FIP: il Ministero della Salute approva il farmaco GS-441524
Una nuova circolare, emanata dal Ministero della Salute lo scorso 23 ottobre, offre nuove speranze per il trattamento della peritonite infettiva felina (FIP), una grave malattia che colpisce i gatti. Il provvedimento è frutto anche dell’intensa attività del gruppo di lavoro sul farmaco della FNOVI (federazione nazionale dei medici veterinari), coordinato da Matteo Gianesella, docente dell’Università di Padova, e autorizza la prescrizione del GS 441524: l’approvazione dell’utilizzo di questo farmaco rappresenta una vera e propria svolta per la lotta alla FIP, poiché offre maggiori speranze di sopravvivenza ai gatti che ne sono affetti.
Per fare luce sulla natura di questa malattia, è intervenuto a Il Bo Live Matteo Gianesella, che ne ha chiarito i sintomi e i danni che può causare.
“La FIP – afferma – è una malattia virale causata da una mutazione del coronavirus felino. La gravità di questa patologia non può essere sottovalutata: prima dell’avvento di nuove terapie, era considerata una sentenza di morte quasi certa per i gatti colpiti, con un tasso di mortalità che sfiorava il cento per cento”.
La FIP è particolarmente pericolosa per diversi motivi: in primo luogo, come spiega il docente, non va sottovalutata la sua incidenza. Se, infatti, risulta relativamente bassa nella popolazione felina in generale – circa 1-1,4 per cento -, può raggiungere livelli molto elevati in gattili e allevamenti, dove l’alta densità felina può incrementare i casi fino al 12 per cento.
Cos’è la FIP e perché è così pericolosa
“La FIP – continua Gianesella – è particolarmente insidiosa anche perché colpisce spesso gatti giovani, con un picco di incidenza tra i sei mesi e i due anni di età. Questo periodo coincide con la maturazione del sistema immunitario e spesso con cambiamenti significativi nella vita del gatto, come l’adozione o il trasferimento in un nuovo ambiente, che possono agire come fattori di stress. Inoltre, la difficoltà di una diagnosi precoce e la rapidità con cui la malattia può progredire la rendono una delle sfide più temute nella medicina veterinaria felina”.
Il docente spiega anche le diverse manifestazioni in cui la patologia può presentarsi. Esistono, in particolare, due differenti forme cliniche: una effusiva – o umida -, e l’altra non effusiva – o secca -, ed entrambe si presentano con caratteristiche distintive ma ugualmente pericolose.
“La forma effusiva si manifesta con l’accumulo di liquido nelle cavità corporee, principalmente nell’addome o nel torace. I gatti che ne sono affetti possono mostrare una distensione addominale evidente, difficoltà respiratorie, perdita di peso nonostante l’apparente aumento di volume, e una febbre persistente che non risponde agli antibiotici. La forma non effusiva, invece, è più subdola e difficile da diagnosticare, perché comporta lesioni granulomatose in vari organi, e causa sintomi diversi a seconda di quelli colpiti: i gatti possono manifestare problemi oculari, sintomi neurologici o cambiamenti comportamentali, oppure segni di insufficienza renale o epatica”.
Tuttavia, Gianesella sottolinea che molti gatti possono presentare una forma mista della malattia, con caratteristiche di entrambe le varianti.
“La variabilità dei sintomi e la loro somiglianza con altre malattie feline rendono la diagnosi della FIP particolarmente impegnativa, perciò è spesso necessario svolgere in combinazione esami clinici, di laboratorio e di diagnostica per immagini per una conferma definitiva”.
Dal Remdesivir al GS-441524: la nuova arma contro la FIP
Il docente spiega che, in assenza di trattamenti specifici per patologie animali, è possibile adottare il principio di deroga, che consiste nell’utilizzo di farmaci umani in ambito veterinario. Così, a partire dal giugno 2025, era stato approvato l’utilizzo del Rendesivir, principio attivo del farmaco umano Veklury. Tuttavia, era chiaro che quella disposizione da sola non bastava, poiché il Remdesivir comportava diverse criticità: prima di tutto la sua assunzione avviene tramite iniezioni, cosa che può provocare maggiore stress e difficoltà nei gatti. Inoltre, il costo del farmaco non è da sottovalutare, poiché risulta decisamente più elevato rispetto a quello del GS 441524, approvato lo scorso 23 ottobre.
“Quest’ultimo – afferma Gianesella – è il metabolita attivo del Remdesivir, e agisce bloccando la replicazione del coronavirus responsabile della FIP. La sua efficacia è stata dimostrata in diversi studi clinici, con un tasso di guarigione che può arrivare all’80-90 per cento nei casi trattati tempestivamente. Uno dei vantaggi del farmaco è la sua assunzione per via orale, cosa che lo rende molto meno stressante per il gatto e più pratico da assumere rispetto al suo precursore. Inoltre, la formulazione galenica, preparata ad hoc dal farmacista, offre una maggiore flessibilità nel dosaggio. I medici veterinari possono adattare la dose alle esigenze specifiche di ogni gatto, considerando fattori come il peso, la gravità della malattia e la risposta individuale al trattamento. Questa personalizzazione della terapia può contribuire a migliorarne l’efficacia e a ridurre potenziali effetti collaterali”.
La circolare del 23 ottobre segna, secondo Gianesella, un vero e proprio punto di svolta: i medici e i veterinari, che fino a quel momento erano spettatori impotenti nel processo di cura, ora acquistano un ruolo centrale nella lotta contro la malattia.
“Finora la FIP veniva gestita spesso attraverso il commercio illegale di molecole di dubbia provenienza ed efficacia. La circolare, invece, oltre a legalizzare il prodotto, affida totalmente la scelta terapeutica al medico veterinario curante, e sottolinea l’importanza da parte delle farmacie di seguire rigorose linee guida nella preparazione di questi medicinali, facendo riferimento alle norme della Farmacopea Italiana per garantire la sicurezza e l’efficacia dei trattamenti. Inoltre, grazie alla prescrizione mediante la ricetta elettronica veterinaria (rev), sarà possibile tracciare le prescrizioni e quindi monitorare la diffusione della FIP a livello nazionale”.
Le sfide future: vaccini, diagnosi precoce e resistenze
Nonostante questa importante novità, molte sfide per curare al meglio la FIP restano aperte. “La ricerca – afferma infatti il docente – non si ferma qui: si sta lavorando su diversi fronti per migliorare ulteriormente la gestione di questa complessa patologia. Uno degli obiettivi principali è lo sviluppo di test diagnostici più precisi e rapidi. La diagnosi precoce è cruciale per il successo del trattamento, e nuovi metodi potrebbero permettere di identificare la FIP nelle sue fasi iniziali, quando è più facilmente trattabile”.
Sarebbe importante anche lo sviluppo di un vaccino contro la malattia. Tuttavia, questo compito è particolarmente complesso, a causa del suo carattere mutevole. Inoltre, Gianesella sottolinea che l’attenzione deve restare elevata anche sul controllo della resistenza virale ai farmaci: con l’uso crescente di antivirali come il GS 441524, è essenziale monitorare eventuali emergenza di ceppi virali e sviluppare strategie per contrastarli.
“Infine – conclude – la ricerca si sta concentrando sulla comprensione dei meccanismi molecolari che portano alla mutazione del coronavirus felino nella sua forma patogena. Questa comprensione potrebbe aprire la strada a nuove strategie preventive, che mirino a interrompere il processo di mutazione prima che il virus diventi pericoloso”.