SOCIETÀ

Riarmo e leva obbligatoria: il punto di Marco Mondini

Le parole hanno un peso, soprattutto quando arrivano dai vertici militari. In Francia hanno suscitato sconcerto quelle pronunciate dal capo di Stato maggiore delle Forze armate, il generale Fabien Mandon, che ha invitato il Paese a prepararsi anche all’idea di “perdere i propri figli”. Parole che, forse ben al di là delle reali intenzioni di chi le ha pronunciate, ha immediatamente acceso il dibattito politico e mediatico generando reazioni trasversali e paure profonde.

Quasi in parallelo, in Germania, la decisione di reintrodurre la visita di leva per tutti i maggiorenni, come passaggio preliminare alla costruzione di una nuova riserva, ha incontrato una forte opposizione soprattutto tra studenti e giovani, con manifestazioni e proteste in diverse città della Repubblica federale. Anche in Italia il tema è tornato al centro della scena: il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato della possibilità di un servizio su base volontaria, chiarendo che non si tratta di ripristinare la leva obbligatoria ma riconoscendo implicitamente che il clima attorno alle politiche di difesa è cambiato.

Riprese e montaggio Elena Sophia Ilari

Notizie che, al di là degli allarmismi, segnalano la profonda trasformazione in atto in Europa, con il ritorno nel discorso pubblico temi quasi impensabili dopo ottant’anni di pace, integrazione e benessere economico. Per questo ci rivolgiamo a Marco Mondini, docente di history of conflicts e di storia contemporanea presso l’università di Padova, che già nel suo libro Il ritorno della guerra, pubblicato da Il Mulino nel 2024, aveva avvertito dell’irreversibilità dei cambiamenti innescati dal nuovo scenario internazionale.

“Sgombriamo il campo dagli equivoci – chiarisce subito lo studioso –: in Germania, Italia e Francia nessuno sta pensando di ripristinare la vecchia coscrizione obbligatoria. Sarebbe impossibile, costosa e inutile”. Non solo come scelta politica, ma anche dal punto di vista militare: “Le guerre di oggi non si combattono con cittadini-soldato addestrati male e armati peggio. Un’eventuale guerra su vasta scala si combatterebbe sì con trincee, carri armati e artiglieria, ma anche con droni, attacchi ibridi, disinformazione e cyberwarfare”.


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Molto comunque è cambiato rispetto a pochi anni fa, quando gli eserciti europei erano strutture agili formate da professionisti “per piccole guerre esotiche a bassa intensità, missioni di peacekeeping o peace enforcement” ricorda Mondini. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 alcuni Paesi, come quelli baltici e scandinavi, hanno già tratto le conseguenze di questo mutamento, reintroducendo o rafforzando la coscrizione. Altri, come Francia e Germania, stanno seguendo una strada diversa. “Non si tratta di ricostruire eserciti di milioni di uomini, quanto di creare riserve – spiega Mondini –. Il modello francese punta a una riserva volontaria di circa 50.000 mila giovani mentre quello tedesco mira a impiegarne 200.000, affiancati da una Bundeswehr più ampia ma sempre professionale”.

Dietro questi numeri c’è però molto più delle semplici esigenze militari: “Questi modelli hanno uno scopo soprattutto culturale e politico”, sottolinea lo storico. Il vero nodo è il rapporto tra cittadini, Stato e difesa in un’Europa che sembra aver rimosso l’idea stessa della guerra. “C’è una spaccatura generazionale enorme”, osserva Mondini, citando il caso tedesco, dove molti giovani rifiutano l’idea di tornare a essere, nelle loro parole, ‘carne da cannone’.

Dalla Francia alla Germania, fino all’Italia, il lessico della leva torna nel dibattito pubblico: non come annuncio di guerra imminente, ma come segnale di una frattura culturale e generazionale

Il motivo è profondo e scomodo: “Come possiamo chiedere ai giovani di sacrificarsi se gli lasciamo un futuro incerto, un’economia fragile e poche prospettive di benessere?”, si chiede Mondini. Una domanda che attraversa anche la Francia, dove le parole di Mandon hanno colpito proprio perché esplicitano una paura latente: “Il problema oggi non è solo trovare uomini e risorse, ma tornare a coinvolgere i cittadini. La difesa della liberal-democrazia non è pensabile senza un nuovo patto di cittadinanza, soprattutto con le giovani generazioni”, conclude Mondini.

Ed è forse questo il senso più profondo del ritorno del lessico della leva: il segnale di una frattura culturale e politica piuttosto che l’annuncio di una mobilitazione imminente. Un tentativo, dall’esito tutt’altro che scontato, di ricostruire consenso, responsabilità e appartenenza in un continente che scopre, con inquietudine, che la pace non è un dato acquisito per sempre.

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