SOCIETÀ

Quell’alleanza tra pm e giornalisti

Quella dei rapporti tra politica e giustizia è una ferita che si riapre a intermittenza: ce lo ricordano le numerose inchieste giudiziarie sui politici e da ultimo anche quella su autorevoli esponenti del Csm e i loro rapporti con i partiti. Una linea di faglia che secondo molti si è aperta con l’inchiesta “Mani pulite”, di cui proprio in queste settimane si torna a parlare: la scomparsa di Francesco Saverio Borrelli e la recente notizia del pensionamento di Ilda Boccassini hanno infatti richiamato l’attenzione su quel periodo decisivo della nostra storia recente. Per questo ci rivolgiamo al giornalista Bruno Perini, che dei fatti di quella fatale primavera del 1992 fu testimone oculare.  “Allora lavoravo al Manifesto ma ero soprattutto specializzato in economia, borsa e finanza – racconta a Il Bo Live dopo 27 anni –. Quando fu arrestato Mario Chiesa (il 17 febbraio, ndr) il mio direttore e mentore Valentino Parlato mi chiamò e mi disse che lì a Milano stava succedendo qualcosa di importante: ‘Dài, stacca con l’economia per un mesetto e poi ritorni’. Quel mesetto durò 10 anni”.  “Gli altri giornali – continua Perini – soprattutto dopo il primo avviso di garanzia a Craxi, avevano due-tre colleghi fissi solo per Mani Pulite. Io ero solo ma avevo vantaggio: conoscevo già tutti i manager e i dirigenti. Le prime inchieste infatti, ad esempio quella per la costruzione della metropolitana, riguardavano soprattutto le grandi aziende”.

E così iniziata è l’avventura.

“Fu una grande kermesse. I magistrati capirono che non si trattava di un episodio ma di un vero e proprio sistema di corruzione che vedeva coinvolti partiti e imprese. Una specie di patto per spartirsi gli appalti in cambio di finanziamenti, e chi non pagava veniva escluso. I politici così vennero indagati per concussione, gli imprenditori per corruzione”.

Cosa ti colpì in particolare quei giorni?

“Per la prima volta la stampa italiana, che prima era molto dipendente dai poteri economici, si sentì come liberata. In Italia i grandi giornali erano controllati dai grandi gruppi industriali e bancari, mentre le televisioni erano in mano alla politica e a Berlusconi. Con Mani pulite questo sistema entrò in crisi: per la prima volta i giornali pubblicavano in prima pagina persino gli arresti e le confessioni che implicavano i loro stessi proprietari! Sparirono all’improvviso inibizioni e divieti, nemmeno i direttori potevano più fermare le notizie: anche perché a un certo punto furono gli stessi imprenditori ad andare spontaneamente dai magistrati. Un’altra cosa nuova fu che si creò una sorta di patto tra noi professionisti che seguivamo quelle vicende: il cosiddetto pool dei giornalisti”.

Sparirono all’improvviso inibizioni e divieti, nemmeno i direttori potevano più fermare le notizie

Pool dei giornalisti’? Di cosa si trattava?

“All’inizio giravano anche molte notizie false, messe in giro per screditare la stampa. Così noi giornalisti decidemmo di fare qualcosa: prima di andare in redazione ci riunivamo e verificavamo insieme le informazioni, così tutti a fine giornata avevano le stesse notizie. A volte era anche un problema, perché il giorno dopo alcuni articoli erano quasi identici: in questo modo però bloccammo parecchie polpette avvelenate. Poi a un certo punto prevalse la concorrenza e anche il nostro pool si sciolse, ma quello che accadde in quei mesi rimane un fenomeno interessante e inedito.

Ci fu una strategia mediatica dei pm?

“Da sempre i giornalisti hanno le loro fonti primarie di informazione: la differenza è che in questo caso si trattava proprio dei magistrati e degli avvocati. Ci fu una specie di patto di copertura reciproca tra procura e giornalisti: data la delicatezza della situazione – veniva messo in discussione l’intero potere economico del Paese – c’era  in qualche modo bisogno di un’alleanza, quindi le notizie uscivano. Non fu tanto questione di strategia, ma per la prima volta i giornalisti avevano un rapporto più stretto con la procura piuttosto che con poteri forti”.

Oggi questo non ti pare una forzatura?

“Non è facile capirlo, ma prima del ‘92 i giornalisti e gli stessi magistrati erano molto succubi del potere politico ed economico. Nell’84 facevo già cronaca giudiziaria quando fu arrestato Ettore Bernabei, potentissimo ex direttore generale della Rai: firmare l’ordine fu Gherardo Colombo, che poi avrebbe fatto parte del pool. L’inchiesta fu molto osteggiata da stampa, opinione pubblica e partiti. Non parliamo poi del palazzo di giustizia di Roma, il famoso ‘porto delle nebbie’. Quando scoppia Mani Pulite per la prima volta certi interessi possono essere toccati, i magistrati e i giornalisti prendono finalmente in mano il loro destino. Questa secondo me è la sintesi di quest’epoca dal punto di vista mediatico.

Era in discussione l’intero potere economico del Paese, c’era  in qualche modo bisogno di un’alleanza tra magistrati e politici

Con il senno di poi credi che ci sia stato un accanimento particolare contro Dc e Psi?

“Non credo: a Milano fu arrestata tutta l’ala migliorista dell’ex Pci, la corrente moderata che faceva riferimento a Macaluso e agli amendoliani, e anche Epifanio Li Calzi, il famoso ‘architetto del Pci’. Forse anche i comunisti presero le tangenti, ma Primo Greganti non ha mai ammesso niente mentre gli altri correvano letteralmente dietro ai magistrati per confessare. È ovvio che gli esiti dipendevano dalla collaborazione degli indagati; Giampiero Pesenti ad esempio (anche lui morto da poco, ndr) che noi chiamavamo addirittura ‘sotto-Dio’, era uno dei più potenti imprenditori italiani. Una sera tardi si presentò dal gip Italo Ghitti per fare dichiarazioni, confessando di aver pagato molte più tangenti di quanto credessero gli stessi magistrati. Così quella sera andò agli arresti domiciliari invece che a San Vittore: manager e imprenditori erano infatti terrorizzati soprattutto dal carcere.

Il crollo di un sistema.

“Di solito citiamo solo i grandi, ma quante volte nel palazzo di giustizia degli sconosciuti chiedevano a noi giornalisti dove fosse l’ufficio di Di Pietro. Tutti imprenditori che andavano a confessare, e così l’inchiesta si allargava a macchia d’olio, dato che ogni confessione implicava anche altri personaggi”.

A 27 anni di distanza che giudizio dài su quell’inchiesta e sui suoi effetti?

“Allora pensavamo che un fosse elemento di positività, oggi vediamo che quella operazione, pur così lunga e radicale, non ha interrotto il circolo della corruzione: non ha lavorato sulla mentalità delle persone, anche se questo non era responsabilità dei magistrati. La via giudiziaria si è rivelata insufficiente, ma forse quella fase era necessaria. Non rimpiango certo lo strapotere dei partiti, il Caf e tutti i disastri che hanno combinato, a cominciare dal debito pubblico che ancora ci troviamo a pagare”.

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