SOCIETÀ

La ricetta c’è: ripartiamo dalla cultura

La crisi economica conseguente la crisi sanitaria da Covid-2019 morde anche il settore culturale. L’impressione è che morda soprattutto il settore culturale. Non si va al cinema né a teatro. I distributori non distribuiscono, gli editori non editano, gli autori non guadagnano. Se questa percezione coglie almeno in parte la verità – e i dati statistici dicono che la coglie in pieno – allora significa che, ancora una volta, non abbiamo compreso che, anche con il virus alle calcagna, viviamo nella società e nell’economia della conoscenza. E che se in Italia della conoscenza continuiamo a fare a meno nella società e nell’economia, allora siamo destinati a perdere direttamente la partita economia e, indirettamente, anche quella sanitaria.

Ma mettiamola in positivo: per ripartire occorre, appunto, ripartire dalla cultura. Non ce lo dicono solo gli economisti più avveduti di tutti il mondo. Ce lo dice anche la storia. In tema di ripartenza dopo una catastrofe, la memoria corre a novant’anni fa: alla grande crisi del ’29

Fino al 24 ottobre 1929 nessuno aveva dubbi: l’economia correva a briglia sciolta e nulla avrebbe potuta arrestarla. Poi all’improvviso in quel «giovedì nero» destinato a diventare famoso, ecco l’impensabile (o meglio, l’impensato): la Borsa di New York subisce un clamoroso crollo e innesca la «grande crisi» che investe l’economia degli Stati Uniti e del mondo intero. In realtà, neppure di fronte alla recessione e alla disoccupazione dilagante, il presidente Hoover, teorico dell’associazionalismo, reagisce alla crisi e l’amministrazione ne resta fuori. Perché le cose cambino occorre attendere, come abbiamo detto, che il democratico Franklin Delano Roosevelt vinca le elezioni, il 4 marzo 1933, e sostituisca Herbert C. Hoover alla Casa Bianca. Su impulso del nuovo presidente, la tradizione di «non intervento» viene finalmente infranta e per la prima volta nella storia degli Stati Uniti lo Stato irrompe nella vita sociale della nazione americana. È il New Deal

Roosevelt ruppe il paradigma fondativo della federazione secondo cui lo stato non deve intervenire in economia e avviò un vasto programma di spese federali, secondo le teorie dell’economista inglese John Maynard Keynes. Gli investimenti dello stato riguardarono molti campi. Anche e soprattutto la cultura. 

Il coraggioso presidente, che guiderà poi gli Stati Uniti alla vittoria contro il nazifascismo nella Seconda guerra mondiale non si limitò a sovvenzionare le maree di disoccupati, pagandoli anche per scavare buche e poi riempirle (leggi lavori inutili), come spesso si favoleggia. Fece molto di più. Tant’è che la sua azione può essere presa a modello. Oggi più che mai, che la creatività può esprimersi in tempo reale sulle piattaforme informatiche.

Tra i “progetti per la ripartenza”, puntualmente realizzati, tre dei più importanti progetti furono quelli compresi nel cosiddetto Progetto Federale n.1, noto anche come Federal One, che finanziò per la prima volta piani di lavoro per insegnanti, scrittori, artisti, musicisti e attori disoccupati. IFederal Writer’s Project, il Federal Theatre Project e il Federal Arts Project diedero un lavoro – un nuovo lavoro, innovativo – per diversi anni a più di ventimila knowledge workers (come li chiameremmo oggi), tra i quali c’erano Richard Wright, Ralph Ellison, Nelson Algren, Frank Yerby, Saul Bellow, John A. Lomax, Arthur Miller, Orson Welles, Sinclair Lewis, Clifford Odets, Lillian Hellman, Lee Strasberg (il fondatore del mitico Actor’s Studio) ed Elia Kazan (devo questo elenco al nostro Bruno Arpaia).

