SCIENZA E RICERCA

La scienza senza la maiuscola

Il dibattito sulla scienza è sempre stato polarizzato, ma negli ultimi due anni, con la pandemia e la guerra tra i pro vax e i no vax, la situazione è, se possibile, peggiorata.
Da una parte c'è il partito degli amanti della Scienza con la esse maiuscola, un concetto ideale che fin troppo spesso non trova riscontro nella realtà, mentre dall'altra ci sono i detrattori, quelli che godono ogni volta che uno scienziato fa uno sbaglio, perché tutti gli errori in campo scientifico alimentano la narrativa del "non fidatevi, non ce lo dicono".
In mezzo a questi due estremi non sembra esserci molto, o magari quello che c'è fa meno rumore.
Per questo Daniela Ovadia e Fabio Turone hanno scritto Scienza senza maiuscola (2021, Codice Edizioni), un libro che spiega come troppo spesso vengono traditi i valori che governano, o che dovrebbero governare, la ricerca scientifica.

Quello di Ovadia e Turone, però, non è un libro distruttivo: si possono trovare casi di errori compiuti in buona fede, scienziati che chiedono scusa nel migliore dei modi e la ricerca costante di sistemi correttivi per una scienza sempre più etica, anche se con la minuscola. L'importante è non nascondere la testa sotto la sabbia e non negare le storture di un sistema che può fallire, anche se non rinuncia a migliorarsi.
Andando nel pratico, forse alcune persone pensano che il mondo della scienza sia uno dei campi lavorativi in cui regnano le pari opportunità: spesso non è necessario compiere sforzi fisici, e l'Accademia viene percepita, soprattutto dall'esterno, come un ambiente illuminato in cui certi stereotipi non fanno breccia. Ma è davvero così?

Servizio di Anna Cortelazzo e montaggio di Elisa Speronello

"Anche in ambito accademico - dice Fabio Turone, direttore del Center for ethics in science and journalism - e secondo alcuni studi addirittura più che in altri ambiti lavorativi, si tende a tollerare certi comportamenti soprattutto da parte degli uomini con posizioni di potere, ma non solo, a danno di giovani studentesse e ricercatrici. Questo rischia di spingere fuori dalla carriera accademica figure dotate di ottime qualità scientifiche".

E le molestie sono solo uno dei problemi. "Sono stati fatti degli studi - continua Turone - confrontando articoli paragonabili in tutto e per tutto ed è emerso che quelli firmati da uomini ricevevano il 10% di citazioni in più". Ma non basta. Il libro spiega come nell'ambito della ricerca scientifica viga l'imperativo publish or perish, pubblica o muori (come accademico) e quanto importante sia avere il proprio nome come primo autore di uno studio. "Ebbene - racconta Turone - si è visto che gli articoli pubblicati da gruppi di ricercatori hanno quasi sempre autori maschi che firmano come primo autore. Anche da quando è stata introdotta la modalità più equanime dell'asterisco quando i primi autori sono più di uno, il primo dei primi autori è molto più spesso un uomo".

Questo implica un ostacolo di carriera nelle donne, perché anche se burocraticamente (per esempio nei concorsi) figureranno come prime autrici grazie all'asterisco, la percezione sarà ben diversa. E questa è una perdita per la scienza e per la collettività, perché viene tagliata fuori dai giochi una fetta di universo che potrebbe portare un valore pari a quello che porta un uomo. Il problema, insomma, è sotto gli occhi di tutti, e anche per questo si è cercato di apportare dei correttivi, con risultati non sempre soddisfacenti: "Esiste - spiega Daniela Ovadia, docente a contratto di etica della ricerca all'università di Pavia - una montagna di documenti su questo tema, ma il problema è come traslare un documento che dice cose ragionevoli, tipo che bisogna aiutare la carriera delle donne e avere degli approcci inclusivi nella selezione del personale, nella pratica". E la situazione non è rosea: Ovadia cita l'indagine della NASEM (National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine) sulla prevalenza delle molestie sessuali nei laboratori di ricerca negli Stati Uniti da cui è emerso che in determinati settori, per esempio quello medico, sono così frequenti da far "guadagnare" il secondo posto a questi ambienti, che sono secondi solo al settore militare. La NASEM ha cercato di correre ai ripari mirando al portafoglio e tagliando i fondi di ricerca per le università non virtuose, che non prendono provvedimenti di fronte ai casi di discriminazione e molestie.

