SOCIETÀ

Noi e la bomba. Ambizioni e limiti della deterrenza nucleare in Europa

Sempre più spesso si torna a parlare di deterrenza nucleare: le continue minacce di Vladimir Putin e l’incertezza – per usare un eufemismo – delle garanzie offerte dagli Stati Uniti riaprono infatti interrogativi che si pensavano archiviati con la fine della Guerra fredda. 

Per capire se e quanto queste domande siano davvero nuove, è utile tornare indietro nella storia; precisamente a quando, tra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, persino l’Italia si interroga su come assicurarsi un ruolo in un mondo dominato dall’arma atomica, muovendosi su un doppio binario: da un lato all’interno della NATO, dall’altro mantenendo aperti margini di autonomia nazionale ed europea. 

A parlarne a Il Bo Live è Leopoldo Nuti, storico delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre e tra i massimi studiosi del complesso e travagliato rapporto tra il nostro Paese e le armi nucleari. “Parlare di bomba atomica italiana sarebbe fuorviante”, avverte lo studioso, in occasione del seminario presso il Dipartimento Spgi (Carlo Patti curatore scientifico). “Emerge tuttavia abbastanza presto nel dopoguerra un forte interesse a raggiungere una propria rilevanza politica e strategica sulla scena internazionale, per la quale viene considerata necessaria anche una qualche forma di status nucleare”.

È in questo clima che prende forma, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, l’ambizioso progetto franco-italo-tedesco di una ‘bomba europea’: ipotesi spesso liquidata come velleitaria ma che nasce in un momento di forte insicurezza strategica, in seguito al primo test sovietico di un missile intercontinentale e il lancio, il 4 ottobre 1957, dello Sputnik


Leggi anche: Sputnik 1: 68 anni fa l’alba dell’era spaziale


Le trattative si svolgono a livello politico-militare, con il diretto coinvolgimento dei ministri della Difesa dei tre Paesi: per l’Italia è Paolo Emilio Taviani a seguire il dossier, in stretto dialogo con l’omologo francese Jacques Chaban-Delmas e con il tedesco Franz-Josef Strauss. È Taviani stesso nel dicembre del 1957 a chiarire il senso strategico dell’operazione davanti al Consiglio supremo di Difesa: l’Europa, spiega, “non può dipendere per la propria difesa soltanto dagli Stati Uniti” e deve “pensare per tempo a un nostro potenziale nucleare”, attraverso una cooperazione paritaria con Francia e Germania.

In questo quadro si inserisce anche il ruolo del CAMEN di Pisa, il Centro per le applicazioni militari dell’energia nucleare avviato nel 1955. Dotato di un reattore di ricerca a piscina fornito dalla Babcock & Wilcox e divenuto operativo nel 1963, il centro rappresenta uno snodo cruciale delle competenze italiane nel settore: ufficialmente dedicato allo studio della difesa dagli effetti delle armi nucleari, è al tempo stesso uno degli strumenti attraverso cui l’Italia si accredita come partner tecnologicamente credibile in una possibile Europa nucleare. Un’ambiguità che riflette bene l’intera stagione: tra aspirazioni di autonomia strategica, cooperazione europea e i vincoli, sempre più stringenti, dell’ordine nucleare internazionale.

Il tramonto della “bomba europea” e il TNP

Intanto il 25 marzo 1957 sono stati firmati i Trattati di Roma, che danno vita non solo alla Comunità Economica Europea ma anche alla Comunità europea dell'energia atomica. Solo pochi anni prima, nel 1954, era naufragato il progetto di una Comunità Europea di Difesa (CED): un’eredità che pesa indirettamente anche nel dibattito sull’Euratom, data la natura essenzialmente dual use del nucleare: “Durante il negoziato si discute, ad esempio, della creazione di un impianto europeo di separazione isotopica che, se realizzato, potrebbe implicitamente avere anche capacità militari”, prosegue lo studioso.

“Già nel marzo del 1958 comunque il destino della ‘bomba europea’ sembra essere, almeno temporaneamente, accantonato: sopravvive però l’idea di una cooperazione industriale sull’arricchimento dell’uranio. A pesare sono i costi, ma anche esigenze e visioni strategiche differenti: da allora la strada verso l’acquisizione di una propria forza dissuasione nucleare verrà percorsa in modo autonomo dalla sola Francia. L’arrivo del Trattato di non proliferazione nucleare, firmato nel 1968 ed entrato in vigore nel 1970, tende a congelare i rapporti di forza esistenti, chiudendo definitivamente la finestra di possibilità di altre bombe nazionali a livello europeo: “Non a caso all’inizio il trattato viene guardato con diffidenza e persino avversato proprio dalla Germania e dall’Italia, in particolare dagli ambienti diplomatici”.

