SOCIETÀ

Prove di premierato fallite, in Liechtenstein

Potere al popolo sì, ma fino a un certo punto. Gli elettori del minuscolo Principato del Liechtenstein, incastonato tra le Alpi al confine tra Svizzera e Austria, 6° in classifica tra gli Stati più piccoli del mondo con i suoi 160 km², hanno appena respinto a larga maggioranza un referendum, indetto dal partito populista di destra “Democratici pro Liechtenstein” (DpL), che proponeva l’elezione diretta del capo del governo e dei ministri, investitura che attualmente è nelle facoltà del Landtag, il Parlamento locale (cui spetta la designazione) e del principe (che formalmente nomina i componenti del governo). La bocciatura era nell’aria, visto che contro il progetto si erano apertamente schierati i due principali partiti che attualmente governano in coalizione, l’Unione Patriottica (VU) e il Partito dei Cittadini Progressisti (FBP), ma anche il partito d’opposizione socialdemocratico Freie Liste (FL) e la stessa Casa Reale. Tuttavia s’immaginava che il risultato sarebbe stato più combattuto, più sul filo: invece oltre due terzi degli elettori (il 68%) hanno detto chiaramente “no”. Il primo ministro Daniel Risch, leader dell’Unione Patriottica, si è detto “sollevato” per il risultato del voto: «È un chiaro segno che la popolazione è soddisfatta dell’attuale sistema politico», ha commentato, sottolineando con una punta di rammarico soltanto la scarsa affluenza al voto, appena il 66,5%. Soddisfatto anche il principe ereditario Alois del Liechtenstein (il principe in carica è suo padre, Hans Adam II, che ha demandato proprio ad Alois la gestione degli affari correnti), che al quotidiano locale Vaterland ha dichiarato: «È stato un bene che il popolo abbia potuto votare su una questione su cui abbiamo dibattuto per decenni. Accolgo con favore il fatto che i cittadini abbiano preso una decisione così chiara. Ciò consoliderà ulteriormente la stabilità della nostra posizione e per il nostro successo economico».

Un microstato “prudente e riservato”

Meno soddisfatto Thomas Rehak, presidente del partito “Democratici pro Liechtenstein” e principale fautore del progetto di modifica costituzionale: «Di certo siamo delusi da questo risultato». Come anche Erich Hasler, deputato del DpL: «La popolazione evidentemente non è ancora pronta per compiere questo passo. Ma la discussione è stata avviata. Vedremo cosa accadrà nei prossimi anni». I contrari al referendum avevano definito il progetto di riforma costituzionale “un esperimento pericoloso”. E così è stato letto dalla maggioranza dei liechtensteiner, gli elettori del principato (la lingua ufficiale è il tedesco), che hanno voluto mantenere il “filtro” del Landtag e il bilanciamento dell’impianto costituzionale. Una decisione importante perché nonostante le dimensioni ridotte del Principato (nemmeno 40mila abitanti, compresi i “soggiorni temporanei”, poco più di 20mila elettori, un Parlamento di 25 seggi, appena 4 ministri a comporre la squadra di governo) si tratta comunque di un’indicazione, di un precedente politico, su un tema che alcuni partiti di destra cominciano ad accarezzare e che potrebbe presto diventare “caldo” a livello europeo (e l’Italia sull’argomento è capofila: l’attuale governo ha già presentato un disegno di legge, ora all’esame del Parlamento, che prevede tra l’altro l’introduzione del “premierato”, e l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri).

Del resto era improbabile che uno scossone del genere potesse arrivare dal Liechtenstein, uno stato profondamente conservatore (è stato l’ultimo in Europa, nel 1984, a concedere alle donne il diritto di voto nelle elezioni nazionali), geloso delle proprie peculiarità, delle proprie ricchezze, della propria riservatezza, capace di muoversi negli anni con oculata prudenza arrivando a toccare l’eccellenza assoluta in termini di gestione dell’economia, sia pubblica sia privata. Che è il suo vero punto di forza, soprattutto da quando è riuscito a scrollarsi di dosso (anche se non del tutto) l’etichetta di “paradiso fiscale” per affermarsi come centro finanziario a tutti gli effetti legittimo. Il Liechtenstein, come altri “microstati” (Andorra, San Marino), non fa parte formalmente dell’Unione Europea (i costi di adesione sono assai elevati), ma con l’UE intrattiene rapporti privilegiati: è l’unico microstato che è parte dello Spazio Economico Europeo (dal 1995) dopo essere diventato membro a pieno titolo dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) nel 1991, porta d’accesso per il mercato unico dell'UE (e dunque il Liechtenstein è obbligato ad applicare le leggi dell’Unione Europea, comprese le norme anticorruzione, antiriciclaggio e sulla trasparenza). Dal dicembre 2011 fa parte a pieno titolo degli accordi di Schengen sulla libera circolazione. Lo scorso dicembre l’agenzia di rating Standard&Poors global ha confermato per il Liechtenstein (dove non circola l’euro, ma il franco svizzero) il rating sovrano AAA, il più alto possibile in termini di solvibilità, basato principalmente sulla “buona salute” dei bilanci pubblici. Nel suo rapporto, S&P Global ha elogiato il Principato per l’impegno ad aderire al Fondo Monetario Internazionale, per l’ottimo livello di approvvigionamento energetico e per le misure, attuate dal governo, per la transizione del Liechtenstein verso fonti energetiche sostenibili.

