SOCIETÀ

40 anni da 'U Maxi, il processo che cambiò la storia d'Italia

Sedicimila pagine, 475 imputati in primo grado, 460 in secondo grado, più di 200 avvocati presenti. E poi ancora: 19 ergastoli, 2665 anni di reclusione inflitti, sette anni di processo, 85 udienze, più di 400 i provvedimenti assunti dalla Corte. Sono numeri che già da soli fanno capire l’imponenza di quello che è stato definito il Maxiprocesso

Sono passati 40 anni dall’inizio, il 10 febbraio 1986, del processo più grande della storia d’Italia. Un processo che ha portato alla fine della mafia stragista, ma ad un prezzo altissimo.

Per capire come si sia arrivati al Maxiprocesso bisogna partire da un testo fondamentale in tema di mafie intitolato: Mafia. Le origini e la struttura. È un saggio degli anni ‘70, scritto da Henner Hess e con la prefazione italiana di Leonardo Sciascia. La tesi, cercando di riassumere in poche parole un testo cardine, è che i mafiosi siano semplicemente uomini che si comportano e agiscono in un determinato modo, “che ne costituisce la caratteristica esclusiva ed essenziale”. La mafia quindi vista come metodo, una visione che spesso ancora oggi in zone che non hanno dato i natali alle mafie storiche fa fatica ad emergere. 

Dalla mafia degli anni Sessanta riprodotta in Salvatore Giuliano di Francesco Rosi in poi la filmografica su Cosa Nostra è stata ingente e, a tratti, più goliardica che reale. Il Padrino di Francis Ford Coppola non si può non citare ma il percorso che vogliamo proporre è un altro. È quello che non mitizza il lato delinquenziale bensì fa capire come cercare di combattere la mafia in quegli anni fosse un mestiere arduo e pericoloso. Uomini guidati dal senso del dovere e della legalità che andavano incontro a delle condanne a morte. 

Il film La mafia uccide solo d’estate di Pif racconta con leggerezza ma serietà proprio il contesto sociale in cui dovevano lavorare queste persone. Non è un racconto giudiziario, ma un controcampo indispensabile: mostra la Palermo degli anni Settanta e Ottanta così come la vivevano i cittadini comuni, mentre la mafia era parte del paesaggio. È in questo contesto che nasce il pool antimafia e prende forma il Maxiprocesso.

La mafia era talmente organizzata da poter uccidere, tra i tanti, magistrati come Cesare Terranova, poliziotti o Generali come Boris Giuliano e Carlo Alberto Dalla Chiesa, la cui uccisione nel 1982 segna un punto di non ritorno nel rapporto tra Stato e mafia. Contribuisce inoltre a creare il clima politico e istituzionale in cui, pochi anni dopo, nascerà il pool antimafia e si arriverà al Maxiprocesso, come raccontato dal figlio Nando dalla Chiesa in Delitto imperfetto: il generale, la mafia, la società italiana (edizioni Melampo, 2007). A finire sotto il fuoco mafioso furono anche politici, come Piersanti Mattarella o Pio La Torre. Una striscia di delitti imponente che costrinse la magistratura a cercare d'essere, anche lei, più organizzata.


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La nascita del pool antimafia

È stata questa l’intuizione del consigliere istruttore Rocco Chinnici, che ruppe l’isolamento dei magistrati e sperimentò il metodo del pool, cioè la condivisione degli atti, una responsabilità comune e una lettura sistemica dei fenomeni mafiosi.

Chinnici, i cui scritti sono raccolti in L'illegalità protetta. Le parole e le intuizioni del magistrato che credeva nei giovani fu ammazzato con 75 chilogrammi di tritolo piazzati sulla sua auto il 29 luglio 1983. A prenderne il testimone fu Antonino Caponnetto, capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sul quale Rai Cultura ha realizzato un documentario firmato da Simona Fasulo, per la regia di Leonardo Sicurello.

