Il 2026 nello spazio: l’anno delle prove generali
Il razzo SLS (Space Launch System) e la capsula Orion sulla rampa di lancio. Foto: NASA/Steven Seipel
Il 2026 non sarà un anno di svolte iconiche, ma un passaggio cruciale nella trasformazione dello spazio in un sistema operativo stabile. Dopo un decennio segnato da annunci ambiziosi, slittamenti e continue revisioni dei programmi, molte architetture entrano finalmente in una fase di verifica concreta. Missioni con equipaggio, esplorazione robotica, infrastrutture commerciali e nuovi vettori vengono messi alla prova soprattutto sul piano tecnico e organizzativo, più che su quello simbolico.
È un anno in cui lo spazio smette di essere raccontato come una promessa futura e inizia a confrontarsi con i propri limiti: affidabilità, costi, integrazione tra sistemi diversi, sostenibilità delle scelte industriali. Il numero e la varietà delle missioni previste rendono il 2026 un punto di osservazione privilegiato per capire quale direzione stia realmente prendendo l’esplorazione spaziale globale e quali strategie siano destinate a consolidarsi nel decennio successivo.
Artemis e il ritorno umano nello spazio profondo
Il riferimento simbolico dell’anno è Artemis II, missione della NASA che riporterà astronauti oltre l’orbita bassa terrestre per la prima volta dall’epoca Apollo. Il volo circumlunare, senza allunaggio, consente di validare la capsula Orion e l’intera catena operativa in condizioni di spazio profondo: supporto vitale, comunicazioni a lunga distanza, navigazione autonoma e rientro ad alta velocità nell’atmosfera terrestre.
Artemis II non è però un obiettivo finale. È una tappa necessaria verso Artemis III, missione che dovrebbe riportare astronauti sulla superficie lunare nel 2027, salvo ulteriori ritardi. La sua fattibilità dipende in modo critico non solo dal successo del volo con equipaggio, ma dalla maturazione dei sistemi di allunaggio e dall’integrazione tra vettori, capsule e infrastrutture di supporto. Proprio su questo punto il 2026 diventa un anno discriminante, perché mette a confronto soluzioni diverse in un contesto operativo reale. Al momento, la NASA ha dato la prima finestra utile di lancio per lo SLS e la capsula Orion: il 6 febbraio (la notte tra il 6 e il 7 febbraio per l'Italia).
La Luna come banco di selezione tecnologica
Nel 2026 la Luna diventa uno dei principali laboratori operativi dell’esplorazione spaziale. Non si tratta più di dimostrare la capacità di atterrare, obiettivo ormai condiviso da più attori, ma di farlo in modo ripetibile, preciso e compatibile con future missioni con equipaggio.
Un passaggio particolarmente osservato è il test di allunaggio del lander Blue Moon, sviluppato da Blue Origin. Il dimostratore è progettato per validare sistemi di discesa controllata, navigazione autonoma e gestione del carico sulla superficie lunare. I risultati del test, pur non determinando decisioni immediate, sono destinati a pesare sulle valutazioni della NASA in vista della scelta dell’architettura più affidabile per Artemis III, contribuendo a ridurre il rischio complessivo di una missione con equipaggio.
Un rendering del lander lunare di SpaceX, antagonista di Blue Origin. Foto: NASA/SpaceX
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Accanto a Blue Origin, il 2026 vede una concentrazione senza precedenti di missioni lunari robotiche statunitensi nell’ambito del programma CLPS della NASA. Intuitive Machines prevede la missione IM-3, orientata a dimostrare capacità scientifiche e operative avanzate; Astrobotic punta a portare sulla Luna il lander Griffin; Firefly Aerospace è coinvolta con Blue Ghost Mission 2. Nel loro insieme, queste missioni trasformano la superficie lunare in un ambiente di selezione tecnologica, in cui la continuità operativa e l’affidabilità contano più del singolo successo mediatico.
A questo quadro si affianca il programma cinese. La CNSA prevede nel 2026 la missione Chang’e-7, dedicata all’esplorazione del polo sud lunare. Chang’e-7 combina orbiter, lander, rover e un piccolo hopper progettato per operare in regioni permanentemente in ombra, con l’obiettivo di studiare risorse e condizioni ambientali in vista di una futura presenza umana cinese sulla Luna. Il programma Chang’e si conferma così come una traiettoria coerente e di lungo periodo, parallela – e in parte alternativa – a quella statunitense.
