SCIENZA E RICERCA

La NASA e la scienza di Marte: obiettivi, rischi e scelte strategiche

Quando si parla di missioni con equipaggio verso Marte, l’attenzione pubblica tende a convergere sulla tecnologia: la potenza dei razzi, l’ingegneria degli habitat, le traiettorie interplanetarie. Ma per la comunità scientifica statunitense la domanda centrale non è “come arrivarci”, ma “che cosa potremo scoprire una volta lì”. È questo il senso profondo del nuovo rapporto A Science Strategy for the Human Exploration of Mars, pubblicato dalle National Academies su richiesta della NASA: definire quali obiettivi scientifici debbano guidare l’architettura delle prime missioni umane e quali requisiti tecnici siano indispensabili per renderle realmente utili. Il documento si colloca nel percorso Moon-to-Mars e dialoga con le priorità dei Decadal Surveys, i programmi decennali con cui le National Academies fissano le grandi linee della ricerca planetaria e orientano la NASA nella scelta delle missioni da realizzare nel decennio successivo. Una cornice strategica che aiuta a capire perché l’esplorazione umana di Marte non può essere costruita soltanto attorno ai vincoli ingegneristici, ma richiede una comprensione chiara delle domande scientifiche a cui si vuole rispondere e degli strumenti necessari per farlo.

Il mandato alla National Academies

La NASA ha chiesto al comitato di sviluppare una strategia operativa che consenta di massimizzare il ritorno scientifico delle prime missioni con equipaggio su Marte, attese dopo la maturazione delle tecnologie oggi in sviluppo nell’ambito di Artemis. Il punto di partenza è chiaro: le attività umane non rappresentano una semplice estensione di ciò che fanno i rover, ma consentono un salto di qualità nelle osservazioni, nella raccolta dei campioni e nella capacità di reagire a condizioni variabili o a scoperte inattese. L’adattabilità dell’equipaggio, sottolinea il rapporto, è una risorsa irrinunciabile per affrontare un ambiente complesso e geologicamente diversificato come la superficie marziana. Per costruire la strategia, la National Academies hanno riunito pannelli disciplinari che spaziano dall’astrobiologia alla geologia, dalle scienze atmosferiche alla medicina spaziale. La matrice di tracciabilità elaborata dal comitato collega obiettivi scientifici, misurazioni richieste, strumenti necessari e requisiti operativi, rendendo evidente quanto scienza e ingegneria siano interdipendenti. Ogni scelta tecnica – la configurazione dell’habitat, la capacità di trasporto, la disponibilità di energia – influisce direttamente sulla possibilità di condurre indagini approfondite. Il messaggio è netto: senza un'integrazione precoce tra priorità scientifiche e progettazione della missione, il valore complessivo dell’esplorazione umana rischia di essere compromesso.

Le grandi domande scientifiche: perché serve l’esplorazione umana

Il rapporto identifica quattro aree centrali della ricerca marziana, ciascuna delle quali trae un vantaggio decisivo dalla presenza umana. La prima, e più ambiziosa, è l’astrobiologia. Cercare tracce di vita passata o presente richiede la capacità di accedere a materiali protetti dalle radiazioni, di analizzarli con strumenti sensibili e di selezionare campioni in base a contesti geologici complessi. Queste operazioni, per loro natura, beneficiano della flessibilità decisionale dell’equipaggio e della possibilità di reagire in tempo reale alle condizioni del terreno. La seconda area riguarda la geologia e la storia interna del pianeta. Marte conserva archivi stratificati che permettono di ricostruire processi antichi: vulcanismo, attività idrotermale, interazioni acqua-roccia, periodi di stabilità climatica. Una missione con equipaggio può condurre carotaggi profondi, esplorare creste e scarpate difficili da raggiungere con robot, e installare reti di strumenti geofisici che richiedono posizionamenti accurati. Segue lo studio dell’atmosfera e dell’ambiente. La dinamica della polvere, i cicli stagionali della CO₂ e le tempeste globali sono elementi che influenzano tanto la scienza quanto la sicurezza operativa. Un equipaggio può implementare reti meteorologiche ampie, calibrare strumenti complessi e raccogliere serie temporali ad alta frequenza. Infine, c’è la dimensione biologica: una missione su Marte, della durata di oltre 900 giorni, rappresenta un laboratorio vivente per studiare gli effetti combinati di radiazioni, microgravità parziale, confinamento e isolamento. I risultati saranno fondamentali non solo per Marte, ma per qualsiasi futura missione umana oltre la Luna.

