp alla compravendita di voti, dal traffico di armi e droga alle guerre tra i clan per il controllo del territorio.

E’ principalmente sul tema delle agromafie quindi, che si è concentrato il lavoro di Paolo, un settore che rappresenta oggi uno dei business più remunerativi per la criminalità organizzata, con un volume d’affari in continua crescita, secondo solo al traffico di droga. Un settore che, secondo il quarto rapporto Agromafie e caporalato realizzato nel luglio del 2018 dall’Osservatorio Placido Rizzotto, parlando solo di forza lavoro, coinvolge tra i 400.000 e i 430.000 lavoratori irregolari in forme di caporalato.
Questa però è una storia che non riguarda e non deve riguardare solo il sud. Le mafie prosperano dove più possono assorbire e il nostro territorio è un territorio ricco, ricco di imprese, e quindi soldi, e quindi linfa vitale per le organizzazioni criminali. Riconoscerla però non è facile. Bisogna scordare la lupara, l’atteggiamento, il comportamento mafioso intorno a noi è sempre più quello dei colletti bianchi, quello degli investimenti, quello che colpisce il territorio proprio sui suoi punti deboli, come ad esempio grandi costruzioni e strutture recettive, e Padova e dintorni son sicuramente luoghi in cui il turismo è fondamentale.

“Il fenomeno quindi è tutto unico”. Giuseppe Madonia, Pasquale Messina, Diego Lamanna a Vicenza, Domenico Multari, Domenico Mercurio in provincia di Verona, Giuseppe e Filippo Graviano, Cesare Longordo, Giuseppe Salvatore Riina, Nicola Imbriani, Pompeo Tavella e Giuseppe Avignione a Padova, Daniele Misiano, Vito Zappalà, Valerio Criviello, Rosario Lo Nardo, e ancora Costantino Sarno, Massimiliano Schisano, Vincenzo Pernice, Salvatore Gemito, Antonio Barra, Vito Galatolo e Luigi Cimmino a Venezia: questi sono solo i nomi di latitanti o pregiudicati presenti in Veneto.

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