Tutte queste persone non furono chiamate a scavare buche per poi riempirle di nuovo. Al contrario: furono chiamati a produrre opere d’arte (migliaia di manifesti, disegni, murales, sculture, pitture, incisioni…), ma anche a insegnarla, l’arte, a creare nuove generazioni di artisti o comunque a creare una nuova sensibilità artistica. Gli fu assegnato il compito di catalogare i beni culturali (dio solo sa quanto ne avremmo oggi bisogno in Italia). E queste persone adeguatamente finanziate crearono e/o vivificarono un centinaio di community art centrese di gallerie in luoghi e regioni in cui l’arte era completamente sconosciuta. Sempre Bruno Arpaia ci ricorda che in tre anni, nella sola New York, più di dodici milioni (12.000.000!) di persone assistettero agli spettacoli teatrali incentivati dal Federal Theatre Project

Nel contempo il Writer’s Project, con un investimento di 27 milioni di dollari in quattro anni, produsse centinaia di libri e opuscoli, registrò storie di vita di migliaia di persone che non avevano voce e le classificò in raccolte etnografiche regionali, ma soprattutto, con le American Guide Series, contribuì a ridare forma all’identità nazionale degli Stati Uniti, che la Grande Depressione aveva profondamente eroso, fondandola su ideali più inclusivi, democratici ed egualitari. 

Da questa attività gli Stati Uniti uscirono non solo più ricchi e uniti, ma anche con meno disuguaglianza sociale.

Come succede anche oggi di qua e di là dell’Atlantico, All’iniziativa di Roosevelt non mancarono gli oppositori, secondo cui i sostenitori dell’idea che la cultura è un lusso e, soprattutto, un lusso di sinistra. Dal maggio del 1938, sotto la guida di due «illuminati statisti» come Martin Dies e J. Parnell Thomas, la Commissione della Camera contro le attività antiamericane non smise di accusare i tre Progetti di essere al soldo di Mosca e non si arrese fino a quando non furono fermati. Poi, venne la guerra e molti sogni si infransero. Intanto, con quel solido lavoro culturale alle spalle, le fondamenta di una nuova consapevolezza di sé e di una nuova idea di futuro erano comunque gettate

Nacque così una componente importante dell’industria culturale americana, che divenne egemone durante e soprattutto dopo la guerra, diventando contemporaneamente una componente importante dell’economia americana. 

Sì, anche durante la guerra la svolta di Roosevelt continuò ad autoalimentarsi. Il principale esempio, capace di modificare la specializzazione produttiva di quel grande paese, partirà proprio durante la guerra, grazie a un altro liberale illuminato, Vannevar Bush, il consigliere di Roosevelt, che elaborò il famoso rapporto Science: the Endless Frontier: considerato a torto il manifesto della politica culturale e scientifica moderna, mentre è in realtà il manifesto della moderna politica economica. Oggi più valido che mai. Secondo Bush, che consegnò il rapporto a Harry Truman nel giugno 1945, due mesi dopo la morte di Roosevelt, il motore dell’innovazione è la scienza. E. dunque, il governo per avviare la ripartenza a conflitto finito deve investire non solo nella cultura, per così dire, umanistica, ma anche in quella scientifica. In particolare nella scienza di base o, come la chiamiamo oggi, curiosity-driven, diretta solo dalla curiosità degli scienziati. 

La storia ha dimostrato che mai intuizione fu più felice. Gli Stati Uniti hanno fondato sulla cultura (scientifica e umanistica, anche popolare) la loro leadership mondiale nel Secondo dopoguerra. E il modello americano è diventata una ricetta universale. Oggi la perseguono anche la Cina e le tante “tigre asiatiche”, a partire dal Giappone e dalla Corea del Sud.

Ma cosa ci dice, tutto questo, a noi qui in questo momento in Europa? Che abbiamo bisogno di un leader coraggioso e lungimirante come Roosevelt (e di grandi consiglieri come Vannevar Bush) per ripartire dopo la crisi del coronavirus dalla cultura (scientifica e umanistica), dalla scuola, dalla lotta alla disuguaglianza. Non si tratta di investimenti marginali. Si tratta di costruire una economia più solida, più sostenibile, più giusta. Più umana. 

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