Le campagne scientifiche integrate

Per tradurre gli obiettivi in attività concrete, il rapporto definisce quattro grandi science campaign. La campagna astrobiologica prevede carotaggi nel sottosuolo fino a profondità in cui le radiazioni non abbiano completamente degradato segnali biologici potenziali. Gli astronauti dovranno condurre analisi preliminari in situ, selezionare campioni ad alto valore scientifico e prepararli per il ritorno sulla Terra, seguendo protocolli rigidi di protezione planetaria. La campagna geologica e geofisica include l’installazione di reti sismiche distribuite, la mappatura di unità stratigrafiche e il prelievo di campioni da zone chiave come antichi delta, depositi sedimentari e aree vulcaniche. Questa campagna, specifica il rapporto, richiede un livello di mobilità significativo e strumenti che beneficiano della presenza umana, come perforatrici avanzate e laboratori portatili. La campagna atmosferica e ambientale mira a comprendere la circolazione dei venti, la formazione e il trasporto della polvere e la variabilità diurna e stagionale della pressione e della temperatura. È una dimensione che unisce scienza e sicurezza: le tempeste di polvere, per esempio, rappresentano un rischio operativo che deve essere monitorato in modo continuo. La campagna sulle scienze umane riguarda gli effetti della missione sugli astronauti. Il rapporto suggerisce l’adozione di esperimenti fisiologici e psicologici che documentino i cambiamenti dell’organismo nel tempo, valutino l’efficacia delle contromisure e producano dati utili per missioni future. In questo senso, l’equipaggio è parte della scienza quanto un agente della scienza.

La dimensione operativa: cosa serve davvero per fare scienza

L’analisi del comitato insiste su alcuni requisiti che la missione deve soddisfare per evitare un ritorno scientifico modesto. Il primo è la mobilità. Rimanere confinati nel raggio del lander limiterebbe drasticamente le opportunità di esplorazione. Servono rover pressurizzati, autonomia estesa e capacità di trasportare strumenti pesanti. Questo vale in particolare per attività come i carotaggi profondi o la distribuzione di reti sismiche, che richiedono spostamenti anche di decine di chilometri. Il secondo requisito è la disponibilità energetica. Per alimentare laboratori, sistemi di comunicazione, habitat e operazioni scientifiche complesse, la missione dovrà basarsi su fonti autonome e continue. I reattori di fissione di superficie sono indicati come la soluzione più realistica, perché garantiscono potenza stabile indipendentemente dall’illuminazione solare e dalle condizioni atmosferiche. La gestione dei campioni è un’altra componente cruciale. Il rapporto prevede strutture che permettano analisi preliminari, selezione e conservazione dei campioni destinati alla Terra, integrando procedure rigorose di protezione planetaria. Ogni fase – raccolta, catalogazione, stoccaggio – dovrà rispettare standard elevati per evitare contaminazioni, sia dirette sia incrociate. Infine, la durata della permanenza: le campagne proposte richiedono mesi di attività sul campo. La NASA dovrà quindi configurare le prime missioni con un orizzonte temporale compatibile, superando l’idea di brevi soggiorni e costruendo un sistema che permetta un ritmo operativo sostenuto.

Robot e umani: una complementarità necessaria

L’esplorazione robotica resta un pilastro della strategia marziana. Il rapporto chiarisce che le missioni automatiche non perderanno importanza con l’arrivo degli equipaggi; al contrario, il loro ruolo diventerà ancora più centrale nella fase preparatoria. Rover e lander dovranno individuare i siti più promettenti, pre-posizionare infrastrutture, verificare la disponibilità di risorse in situ e testare tecnologie come l’atterraggio di massa elevata. Le prime missioni umane dipenderanno dal lavoro svolto dalla robotica nei dieci-quindici anni precedenti, in un modello di cooperazione che riflette lo stesso approccio adottato in Moon-to-Mars.

Rischi strategici e raccomandazioni

Il comitato individua diversi rischi che potrebbero ridurre l’impatto scientifico della missione. Il primo è che l’architettura venga definita con priorità ingegneristiche che non tengano conto delle esigenze scientifiche, limitando di fatto le capacità in situ. Il secondo riguarda la mobilità, spesso sottostimata nelle prime discussioni di missione: senza spostamenti ampi, molte delle campagne proposte diventerebbero irrealizzabili. Un terzo rischio riguarda la gestione dei campioni, che richiede sistemi robusti e protocolli rigorosi. Per mitigare questi rischi, il rapporto raccomanda una maggiore integrazione tra scienziati, ingegneri e astronauti lungo tutto il processo decisionale. Le scelte architetturali devono essere valutate attraverso la lente della scienza, non come elementi indipendenti. È un invito a ripensare l’approccio tradizionale, in cui la scienza arriva a valle della progettazione, e a collocarla invece al centro del disegno complessivo della missione.

Una missione che definisce nuove domande

Il valore del nuovo rapporto della National Academies non risiede solo nella definizione di priorità scientifiche, ma nel tentativo di ridefinire il ruolo dell’esplorazione umana. Marte non è soltanto un obiettivo ingegneristico: è un laboratorio naturale che può aiutare a capire l’evoluzione dei pianeti, le condizioni che rendono possibile l’emergere della vita e i limiti stessi della presenza umana nello spazio. È questo l’orizzonte che il percorso Moon-to-Mars, con tutte le sue complessità, cerca di rendere operativo. 

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