C'è da costruire una cultura dell'uguaglianza che è ovviamente un attività lungo termine Daniela Ovadia

Ma la discriminazione non è solo quella di genere: "Dovremmo parlare - aggiunge Ovadia - di rappresentatività sociale: la scienza deve essere fatta da gruppi quanto più possibile omogenei per rappresentatività rispetto alla società in cui operano". E non sono sufficienti neppure provvedimenti come le quote rosa: non basta inserire delle donne negli organi di governance se poi il sistema culturale le relega sullo sfondo. Ovadia ricorda che la maternità rimane un grosso problema per chi vuole fare ricerca: se stai a casa con un bambino non pubblichi, e in un sistema come quello del publish or perish questo è drammaticamente penalizzante. Come spesso accade, insomma, quello della discriminazione è soprattutto un problema culturale: "Il correttivo principale - sostiene Ovadia - deve essere di tipo educativo: di questi temi bisogna parlare in università, bisogna parlarne nei corsi con gli studenti, perché poi gli studenti diventano dottorandi e poi diventano ricercatori e poi diventano capo laboratorio, quindi c'è da costruire una cultura dell'uguaglianza che è ovviamente un attività lungo termine."

Il problema, comunque, non si limita alla carriera accademica. Se da una parte la scienza è concorde nell'affermare che il concetto di "razza" non esiste, dall'altra abbiamo un farmaco cardiologico indicato per chi si autodefinisce "afroamericano" (cosa vuol dire?): non un grande successo scientifico, ma è anche vero che per certi versi compensa il fatto che di solito i farmaci vengono testati su una popolazione di uomini bianchi adulti, il che non è di certo sintomo di inclusività. E, sempre a proposito di razze, all'inizio del 2020 Sharné Neiuwoudt pubblicò su Aging, Neuropsychology and Cognition uno studio, poi ritrattato, che sosteneva che le donne "colored" avevano delle performance cognitive più basse rispetto al resto del campione. "Le donne colored - spiega Ovadia - sono una categoria che non esiste, e che deriva dall'apartheid. Identifica le persone che non sono bianche né nere, e che di solito arrivano dal Madagascar o sono di altra origine, immigrati indiani, maltesi e via dicendo. Durante l'apartheid la categoria colored veniva attribuita sulla base di gessetti di colore diverso accostati al viso. Alla base dello studio c'era il fatto che queste donne, che vivono in condizioni socioeconomiche svantaggiate rispetto alle donne bianche per una questione storica, soffrono di più di disturbi tipo obesità e diabete, che hanno anche un impatto sulle performance del cervello. Fare uno studio cognitivo cercando di dimostrare che c'è una relazione con il colore della pelle o la categoria razziale delle donne, invece che ricondurre il fenomeno alla prevalenza di un disturbo metabolico dovuto anche alle abitudini di vita scorrette, alle difficoltà economiche, all'alimentazione scadente eccetera, è un chiaro pregiudizio ideologico".

Il prevalere di un'ideologia, in effetti, è un grosso ostacolo per una scienza non solo etica, ma anche efficace: "Il 5 giugno - racconta Ovadia - l'Economist ha pubblicato un articolo molto interessante sul fatto che in alcune università si comincia a discriminare chi ha un approccio minoritario agli studi sul transgenderismo e sull'auto definizione di genere, molto più fluida di quanto si ritenesse un tempo. Questi docenti, non transfobici o razzisti, ma semplicemente con una visione diversa da quella maggioritaria in ambiti ancora in oggetto di discussione, vengono isolati, e le loro conferenze boicottate su pressione, per esempio, di alcuni gruppi studenteschi. Questo è un problema in etica della ricerca, perché vuol dire che comunque il dibattito scientifico è forzato verso determinati canali e cosi non dovrebbe essere. Quello che noi cerchiamo di dimostrare è che, sebbene su determinati temi ci siano delle opinioni di maggioranza nella scienza rimangono anche delle opinioni di minoranza che devono essere comunque rappresentate".

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012