Il pool antimafia poi, era composto anche da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Per capire a fondo che cos’era basta leggere C'era una volta il pool antimafia. I miei anni nel bunker, proprio di Leonardo Guarnotta.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino invece, sono i due più tristemente famosi. Ammazzati anche loro, diventati loro malgrado degli eroi antimafia, la cui storia è stata raccontata in molti modi diversi. Noi consigliamo due mezzi non comuni: un fumetto, edito da BeccoGiallo e un podcast, Qui si fa l’Italia.

Ci sono numerosi podcast che raccontano il true crime della mafia. Pentiti o sedicenti tali che partecipano a show realizzati da intrattenitori, puntate monotematiche in cui il crimine non viene analizzato ma mitizzato ed è per questo che abbiamo deciso di non aggiungere altro prima di raccontare che cos’è stato il Maxiprocesso. In questo caso ci sentiamo di consigliare un libro fresco di stampa. ‘U Maxi è uscito proprio oggi 10 febbraio 2026 per Feltrinelli, ci fa entrare nell’aula bunker di Palermo e ci fa sedere in prima fila, “là dove l’Italia ha smesso di tacere. Il Maxiprocesso non è stato soltanto un evento giudiziario: è un romanzo nazionale di sangue e denaro, paure e resistenze, in cui la lingua delle carte si accende in scene, volti, voci”. 

L’autore è Pietro Grasso che, tra le cose, è stato giudice a latere nel Maxiprocesso a Cosa nostra e procuratore capo a Palermo, oltre che procuratore nazionale antimafia dall’ottobre 2005 al gennaio 2013 e Presidente del Senato.

Le carte processuali del Maxiprocesso

Per chi volesse invece leggere con i propri occhi le carte processuali, sempre oggi, nell’anniversario dei 40 anni dall’inizio del Maxiprocesso, il museo MuST23 (Museo Stazione 23 maggio, giorno della strage di Capaci dove morirono Giovanni Falcone, la magistrata e moglie del giudice Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro) ha lanciato un progetto che unisce memoria civile e tecnologie digitali. Con un grande lavoro di archivio, tutte le 16 mila carte processuali sono ora a disposizione di chiunque.

Gran parte di quello che sappiamo su Cosa Nostra infine, ci arriva proprio dal Maxiprocesso e da un pentimento. È quello del mafioso Tommaso Buscetta, interpretato da Pierfrancesco Favino nel film di Marco Bellocchio Il Traditore.

Sulla mafia e sulle mafie si può e si deve scrivere una quantità infinita di articoli o libri. Il materiale a disposizione è veramente molto ma ci sono due ultime cose che ci sentiamo di consigliare, perché riguardano due persone che hanno influito in modo significativo su chiunque senta il tema delle mafie come cruciale per la propria vita. 

Peppino Impastato e I Cento Passi

La prima riguarda Peppino Impastato. Su di lui sono stati scritti librifumetticanzoni. La figura di un giovane ragazzo che ha il coraggio di urlare che “la mafia è una montagna di merda!” e percorrendo i cento passi che distanziavano casa sua da quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti a Cinisi, vicino Palermo, ha formato intere generazioni di ragazze e ragazzi che hanno urlato e continuano a urlare ciò che Peppino disse sotto la finestra di Tano Seduto. Marco Tullio Giordana a Peppino Impastato ha dedicato il film I Cento Passi.

Shooting the mafia, la lezione di Letizia Battaglia

Come abbiamo detto sulla mafia, su cos’ha fatto, su come si è arrivati al pool antimafia e al Maxiprocesso di 40 anni fa sono stati scritti fiumi d’inchiostro. C’è un modo però per capire in modo diretto e immediato che cos’è la mafia. Sono le fotografie di Letizia Battaglia, un colpo allo stomaco che non lascia spazio ad interpretazione. L’ultimo consiglio di questo percorso in memoria del Maxiprocesso a Cosa Nostra è proprio il documentario Shooting the mafia, su Letizia Battaglia.

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