A ogni forma il suo suono, anche nei pulcini neonati
Se qualcuno vi chiedesse di associare due parole inventate, bouba e kiki, a due forme, una tondeggiante e una spigolosa, quale parola assocereste alla forma tondeggiante? E perché proprio bouba?
Struttura memetica a parte, quasi tutti gli esseri umani farebbero la stessa cosa. È un fenomeno noto come effetto bouba-kiki, descritto per la prima volta nel 1947 dallo psicologo Wolfgang Köhler (allora con le parole maluma e takete) e da allora è stato replicato in moltissime lingue e culture: persone che non condividono lo stesso sistema di scrittura e che parlano lingue molto diverse anche per struttura oltre che per fonetica, tendono a fare la stessa associazione.
Ma torniamo alla domanda: perché proprio bouba per la forma tondeggiante e kiki per quella spigolosa? Perché un suono dà l’idea di essere rotondo e l’altro più appuntito, e perché questa regolarità attraversa popolazioni così diverse?
Ma soprattutto, è qualcosa che riguarda solo noi esseri umani o anche altre specie?
Uno studio di Maria Loconsole, Silvia Benavides-Varela e Lucia Regolin pubblicato su Science dimostra che anche i pulcini appena nati, senza alcuna esperienza linguistica, associano “bouba” a una forma rotonda e “kiki” a una forma spigolosa.
Ma cosa possono avere in comune pulcini e parlanti umani di lingue diverse?
L’effetto bouba-kiki è legato all’apprendimento?
Una spiegazione classica sostiene che il linguaggio, pur essendo in larga parte arbitrario, possa appoggiarsi su alcune predisposizioni percettive. In altre parole, alcune combinazioni tra suoni e significati sarebbero più facili da apprendere.
“Premetto che io non sono una linguista – chiarisce Maria Loconsole, ricercatrice del Dipartimento di Psicologia generale dell’Università di Padova e prima autrice dello studio – però l’idea è che una tendenza spontanea ad associare un suono a un significato possa facilitare lo sviluppo del linguaggio nei bambini”.
Il linguaggio, infatti, funziona associando suoni a significati: se alcune associazioni risultano più intuitive, l’apprendimento potrebbe essere più rapido. “Non si apprendono i significati da zero – spiega Loconsole – ma ci sono delle predisposizioni, dei bias, che rendono più facili certe associazioni”.
Due gruppi di ipotesi per l’effetto bouba-kiki
Prima di questo studio, le ipotesi principali erano due. Una prima corrente di ricerca attribuiva l’effetto all’esperienza. Siamo immersi fin da piccoli in un mondo multisensoriale: vediamo oggetti tondeggianti, ascoltiamo suoni, osserviamo i movimenti delle labbra quando qualcuno parla. Potremmo imparare implicitamente che certi suoni “si adattano meglio” a certe forme.
C’è anche chi ha ipotizzato un ruolo dell’ortografia: forse le lettere che rappresentano i suoni “b” o “o” sono più arrotondate rispetto a quelle di “k” o “i”, e questo influenzerebbe l’associazione.
Dall’altra parte, numerosi studi hanno mostrato che l’effetto compare in bambini molto piccoli e in culture con sistemi di scrittura molto diversi. Questo suggerisce che non possa dipendere solo dall’apprendimento, ma da qualcosa di più profondo. Però c’era un problema: come fare a dimostrarlo? Perché anche un neonato di pochi mesi ha accumulato un’enorme quantità di esperienza multisensoriale. “Due mesi per un neonato sono tantissimi – osserva Loconsole – perché è esposto a suoni, forme, interazioni continue. Non si può escludere completamente il ruolo dell’esperienza in studi di questo tipo”.
Ma non esiste un altro modo per togliere l’esperienza dall’equazione?
La scelta di mettere alla prova l’effetto bouba-kiki sui pulcini
Come conferma Giorgio Vallortigara ne Il pulcino di Kant, anche potendo prelevare un bambino appena nato per sottoporlo a dei test, almeno un’occhiatina alla realtà l’hanno già data, oltre al fatto che sono difficili da testare, visto che fanno fatica a muoversi da soli. È più facile studiare i pulcini, perché appartengono a una specie a sviluppo precociale, cioè sono in grado di muoversi molto presto, ma anche di vedere, camminare ed esplorare il mondo. Questo consente di testarli nelle primissime ore di vita, potendo anche controllare le stimolazioni precedenti e quindi la loro esperienza.
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Inoltre, negli ultimi anni il pulcino è diventato un modello importante per studiare predisposizioni cognitive condivise con i neonati umani. Diversi studi hanno mostrato che i pulcini possiedono associazioni spontanee tra stimoli di modalità diverse, le cosiddette corrispondenze crossmodali.
Cosa sono queste corrispondenze? Per fare solo due esempi, in alcune specie è stata osservata un’associazione tra altezza del suono (acuto o grave) e luminanza, oppure tra altezza del suono e dimensione dell’oggetto. Un suono acuto è associato a qualcosa di piccolo, uno grave a qualcosa di grande.
L’effetto bouba-kiki, però, era un caso particolare. “Era un caso un po’ particolare – spiega Loconsole – perché non si sa se sia parte delle grandi associazioni crossmodali o se invece sia un effetto separato legato al linguaggio”.
Se fosse comparso anche nei pulcini, sarebbe stato più plausibile collocarlo tra le corrispondenze crossmodali, piuttosto che in un meccanismo specificamente linguistico, visto che i pulcini non parlano la nostra lingua.
Primo esperimento: usare l’incertezza per far emergere i bias
I ricercatori hanno fatto due esperimenti. Nel primo hanno lavorato con pulcini di tre giorni di vita. In una piccola arena, il pulcino si trova davanti a un pannello con una forma disegnata sopra; è volutamente ambigua, cioè presenta sia elementi arrotondati sia spigolosi. Dietro il pannello c’è una ricompensa alimentare.
