SOCIETÀ

I rom e l’umanità offesa

Ha le idee chiare il funzionario regionale che partecipa alla riunione indetta per discutere “della questione dei rom”. Quando viene il suo turno si alza e afferma: “La piaga degli zingari” si è aggravata, a causa della crisi economica e della loro “crescita numerica senza precedenti negli ultimi decenni”. Ma, continua, “la piaga degli zingari” si è aggravata soprattutto “a causa della nostra costituzione e delle nostre leggi improntate allo spirito umanitario”.

Prime di lui è intervenuto un presidente di regione che spiega chi sono i rom e perché costituiscono un problema: 

Il richiamo del sangue in questa razza enigmatica è più potente di ogni umano sforzo e quindi non vi è previsione di ricondurla ad uno stile di vita come quello dei popoli europei. Continueranno invece a rimanere un corpo estraneo che costituisce un pericolo costante per la popolazione autoctona e per le nazioni civilizzate. Nemmeno la religione è riuscita a infondere a questa gente principi morali come noi li conosciamo. Non sembra possibile tra loro un vero e proprio modo di vivere cristiano. 

No, non siamo nell’Europa del XXI secolo. 

Siamo, però, nell’Europa del XX secolo. Non molto tempo fa. Il 15 gennaio 1933, per la precisione. In Austria, un paese considerato libero e democratico che sta discutendo del problema sollevato dalla presenza di qualche centinaio di zingari nel Burgenland. Che nel 1929 si è dato una bella costituzione liberale. Quella a cui accenna Hans Wagner, indicandola come causa principale del problema, in un intervento che ha seguito quello del capo del distretto di Oberwart, quel signor Mayrhofer che ha parlato di inestinguibile richiamo del sangue che impedisce ai rom di restare un copro estraneo in Europa. 

La “piaga degli zingari” è una questione annosa, in Austria. Sono poche centinaia, ma sono percepiti come un esercito pericoloso. Una minaccia. Qualche anno prima, nel 1927, qualcuno aveva obiettato: ma sono poveri e potremmo intraprendere una qualche politica di sostegno. Contro di lui gli strali del capo del distretto di Oberpullendorf: «la previdenza locale per i poveri non potrà mai essere un’assistenza sociale per gli zingari, perché vi si opporrebbe l’istintiva resistenza di tutti i fattori locali». Il capo del distretto di Oberpullendorf paventa e insieme minaccia una guerra di poveri contro poveri, all’insegna delle differenze razziali.

Questi passaggi sono tratti da un saggio di Florian Freund – Verso lo sterminio di massa degli ‘zingari austriaci’– pubblicato in un libro, curato per il Mulino da Gustavo Corni e Gerhard Hirschfeld, L’umanità offesa. Stermini e memoria nell’Europa del Novecento

Negli stessi giorni in cui nella libera Austria ci si allarmava per la inesistente “piaga degli zingari”, in Germania saliva al potere Adolf Hitler e subito emanava le prime delle sue famigerate leggi razziali. Ovvero le leggi con cui inizia la persecuzione di due piccole minoranze: gli ebrei e i rom.

La storia degli ebrei è nota. Quella dei rom, un po’ meno. Studi non troppo vecchi di tipo linguistico avevano già individuato la loro area di provenienza. Due studi genetici, usciti quasi in contemporanea nel 2012, concordano nel sostenere che quelli che in inglese si chiamano “European Romani”, i rom giunti in Europa, sono partiti all’incirca 1.500 anni fa dalle aree nord occidentali dell’India (che oggi comprendono anche il Pakistan), diffondendosi per l’Iran, l’Armenia, la Turchia, in un’epoca di grandi migrazioni, comprese quelle che affluirono nell’Impero Romano. Hanno superato i Balcani e sono entrati in Europa all’incirca 900 anni fa, quando l’Europa iniziava a risvegliarsi per dar vita a quello che è stato chiamato il “primo Rinascimento”. Si sono divisi in diversi gruppi: i Roma, i Sinti, i Manouches, i Kalé, i Romanichals, i Romanisael.   

Non erano certo gli unni di Attila. Erano, i Roma – come si chiamano nella loro lingua – un popolo di nomadi, che si arrangiava come poteva: coltivando la terra, impegnandosi come artigiani, suonando e cantando. Non si sono mai integrati con le altre popolazioni. Ma non hanno mai fatto la guerra a nessuno.

Al contrario, spesso sono stati condannati a morte – è successo in Svizzera, in Danimarca, in Inghilterra – o, ancora più spesso, erano ridotti in schiavitù. È successo fino all’Ottocento. Dopo, molti paesi in vari periodi hanno adottato leggi di espulsione. Senza grande successo. 

