SOCIETÀ

Cile, torna il fantasma di Pinochet: la presidenza va all’estrema destra di José Antonio Kast

Un altro tassello di Sud America che finisce, o per meglio dire che torna, nelle mani della destra più radicale e reazionaria. In Cile, domenica scorsa, gli elettori hanno deciso con un’ampia maggioranza (poco meno del 60%) di portare alla presidenza l’ultraconservatore José Antonio Kast, 59 anni, leader del Partido Republicano, ammiratore dichiarato del generale Augusto Pinochet, che l’11 settembre del 1973, grazie al colpo di Stato architettato dagli Stati Uniti sotto la presidenza Nixon (che portò alla “rimozione” e poi alla morte del presidente democraticamente eletto Salvador Allende, qui il testo del suo ultimo discorso, mentre il golpe era in corso), diede inizio a una delle più feroci dittature della storia. Kast, classe 1966, cattolico praticante, figlio di Michael Kast Schindele, un ex tenente dell’esercito tedesco e membro del partito nazista che emigrò in Cile nel 1950, non ha mai nascosto la sua nostalgia per quegli anni, per quei propositi, per quei metodi che smantellarono col sangue la democrazia cilena (oltre tremila dissidenti uccisi o scomparsi, per non dire delle decine di migliaia torturati). José Antonio Kast ha battuto forte durante tutta la sua campagna elettorale sui due temi cardine che per l’estrema destra populista, a qualsiasi latitudine, sono ormai un must: immigrazione e sicurezza. Il suo piano, liberamente ispirato alle politiche imposte da Donald Trump, prevede la costruzione di centri di detenzione per migranti clandestini e la militarizzazione dei confini, soprattutto quelli più fragili, a nord, con Perù e Bolivia, con l’installazione di recinzioni elettriche, muri alti cinque metri e perfino trincee profonde tre metri. Kast, che per la terza volta correva per la presidenza, sapeva che questa volta avrebbe vinto facilmente il ballottaggio con Jeannette Jara, candidata della sinistra, ex ministra del lavoro nel governo del presidente uscente Gabriel Boric. Entrerà formalmente in carica il prossimo 11 marzo. E perciò nei suoi comizi aveva spesso preso di mira gli immigrati irregolari (circa 360.000, molti dei quali provenienti dal Venezuela) presenti nel paese, facendo scattare un drammatico conto alla rovescia: “Vi restano 100 giorni per raccogliere le vostre cose, vendere i vostri beni se ne avete, e lasciare il Cile. Altrimenti ci penseremo noi”. Minacce che hanno galvanizzato i suoi sostenitori: “Sono criminali, delinquenti: li cercheremo, li troveremo, li giudicheremo e poi li rinchiuderemo”. Uno dei suoi “punti di riferimento” è il presidente di El Salvador, l’autocrate Nayib Bukele, noto per il suo approccio duro contro le bande criminali e per il ricorso a carcerazioni di massa che non contemplano un gran rispetto, diciamo così, per i diritti umani.

 

Governo di unità nazionale

Così, nel suo primo discorso come presidente eletto, Kast ha dichiarato entusiasta: "Il Cile sarà finalmente libero dal crimine, libero dall’angoscia, libero dalla paura. Il nostro paese ha bisogno di ordine: ordine nelle strade, nello Stato, nelle priorità che sono state perse". La linea della sua presidenza è già tracciata nel solco dell’intransigenza: no all’aborto, no alla pillola del giorno dopo, no al matrimonio tra persone dello stesso sesso. In campo economico Kast ha promesso che taglierà la spesa pubblica di 6 miliardi di dollari entro 18 mesi ("dobbiamo ristabilire l’equilibrio delle finanze pubbliche"), ma non ha spiegato nel dettaglio come intende riuscirci, e soprattutto tagliando cosa. Perché il presidente uscente Boric, un ex esponente del movimento studentesco e attivista del movimento Izquierda Autónoma, era riuscito a introdurre novità non di poco conto sotto il profilo sociale: una settimana lavorativa più corta, da 45 a 40 ore settimanali, sulla base di quanto raccomandato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL); un salario minimo più alto, misura che riguarderà 950.000 lavoratori (il secondo scatto è previsto a gennaio 2026); un’epocale riforma del sistema pensionistico, che prevede aumenti dei contributi a carico del datore di lavoro e il graduale aumento della “Pensione Universale Garantita”. È probabile che il nuovo presidente non entrerà a gamba tesa per smantellare i “successi” del suo predecessore: anche perché non può contare su una maggioranza assoluta al Congresso, salvo stringere in un futuro prossimo più solide alleanze di governo. Intanto, come prima mossa, Kast ha proposto di formare “un governo d’emergenza e di unità nazionale” per affrontare l’ondata di criminalità organizzata: "Ci sono alcune situazioni che ci riguardano trasversalmente in termini di sicurezza, salute, istruzione, abitazione: temi che richiedono politiche statali condivise", ha dichiarato dopo aver incontrato Boric al Palacio de la Moneda. Una mossa all’apparenza furba, ma non priva di fondamento, dal momento che già da anni vengono segnalate incursioni in territorio cileno di bande criminali, soprattutto del famigerato clan di origine venezuelana Tren de Aragua. Scriveva l’agenzia Associated Press in un reportage pubblicato lo scorso luglio: "Le mafie transnazionali hanno alimentato un’ondata straordinaria di criminalità in nazioni un tempo pacifiche come il Cile e hanno consolidato il potere in paesi come Honduras e Perù, infiltrandosi nelle burocrazie statali, paralizzando le capacità delle forze dell’ordine e mettendo a rischio la stabilità regionale". Questo per dire che il tema dell’insicurezza c’è, è reale, non è soltanto una bandiera elettorale da sventolare. Ed è proprio su questo punto che il candidato di estrema destra ha vinto con ampio margine il ballottaggio: evidentemente perché offriva maggiori garanzie, maggiore intransigenza della sua sfidante nell’affrontare una delle più grandi preoccupazioni percepite dalla popolazione: secondo un sondaggio Ipsos condotto lo scorso ottobre, il 63% dei cileni considerava l’aumento della criminalità e della violenza il principale problema del paese.

