SCIENZA E RICERCA

Cognizione animale nelle aree protette: l’impatto dell’uomo si vede

Viviamo in un’epoca di cambiamenti ambientali senza precedenti. La presenza umana, con il suo impatto sugli ecosistemi si è fatta così capillare da raggiungere anche quelli che, almeno sulla carta, dovrebbero essere gli ultimi rifugi per la fauna selvatica: aree protette, parchi nazionali, riserve naturali, luoghi pensati per garantire spazi di relativa tranquillità agli animali limitando la presenza dell’uomo, in un equilibrio messo più volte in crisi. Ma dal punto di vista di chi li abita questi luoghi sono davvero protetti?

È da questa domanda che nasce lo studio, appena pubblicato su Animal Cognition, guidato da Valeria Mazza, biologa ed etologa all’Università della Tuscia. Per indagare gli effetti l’antropizzazione sugli animali, i ricercatori non hanno scelto specie carismatiche da documentario in prima serata, ma hanno puntato invece su animali piccoli e poco visibili: topi selvatici del genere Apodemus, che vivono nel sottobosco, cercano cibo tra semi e insetti e passano gran parte della vita nel tentativo di non diventare il pasto di qualcuno. Questi animali, a differenza delle specie carismatiche, sono presenti quasi uniformemente su tutto il territorio analizzato, quindi sono un modello ideale per questo tipo di studio.

Vita da topo selvatico

Facciamo un passo indietro e immaginiamo la vita quotidiana di uno di questi animali. Un topo che vive in un’area protetta si muove in un ambiente che, per alcuni aspetti, assomiglia a quello in cui la sua specie si è evoluta. Deve scegliere dove costruire la tana, dove andare a cercare cibo, proteggersi dai moltissimi predatori che ha in natura: “I topi Apodemus – conferma la prima autrice Valeria Mazza – sono la base della dieta di una quantità enorme di altre specie: rapaci, volpi, tassi… praticamente tutti li vogliono mangiare. Quindi scegliere dove foraggiare, dove cercare un partner, quando esporsi e quando no è fondamentale, come lo è decidere se vale la pena rischiare per arrivare per primi a una risorsa oppure aspettare e soffrire la fame”.

Già così la vita non è esattamente una passeggiata, ma quando a questo scenario si aggiunge la presenza umana la situazione può solo peggiorare. Sentieri battuti, escursionisti che passano a tutte le ore, cani, raccoglitori di legna o funghi, strade che frammentano l’habitat, cemento, auto, gatti, luci, rumori: l’effetto si sente, sia nelle aree urbane sia in quelle protette. “Anche un piccolo insediamento umano all’interno di un parco – spiega Mazza – è una differenza importante nella vita di un topo, perché aumentano i pericoli, diminuiscono le risorse e soprattutto diminuisce lo spazio dove può muoversi in sicurezza. È una condizione che, con le dovute differenze, riguarda moltissima fauna selvatica, compresa quella notturna”.

Perché guardare al cervello

Quando si parla di impatto umano sugli animali, spesso si pensa a cambiamenti visibili: meno individui, spostamenti di areale, modifiche fisiche. Questo però è già un secondo step, perché qualcosa si modifica molto prima: “I processi mentali degli animali – spiega Mazza – sono l’interfaccia in tempo reale tra l’individuo e l’ambiente: le capacità cognitive entrano in gioco prima degli adattamenti morfologici o fisiologici”. Ed ecco uno dei motivi per cui si sceglie di concentrarsi su queste abilità, e in particolare su una: l’innovazione, cioè la capacità di affrontare problemi mai incontrati prima. È quella che permette di reagire a situazioni nuove, impreviste, spesso generate proprio dall’attività umana e per questo studiarla può dire molto su come gli animali stanno vivendo i cambiamenti ambientali in corso.

Tradizionalmente, l’innovazione si studia in due modi. Il primo è quello reso celebre da Jane Goodall: osservazioni prolungate e continue, finché qualcuno non fa qualcosa di nuovo.


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Il secondo, necessario quando gli animali sono piccoli o difficili da seguire a lungo, consiste nel creare problemi nuovi e vedere come vengono risolti.“Presentiamo una situazione che siamo sicuri sia nuova – spiega Mazza – così, se viene risolta, sappiamo che stiamo osservando un comportamento innovativo”.

Un ambiente ideale per cogliere le sfumature

Molti studi sugli effetti dell’antropizzazione sugli animali si sono concentrati su un confronto netto: ambienti urbani da una parte, ambienti naturali dall’altra, città contro campagna, disturbo massimo contro disturbo minimo. “Questo approccio è valido, ma rischia di far perdere le sottigliezze – spiega Mazza – mentre guardare un gradiente ci permette di capire meglio cosa sta succedendo. Per questo, invece di confrontare solo due estremi, abbiamo deciso di studiare anche una situazione intermedia, che permette di quantificare gli effetti del disturbo in maniera più dettagliata”.