E tuttavia, come spesso capita alle minoranze, su di loro ha pesato sempre lo stigma. La percezione dell’altro da noi, come dimostra la vicenda austriaca che abbiamo raccontato all’inizio. Finché non sono arrivati i nazisti e la percezione si è trasformata in persecuzione. Si calcola che sono morti nei luoghi di sterminio – gli stessi dove venivano uccisi gli ebrei – almeno 250.000 rom. In tutta l’Europa i rom allora non superavano il milione di unità.

A partire dal 1933 gli antropologi fedeli al regime di Hitler hanno cercato una qualche giustificazione per discriminare la popolazione rom. Non ci sono mai riusciti. E, infatti, non esiste alcun tipo di carattere che consenta di identificare nei rom una razza (d’altra parte le razze umane non esistono) e, tanto meno, una razza inferiore a quella che si è autodefinita bianca ariana.

E tuttavia questo non ha impedito la progettazione di una persecuzione sistematica. Già prima della seconda guerra mondiale, infatti, i nazisti avevano parlato chiaro. Ecco con quali parole nel 1938, esattamente ottant’anni fa, il dottor Portschy, Gauleiter della Stiria, le giustificava quelle persecuzioni.

Per ragioni di sanità pubblica, e in particolare perché gli zingari sono portatori di un’eredità notoriamente greve e malata, perché essi sono dei criminali inveterati, parassiti in seno al nostro popolo, al quale non possono apportare che danni immensi, mettendo in grave rischio la purezza del sangue dei contadini e il loro genere di vita, è necessario in primo luogo che si impari a impedir loro di riprodursi, e che li si costringa al lavoro forzato nei campi di lavoro, senza peraltro impedir loro di scegliere l’emigrazione volontaria verso altri paesi. 

I campi di lavoro diventeranno presto campi di sterminio. Come si vede, commenta Léon Poliakov (Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi), le giustificazioni non sono diverse da quelle utilizzate per perseguitare e sterminare gli ebrei.  

Lo sterminio dei rom viene realizzato anche nei paesi occupati dai nazisti, affidata a speciali “gruppi d’azione”. Esso sarà condannato nel corso del processo di Norimberga. Con poche parole, tuttavia efficaci:

I “gruppi d’azione” ricevettero inoltre l’ordine di fucilare gli Zingari. Non fu fornita nessuna spiegazione circa il motivo per cui questo popolo inoffensivo, che nel corso dei secoli ha donato al mondo, con musica e canti, tutta la sua ricchezza, dovesse essere braccato come un animale selvaggio. Pittoreschi negli abiti e nelle usanze, essi hanno dato svago e divertimento alla società, l’hanno talvolta stancata con la loro indolenza. Ma nessuno mai li ha condannati con una minaccia mortale per la società organizzata, nessuno tranne il nazionalsocialismo, che per bocca di Hitler, di Himmler, di Heydrich, ordinò la loro eliminazione.

Certo, nessuno come i nazisti. Eppure dopo la Seconda guerra mondiale le discriminazioni nei confronti dei rom non cessano, come rileva Amnesty International. Le più gravi si verificano in Unione Sovietica e nell’Est europeo. Tanto che tra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso nella sola Repubblica di Cecoslovacchia sono state sterilizzate, contro la loro volontà, almeno 90.000 donne rom. 

Oggi in Europa vivono 11 milioni di rom. La gran parte ha cessato di essere nomade e svolge una vita normale e ricca di stimoli come quella di tutti gli altri europei. Certo, qualcuno ogni tanto, per usare le parole dei giudici di Norimberga, ci stanca con la sua indolenza. Ma in quale gruppo sociale non c’è qualcuno che “stanca” la società?

Purtroppo, come negli anni ’30 del secolo scorso, la crisi economica ci spinge a cercare facili nemici, spesso nelle minoranze più inoffensive. 

Così, quando capita a un rom di “stancare la società”, spesso scatta lo stigma razzista. Che talvolta diventa spinta omicida. Bisogna fermarsi, prima che sia troppo tardi. 

Come ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sensibilmente colpito da un fatto di cronaca accaduto a Roma in cui un uomo maturo – ex dipendente del Senato – ha sparato con una carabina ad aria compressa ferendo gravemente una bambina rom di pochi mesi:  

Mi ha molto colpito un fatto di cronaca di questi giorni. L'Italia non può diventare un Far West dove un tale compra un fucile e dal balcone colpisce una bambina di un anno rovinandole la salute. Questo non è il futuro, questa è barbarie. E deve suscitare indignazione.

Già, bisogna indignarsi. Se non vogliamo di nuovo offendere l’umanità. 

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