Da paradiso fiscale a “centro finanziario”

Al di là della definizione più o meno corretta di “paradiso fiscale”, resta il fatto che il Liechtenstein (che può vantare uno dei Pil pro capite più alti al mondo) offre una tassazione straordinariamente favorevole, che lo rende assai attrattivo sia per le imprese straniere sia per i “paperoni”, che in gergo tecnico vengono chiamati con l’acronimo HNWI (High Net Worth Individual, vale a dire “individui ad alto patrimonio netto”). E probabilmente non è un caso che un importante capitolo dell’inchiesta giudiziaria attualmente in corso sull’eredità di Gianni Agnelli arrivi proprio a Vaduz, la capitale del Principato. Qui i redditi annui inferiori a 15mila franchi svizzeri (il cambio è appena superiore all’euro) sono esenti dal pagamento di qualsiasi imposta. E per quelli superiori, soltanto sugli utili maggiori di 200mila franchi svizzeri viene applicata un’aliquota massima dell’8%. Scrive Il sito InternationalWealth, specializzato in consulenze per gli investimenti offshore: «Alla fine del 2018, l’Unione europea ha escluso il Liechtenstein dal suo elenco di paradisi fiscali dopo che il paese ha adottato una legislazione che allinea i suoi requisiti di trasparenza finanziaria alle norme dell'UE per dimostrare l’impegno a combattere l’evasione fiscale e le attività finanziarie illecite. Ciononostante, la sua reputazione di giurisdizione midshore a bassa tassazione rimane intatta». Un’altra eccellenza del Liechtenstein è l’Università, con la Business School e la Business Law School che hanno ottenuto, lo scorso dicembre, l’accreditamento  AACSB (Association to Advance Collegiate Schools of Business), il più alto standard di riconoscimento per le scuole di business in tutto il mondo.

A guidare la politica del Liechtenstein resta così la Casa Reale, una monarchia tra le più potenti in Europa, tutt’altro che “decorativa”, con il principe che ricopre un ruolo preponderante sulle azioni del governo, muovendosi a tutti gli effetti come un capo di stato. E questo ai Lichtensteiner continua a piacere: in un referendum costituzionale del 2003, gli elettori avevano addirittura ampliato il potere nelle mani del principe, mentre nel 2012 avevano respinto a larghissima maggioranza (76%) un progetto di legge che mirava a limitare, in nome di un’accresciuta democrazia, il potere politico nelle mani della famiglia reale. Così il principe mantiene ancora oggi, oltre all’autorità di sciogliere il governo o il Parlamento, il diritto assoluto di porre il veto su qualsiasi decisione presa dal Parlamento. Quindi è a lui, a Sua Altezza Serenissima, che spetta il merito di aver saputo garantire al suo piccolo stato non soltanto ricchezza, ma anche un’immagine di stabilità e di affidabilità, economica e sociale. Scrive Freedom House, l’Istituto che certifica la “libertà nel mondo”, nel suo rapporto pubblicato lo scorso anno (nel quale il Liechtenstein ha ottenuto 90 punti su 100): «Le libertà sociali personali sono ampiamente protette e nel 2022 sono stati compiuti passi importanti per rafforzare i diritti delle persone LGBT+. Nel novembre 2022, il parlamento ha adottato a stragrande maggioranza una mozione per introdurre un disegno di legge che legalizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Mentre a dicembre, il parlamento ha approvato una mozione governativa che prevede pieni diritti di adozione per le coppie dello stesso sesso» (e l’arcivescovo di Vaduz, Wolfgang Haas, non ha gradito). Nessun passo in avanti invece sul diritto all’aborto, che resta vietato per legge nel Principato (a meno che non sia a rischio la vita della donna, se la gravidanza è conseguenza di uno stupro o se la madre aveva meno di 14 anni al momento del concepimento), mentre sono ampiamente tollerate le “trasferte” oltre i confini di Svizzera e Austria. Ma il Principe Hans Adam II si oppone a qualsiasi progetto di liberalizzazione.

POTREBBE INTERESSARTI

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012