Orbita bassa e infrastrutture commerciali
Se la Luna rappresenta il fronte strategico, l’orbita bassa terrestre resta il cuore operativo dello spazio nel 2026. Qui si colloca il debutto di Haven-1, sviluppata dalla statunitense Vast. La stazione è concepita come una piattaforma compatta per missioni di breve durata, ricerca scientifica e test industriali, anticipando il progressivo superamento della Stazione Spaziale Internazionale.
Haven-1 non sostituisce l’ISS, ma ne eredita alcune funzioni in un modello più flessibile e orientato al mercato. Il 2026 non chiarisce ancora se questo approccio sia economicamente sostenibile nel lungo periodo, ma segna il passaggio dalla progettazione alla prova operativa in orbita, un passaggio che fino a pochi anni fa appariva prematuro.
Sul fronte cinese, la stazione spaziale Tiangong continua a operare come infrastruttura nazionale permanente, con equipaggi e programmi scientifici regolari promossi dalla CNSA. Nel 2026 Pechino prevede anche il lancio del telescopio spaziale Xuntian, progettato per operare in orbita bassa in cooperazione con Tiangong. Xuntian rafforza l’autonomia scientifica cinese e si affianca ai grandi osservatori occidentali in un panorama astronomico sempre più multipolare.
Nuovi lanciatori e capacità di accesso allo spazio
Il 2026 è un anno di verifica anche per i sistemi di lancio. Rocket Lab punta ai primi voli del lanciatore Neutron, pensato per il segmento dei carichi medi; Relativity Space prosegue lo sviluppo di Terran R, con l’obiettivo di entrare nel mercato dei lanciatori pesanti. Entrambi i progetti rappresentano tentativi di ampliare l’offerta oltre i sistemi già consolidati.
Al centro dell’attenzione resta Starship di SpaceX, con ulteriori test di rifornimento in orbita, elemento chiave per le architetture lunari e, in prospettiva, marziane. Anche la Cina continua a sviluppare vettori pesanti e sistemi parzialmente riutilizzabili, considerati una componente essenziale della propria strategia di accesso autonomo allo spazio profondo.
Asteroidi, difesa planetaria e piccoli corpi
Il 2026 è particolarmente rilevante per la scienza planetaria. L’arrivo della missione Hera, promossa dalla ESA, nel sistema binario Didymos-Dimorphos consente di studiare in dettaglio gli effetti dell’impatto causato dalla missione DART della NASA. Hera fornisce misure dirette di massa, struttura interna e dinamica orbitale, trasformando la difesa planetaria da dimostrazione concettuale a campo di ricerca quantitativo.
Sul fronte cinese, la CNSA prevede il lancio di Tianwen-2, una missione complessa di ritorno di campioni da un asteroide e da una cometa. Tianwen-2 estende la strategia cinese di esplorazione robotica oltre Marte e la Luna, collocando Pechino tra i pochi attori in grado di affrontare missioni ad alta complessità verso piccoli corpi del Sistema Solare.
Anche il Giappone resta pienamente coinvolto. La JAXA prosegue i preparativi avanzati per la missione MMX verso le lune di Marte, confermando un panorama scientifico sempre più distribuito tra più attori globali.
Astronomia e grandi osservatori
Il 2026 segna infine l’entrata in funzione del Nancy Grace Roman Space Telescope, missione NASA dedicata allo studio dell’energia oscura, della struttura dell’universo e degli esopianeti. Roman amplia la capacità osservativa spaziale e lavora in complementarità con il James Webb, consolidando un approccio basato su grandi osservatori coordinati.
Con Roman e Xuntian, l’astronomia spaziale entra in una fase in cui la continuità operativa, la gestione dei dati e la cooperazione scientifica diventano centrali quanto la potenza degli strumenti.
Nel suo insieme, il 2026 non rappresenta un punto di arrivo, ma una fase di selezione. Le missioni previste – umane, lunari, asteroidali, astronomiche e commerciali – servono a distinguere tra tecnologie mature e soluzioni ancora fragili. Non decide ancora chi tornerà sulla Luna e con quali mezzi, ma riduce il margine di incertezza sulle opzioni realistiche.