Lo studio è stato condotto all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, un’area ideale proprio perché suddivisa in zone con diversi livelli di protezione e di presenza umana. Da un lato ci sono aree strettamente protette, dove l’accesso è limitato e le attività umane sono ridotte al minimo. Poi ci sono le zone a protezione intermedia, dove sono consentite alcune attività come il pascolo, il turismo o la raccolta. Per finire, le aree meno protette, che includono piccoli centri abitati e infrastrutture turistiche all’interno del parco.

Per i ricercatori, questa suddivisione ha funzionato come un laboratorio naturale. In totale sono state allestite 17 stazioni di test, distribuite lungo il gradiente: sei nelle aree strettamente protette e sei anche nelle zone intermedie, e cinque nelle aree non protette. Ogni stazione era collocata in habitat simili per vegetazione, ed erano abbastanza lontane l’una dall’altra da ridurre il rischio che gli stessi individui visitassero più siti nella stessa notte.

Rompicapo per topi

Per studiare la capacità di innovazione, il team ha utilizzato test di foraggiamento estrattivo: in pratica, puzzle da risolvere per ottenere una ricompensa alimentare, scelta tra diversi tipi di cibo particolarmente appetibili per questi roditori. In ogni test venivano offerti semi, frutta secca, insetti e una piccola quantità di burro di arachidi, in modo da tenere conto delle diverse preferenze individuali e garantire che la motivazione a risolvere il problema fosse alta per tutti gli animali.
Ogni stazione di test consisteva in una piccola struttura di legno, posizionata sotto la copertura di alberi o arbusti per offrire una sensazione di sicurezza agli animali. All’interno venivano collocati i puzzle, mentre una fototrappola registrava le visite e le interazioni. 

La sperimentazione si è svolta in due fasi. Nella prima, i topi si sono confrontati con una batteria di quattro puzzle ciascuno basato su un solo meccanismo: sollevare un coperchio, spostare un elemento, estrarre un oggetto che bloccava l’accesso al cibo. “In tutti i casi – chiarisce Mazza – per ottenere la ricompensa non bastava un gesto casuale: l’animale doveva ripetere una sequenza di azioni, come spingere, tirare o sollevare più volte, così eravamo sicuri che non risolvano il problema per caso”.

Nella seconda fase, la difficoltà aumentava, con puzzle a più livelli, in cui l’apertura di un meccanismo consentiva l’accesso al successivo, e così via, fino ad arrivare alla ricompensa finale. I topi venivano esposti a questi compiti in modo progressivo: prima un solo meccanismo, poi due, poi tre, fino a quattro, se riuscivano a risolvere i precedenti.

I risultati degli esperimenti e lo strano caso della zona intermedia

I topi che vivevano nelle zone più disturbate non risolvevano più puzzle degli altri, ma erano più rapidi nell’avvicinarsi ai puzzle e più rapidi anche a trovare una soluzione e questo valeva sia per i puzzle semplici sia per quelli complessi. La probabilità di successo era simile tra le diverse zone, ma la velocità cambiava, e in natura la velocità conta: significa ridurre il tempo di esposizione al rischio, minimizzare le interruzioni, sfruttare una risorsa prima che sparisca. “Per gli animali che vivono nelle zone più disturbate – aggiunge Mazza – dover risolvere problemi è una necessità quotidiana, e questo si riflette nel modo in cui affrontano i test”.

Un risultato curioso riguarda i topi che vivevano nella zona intermedia che, almeno all’inizio, erano più riluttanti a partecipare ai test e meno “testardi” se fallivano ai primi tentativi. Forse questo caso particolare si deve al fatto che in queste zone l’ambiente è più imprevedibile, e quindi i topi diventavano più cauti perché può essere più difficile adattarsi a un contesto in cui le regole cambiano continuamente.

Aree protette: sono davvero dei rifugi?

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda le implicazioni per la conservazione: se anche livelli relativamente bassi di presenza umana producono effetti misurabili sul comportamento, cosa significa davvero proteggere un’area? “Spesso le aree protette vengono pensate per specie carismatiche – osserva Mazza – ma queste specie dipendono anche dai roditori e dai servizi ecologici che svolgono. E se loro sentono l’effetto del disturbo antropico anche minimo, allora forse dobbiamo ripensare quanto sia importante mantenere zone a protezione integrale”.


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Per quanto possa risultare impopolare, insomma, potrebbero servire spazi in cui la presenza umana sia davvero ridotta, perché anche dove pensiamo di aver limitato il nostro impatto, gli animali stanno già cambiando il modo in cui affrontano il mondo.

In altre parole, non serve arrivare a un’autostrada o a una metropoli per modificare il comportamento animale, basta un flusso turistico stagionale e lo spazio disponibile si restringe, il tempo per agire si accorcia, e ogni scelta diventa più costosa. Per chi vive nel sottobosco questo fa già la differenza.

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