Il TNP ridimensiona dunque le aspirazioni nazionali, senza però cancellarle del tutto. L’Italia continuerà infatti convintamente a ospitare armi nucleari americane sul proprio territorio e a partecipare a decisioni cruciali, come quelle sugli euromissili: “Il contesto degli anni Ottanta è però almeno in parte diverso rispetto a quello degli anni Cinquanta – sottolinea Nuti –, anche se rimane immutata l’ambizione di utilizzare le scelte relative allo schieramento delle armi nucleari per collocare l’Italia al centro dei meccanismi decisionali dell’alleanza. In questo quadro si colloca anche la scelta di sviluppare un programma nucleare civile avanzato, non tanto per costruire la bomba ma per non restare esclusi da un eventuale futuro scenario europeo, nell’ipotesi, allora tutt’altro che peregrina, di una futura Europa federale dotata di una propria politica di difesa”. 


Leggi anche: Hiroshima e Nagasaki: 80 anni dopo il rischio nucleare è ancora aperto


Parallelamente l’Italia investe su vettori e piattaforme. L’incrociatore Garibaldi fu ristrutturato alla fine degli anni Cinquanta per ospitare i missili americani Polaris e si arriva persino a testarne il sistema di lancio negli Stati Uniti. Washington però non concederà mai una forma di partecipazione all’uso dell’arma, con il pretesto di presunti problemi tecnici ma con il vero motivo che questo sarebbe apparso come un favoritismo nei confronti degli altri alleati, in primo luogo la Germania.

Stesso destino per il progetto di un sottomarino a propulsione nucleare; dopo il rifiuto americano di collaborare, Roma ripiega su una nave di superficie – la futura Enrico Fermi – e si procura l’uranio arricchito dalla Francia. Ancora una volta però il progetto si rivela troppo costoso e viene abbandonato alla fine degli anni Settanta. Restano sulla carta anche i missili nazionali Alfa a media gittata, “straordinariamente simili ai Polaris, testati più volte e frutto del lavoro di una Marina militare estremamente interessata a questa dimensione nucleare”.

I conflitti all’interno della NATO, ieri e oggi

Questa lunga storia aiuta a ricordare, tra l’altro, come la NATO sia sempre stata caratterizzata da continue tensioni, in parte legate alla disparità di potenza tra gli Stati Uniti e gli alleati europei. Una storia fatta di conflitti ricorrenti, “quasi sempre però ricondotti entro un quadro di ragionevolezza: persino quando la Francia nel 1966 esce dalla struttura militare integrata il futuro dell’Alleanza non viene mai messo in discussione”.

Il nodo semmai è un altro e si ripresenta ciclicamente: la credibilità della garanzia americana, nucleare o non nucleare. “Già nel negoziato del Patto Atlantico – ricorda Nuti – l’articolo 5 è il punto più critico, perché Washington rifiuta l’automatismo del casus foederis. Un attacco contro uno è un attacco contro tutti, ma ciascuno agirà secondo le proprie procedure costituzionali: una formula che introduce fin dall’origine un margine di incertezza destinato in seguito ad ampliarsi”.

Tensioni che oggi sembrano ancora più difficili da ricomporre: “Finora nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai messo pubblicamente in discussione la logica e la sopravvivenza dell’Alleanza, come invece vediamo accadere oggi”, spiega lo studioso. L’attitudine logica transactional della seconda presidenza Trump segna un salto di qualità: “rifiuta quei meccanismi negoziali multilaterali che, pur con fatica, hanno tenuto insieme la NATO per settant’anni”.

Da qui il ritorno, quasi ossessivo, del dibattito su una possibile deterrenza nucleare europea. Un’ipotesi che Leopoldo Nuti definisce “non impossibile ma al momento molto difficile. La cooperazione franco-britannica esiste da tempo e negli ultimi anni si è persino rafforzata nonostante la brexit: non ha tuttavia ancora prodotto una vera extended deterrence sul modello di quella americana”. 

Si torna così a parlare di riarmo, di modernizzazione degli arsenali e perfino di una possibile ripresa dei test nucleari. Ma il problema, ricorda Nuti, resta innanzitutto politico: una deterrenza nucleare europea implicherebbe decisioni condivise su sovranità e uso dell’arma atomica, un passaggio che nessun Paese è finora disposto a compiere. Dopo quasi settant’anni, l’Europa torna a interrogarsi sulla deterrenza senza aver sciolto le sue ambiguità di fondo, in un contesto internazionale sempre più drammaticamente instabile.

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012