Chi non vuole una sovranità tecnologica europea
Vista in 3D dell’Europa, generata da Sentinel-2 by Copernicus Data Space Ecosystem
Negli ultimi anni la sovranità digitale europea è diventata una parola chiave nel dibattito politico e tecnologico dell’Unione. Con questa espressione si intende la capacità dell’Europa di controllare le proprie infrastrutture digitali, i dati e le tecnologie strategiche, riducendo la dipendenza da grandi piattaforme e potenze extraeuropee. Non si tratta di chiudersi al mondo, ma di garantire che le decisioni su innovazione, sicurezza, diritti e mercato digitale siano prese secondo valori e interessi europei.
La posta in gioco è alta perché il digitale oggi influenza direttamente democrazia, economia e libertà fondamentali: dai social network che modellano il dibattito pubblico, ai servizi cloud che custodiscono dati sensibili, fino ai sistemi di intelligenza artificiale chiamati a supportare decisioni sempre più rilevanti. Senza una reale sovranità, l’Europa rischia di subire regole, modelli economici e logiche di potere decisi altrove. Costruirla significa rafforzare l’autonomia politica dell’UE, proteggere i diritti dei cittadini e rendere il futuro digitale più trasparente e democratico.
Un percorso con molti ostacoli e resistenze
La spinta europea verso una maggiore autonomia digitale si scontra sempre più apertamente con gli interessi degli Stati Uniti, che guardano con sospetto — quando non con aperta ostilità — alle politiche dell’UE in materia di regolazione delle piattaforme, concorrenza e tutela dei dati. Un segnale emblematico è arrivato alla fine del 2025, quando Washington ha imposto un visa ban a Thierry Breton, ex commissario europeo al Mercato interno e figura centrale dell’agenda digitale di Bruxelles, in un clima di forte tensione politica e diplomatica.
A questo si aggiungono le prese di posizione dell’amministrazione Trump contro le normative europee, accusate di colpire in modo sproporzionato le grandi aziende tecnologiche statunitensi e di introdurre vincoli considerati incompatibili con il modello americano di mercato e libertà di espressione. Dichiarazioni che rendono evidente come la sovranità digitale non sia soltanto una questione tecnica o regolatoria, ma un vero terreno di conflitto geopolitico, in cui l’Europa tenta di affermare il proprio modello subendo pressioni politiche ed economiche anche da alleati storici.
La spinta europea verso la sovranità digitale nasce prima di tutto da una preoccupazione di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali. A Bruxelles si è posta una domanda cruciale: cosa accadrebbe se, per una decisione politica, un Paese terzo — ad esempio gli Stati Uniti sotto una presidenza Trump — limitasse o interrompesse l’accesso europeo ai servizi cloud su cui oggi poggiano pubbliche amministrazioni e infrastrutture critiche? Il rischio di perdere il controllo su dati sensibili e servizi essenziali ha reso evidente la necessità di rafforzare capacità autonome in settori chiave: cloud, infrastrutture digitali e tecnologie strategiche, inclusi i semiconduttori.
L'ambizione europea di riconquistare il mercato tecnologico
Da qui nasce l’ambizione, più volte ribadita da Ursula von der Leyen, di riportare in Europa una parte significativa della produzione tecnologica. L’obiettivo fissato dall’Unione è arrivare entro il 2030 a rappresentare circa il 20% della produzione globale di semiconduttori, in particolare quelli più avanzati. Si tratta di un traguardo che anche le istituzioni europee riconoscono come estremamente complesso e forse difficilmente raggiungibile, ma ritenuto necessario: senza un tentativo concreto, le vulnerabilità emerse lungo tutta la filiera tecnologica — anche a livello hardware — resterebbero strutturali.
Sul piano normativo, la sovranità digitale europea si confronta però con i limiti delle competenze dell’Unione. Ambiti come la sicurezza nazionale restano formalmente prerogativa degli Stati membri. Per superare questo vincolo, Bruxelles ha adottato una strategia precisa: ancorare le grandi regolazioni digitali, come l’AI Act, alla tutela del mercato interno, facendo leva soprattutto sull’articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell’UE (e, nelle letture istituzionali, anche sull’articolo 16 relativo alla protezione dei dati). È quello che molti osservatori definiscono uno “scivolamento di competenze”, volto a evitare un mosaico di normative nazionali disomogenee che indebolirebbero il mercato unico e l’efficacia delle regole.
Questa logica si riflette anche nel dibattito sul cloud nazionale ed europeo, pensato per garantire un maggiore controllo sui dati e prevenire scenari in cui, per ragioni politiche o commerciali, “qualcuno possa staccare la spina”. Oggi l’Europa non è autosufficiente e dipende in larga misura da operatori extraeuropei come Amazon, Microsoft e Google. La consapevolezza del divario tecnologico è diffusa, ma l’approccio resta graduale: investimenti pubblici, incentivi alla ricerca e un quadro regolatorio che, almeno nelle intenzioni, non soffochi l’innovazione.
Leggi anche:
European Chips Act: la corsa europea ai microchip
Scienza e geopolitica del microchip. Storia di un oggetto che usiamo tutti i giorni (una serie in 5 episodi)
La posizione di Stati Uniti e Cina
È in questo contesto che emerge il contrasto con il modello statunitense. Mentre l’Europa cerca di bilanciare innovazione e tutela dei diritti fondamentali, l’amministrazione Trump ha promosso iniziative per evitare un patchwork di regolazioni statali sull’intelligenza artificiale, sostenendo che vincoli normativi eccessivi rischierebbero di ridurre la competitività degli Stati Uniti, soprattutto nel confronto con la Cina.
Ne derivano tre modelli distinti: quello americano, orientato principalmente al primato economico; quello europeo, centrato sulla protezione dei diritti e sull’equilibrio regolatorio; e quello cinese, basato su un forte controllo statale delle tecnologie.
La competizione tecnologica globale — dai semiconduttori all’intelligenza artificiale — mostra infine come la stagione della globalizzazione senza freni sia ormai alle spalle. Anche la Cina persegue una propria sovranità tecnologica, cercando di ridurre la dipendenza dalle filiere occidentali. In questo scenario sempre più frammentato, la sovranità digitale europea appare meno come una scelta ideologica e più come una condizione di sopravvivenza politica, economica e democratica in un mondo che tende a riorganizzarsi in blocchi contrapposti.