L’entusiasmo degli “alleati”

L’elezione di Kast ha acceso, com’era prevedibile, gli entusiasmi dei governi di destra nel Sudamerica: vale a dire l’Argentina di Javier Milei ("Gioia enorme per la vittoria schiacciante del mio amico José Antonio Kast"), l’Ecuador di Daniel Noboa ("Sta iniziando una nuova era per il Cile e per la regione"), la Bolivia di Rodrigo Paz ("Il risultato elettorale in Cile è un messaggio deciso dei cittadini in difesa della famiglia, della sicurezza dei cittadini e dell’economia libera"). Anche il presidente americano Trump ha accolto con favore il risultato elettorale ("È una persona molto buona, non vedo l’ora d’incontrarlo per rendergli omaggio"), mentre il segretario di Stato Usa Marco Rubio gli ha direttamente telefonato "per discutere di come ampliare i nostri legami economici e porre fine all’immigrazione illegale".


Leggi anche: Il Cile archivia la presidenza Boric: gli elettori ora guardano verso destra


"Il risultato elettorale cileno fa parte di un più ampio spostamento regionale verso una leadership conservatrice e, in alcuni casi, di estrema destra", è l’analisi di Consuelo Thiers, docente di Relazioni Internazionali presso la School of Social and Political Science, all’Università di Edinburgo, in Scozia. "Questi leader sono in gran parte arrivati al potere con promesse simili, in particolare l’impegno di riparare economie in grave difficoltà, come in Argentina, e di migliorare la sicurezza in una regione in cui la criminalità organizzata si sta espandendo rapidamente. Molte persone vedono in questi candidati la promessa di un cambiamento drastico che potrebbe migliorare significativamente le loro vite". Qualche preoccupazione in più emerge dalle parole di Cristóbal Rovira, professore all’Istituto di Scienze Politiche della Pontificia Università Cattolica del Cile: "L’ondata di estrema destra ha raggiunto il Cile", ha commentato. "Il principale motore di questo esito è la crescente rilevanza della criminalità e della migrazione, mentre ha strategicamente evitato di enfatizzare gli elementi ultraconservatori della sua più ampia agenda ideologica. Ma questa è stata la prima elezione presidenziale tenuta con voto obbligatorio, che ha mobilitato un ampio segmento dell'elettorato generalmente distaccato dalla politica e profondamente diffidente verso le élite politiche. Da questa prospettiva, sarebbe fuorviante interpretare quasi il 60% degli elettori che ha sostenuto Kast come sostenitori convinti dell’estrema destra. Sebbene molti di questi elettori siano chiaramente preoccupati per la criminalità e la migrazione, su questioni morali e preferenze economiche l’elettorato cileno rimane, in media, più vicino a posizioni progressiste che conservatrici. Se Kast riuscirà a mantenere alti indici di approvazione e a garantire la governabilità dipenderà quindi dalla sua capacità di contenere le tendenze illiberali insite nel suo progetto politico. Non sarà un compito facile. La sua lunga carriera politica al Congresso non è stata caratterizzata da flessibilità o da una forte disponibilità a compromessi. Il fattore decisivo sarà quindi il ruolo dei leader e dei partiti di destra tradizionali. Sembra però improbabile che alla fine saranno efficaci nel moderare Kast e i suoi quadri; quando le forze di destra tradizionale e di estrema destra collaborano, è di solito la seconda a prevalere, spesso rimodellando la prima a propria immagine, come dimostra, ad esempio, l’evoluzione del Partito Repubblicano degli Stati Uniti".

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012