Questo addestramento dura circa un quarto d’ora e così l’animale impara rapidamente una regola: aggirare il pannello con la forma porta al cibo. In questa prima fase non ci sono suoni e associazioni multimodali, solo il concetto forma -> ricompensa.
Poi arriva il test vero e proprio con due pannelli, uno con una forma tonda e uno con una forma spigolosa (le stesse utilizzate negli studi sugli umani). A questo punto, la regola già appresa non è più sufficiente, perché su ogni pannello c’è una forma, che era la condizione che preludeva alla ricompensa. A questo punto entra in gioco il suono: una ripetizione di bouba oppure di kiki.
“In situazioni in cui gli animali non sanno come comportarsi, ma vogliono comunque produrre una risposta – spiega Loconsole – si appoggiano sulle predisposizioni, sui bias”. Quando un organismo non ha informazioni sufficienti per decidere sulla base dell’apprendimento recente, il suo sistema cognitivo tende ad affidarsi a ciò che è già strutturalmente preferenziale, il bias, e lo usa come criterio di scelta.
Il risultato è coerente con quello osservato negli umani: i pulcini vanno più spesso verso la forma tonda quando sentono bouba, e più spesso verso la forma spigolosa quando sentono kiki.
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Secondo esperimento sui pulcini con meno di 24 ore di vita
Nel secondo esperimento, i ricercatori hanno voluto ridurre ulteriormente il ruolo dell’esperienza e così hanno testato i pulcini entro le prime 24 ore dalla schiusa. Qui non si utilizza il cibo: nei primissimi momenti di vita non è uno stimolo particolarmente interessante per un pulcino, e si sfrutta invece la forte motivazione esplorativa. Appena nati, infatti, i pulcini tendono ad essere molto curiosi e a esplorare il mondo, così i ricercatori hanno presentato su uno schermo una forma ambigua e colorata in movimento per circa mezz’ora, in modo che l’animale la guardasse e familiarizzasse con lo stimolo.
Poi il pulcino doveva scegliere tra due oggetti in movimento: uno completamente tondo e uno completamente spigoloso. In sottofondo veniva riprodotto il suono bouba oppure kiki. I ricercatori registravano quale oggetto veniva avvicinato per primo e quanto tempo l’animale trascorreva esplorando ciascuno dei due.
Anche in questo caso, il pattern era coerente: i pulcini che ascoltavano bouba esploravano più a lungo la forma tonda, mentre quelli che sentivano kiki trascorrevano più tempo vicino alla forma spigolosa. La convergenza tra i due esperimenti rafforza l’idea di una predisposizione precoce.
I pulcini preferiscono le (forme) tonde
Un aspetto importante dello studio riguarda il metodo di controllo, necessario per capire se l’effetto osservato dipendesse davvero dai due suoni e non da altri fattori. Nel primo esperimento, oltre alle prove con le due non-parole, i ricercatori hanno previsto una condizione di controllo in cui i pulcini venivano testati alternando silenzio e brani di musica classica. Il silenzio serviva a misurare la preferenza spontanea degli animali in assenza di stimolazione uditiva, mentre la musica permetteva di verificare il comportamento in presenza di un suono che non fosse però associabile né alla rotondità né alla spigolosità. Se i pulcini avessero semplicemente reagito alla presenza di un qualsiasi suono, l’effetto sarebbe comparso anche con la musica. Invece ciò che emerge è una leggera preferenza di base per le forme tonde, già nota in questa specie e osservata anche nei bambini umani, ma con bouba e kiki la scelta si sposta in modo coerente con il suono ascoltato. Il controllo, dunque, dimostra che non è la presenza del suono in sé a guidare la scelta, ma la sua coerenza con la forma.
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Il legame con il linguaggio
Se un pulcino e un neonato umano mostrano lo stesso tipo di associazione tra suoni e forme, è difficile pensare che si tratti di qualcosa di esclusivamente linguistico. Il meccanismo alla base potrebbe essere più generale, un principio più ampio di organizzazione cerebrale che mette in relazione informazioni provenienti da sensi diversi.
“È possibile che queste associazioni riflettano proprietà naturali dell’ambiente – spiega Loconsole – perché nel corso dell’evoluzione il cervello è stato esposto a regolarità stabili. Pensiamo, per esempio, a come suonano gli oggetti quando rotolano su una superficie: un oggetto tondo tende a produrre un suono più continuo e morbido, mentre uno spigoloso genera suoni più frammentati. Se nel corso dell’evoluzione il cervello è stato esposto a regolarità di questo tipo, può sviluppare una predisposizione a integrare queste informazioni fin dalle prime fasi di vita”. In questa prospettiva, non si tratterebbe di un pattern linguistico, ma di un sistema di integrazione multisensoriale che, nell’essere umano, viene poi utilizzato e raffinato anche nel linguaggio. “Noi – precisa Loconsole – non stiamo confutando la teoria che l’effetto possa avere un ruolo nell’acquisizione del linguaggio umano, stiamo soltanto dicendo che è possibile che il meccanismo alla base sia più semplice e più diffuso nel regno animale. Sarebbe molto interessante andare a indagare meglio la funzione dell’effetto bouba-kiki nel linguaggio umano per capire come questa predisposizione, comune ad altri animali, si estrinseca poi nel linguaggio”.
Probabilmente il linguaggio umano non nasce dal nulla, ma cresce su una rete di connessioni più antiche, condivise con specie che non parleranno mai, ma che, a modo loro, percepiscono il mondo secondo regolarità sorprendentemente simili alle nostre.