Il passato che stiamo perdendo
Aqua alta a Venezia. Foto: Francesca Cappa (CC BY 2.0)
Dal riscaldamento globale alla sesta estinzione di massa a cui stiamo assistendo sono molteplici e inquietanti gli effetti dell’Antropocene, termine reso celebre all’inizio degli anni Duemila dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen insieme al biologo Eugene Stoermer. Una nozione che, al di là delle discussioni terminologiche tra scienziati, rimanda a un impatto umano ormai profondo e continuativo, capace di alterare in modo duraturo gli equilibri del pianeta.
A partire dalla metà del Novecento il rapporto tra l’umanità e i sistemi terrestri è entrato nella cosiddetta grande accelerazione. Tutti i principali indicatori lo mostrano con chiarezza: dalla crescita della popolazione all’uso di energia e materie prime, dal consumo di fertilizzanti alla costruzione di grandi dighe e allo sfruttamento delle risorse idriche, fino alla produzione di gas serra e alla degradazione della biosfera. Curve diverse ma sincronizzate che si impennano insieme, restituendo l’immagine di una trasformazione sistemica, rapida e senza precedenti del pianeta.
Molto meno osservato, però, è uno degli effetti più sottili e profondi di questo processo: l’impatto dell’Antropocene sul patrimonio culturale dell’umanità. Non solo sulla conservazione di singoli monumenti o siti archeologici, ma sul tessuto stesso della memoria collettiva, i luoghi attraverso i quali intere comunità hanno costruito, tramandato e riconosciuto il proprio passato.
È proprio questo il terreno di indagine di Atlante del passato perduto. Come l’Antropocene sta distruggendo il patrimonio culturale dell’umanità, il libro appena pubblicato da Rizzoli di Federico Zaina, archeologo ed esperto di patrimonio culturale, attualmente responsabile del Dipartimento Collezione e Ricerca presso il Museo Egizio di Torino. Dighe che sommergono paesaggi sacri, miniere che cancellano siti fondamentali per le comunità locali, infrastrutture che spezzano continuità millenarie tra territori e memorie: la distruzione del passato non è più un evento episodico o marginale ma un fenomeno strutturale e accelerato, spesso legittimato da procedure legali e logiche economiche che faticano a riconoscere un valore che vada al di là del mero profitto.
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Zaina parte dalla consapevolezza, condivisa da chi lavora sul patrimonio, che non tutto può essere salvato; quando però la perdita non è più il risultato lento del tempo ma l’effetto rapido di decisioni concentrate, la domanda non è più solo cosa conservare, ma chi decide cosa conta e per chi. “L’erosione del patrimonio culturale c’è sempre stata – spiega Zaina a Il Bo Live –. La differenza oggi sta da un lato nell’incredibile velocità con cui essa avanza, dall’altro nel fatto che molto spesso questa distruzione avviene per decisione di pochi individui a discapito di intere comunità”.
Da qui prende forma una riflessione che intreccia archeologia, antropologia e studi sul patrimonio, chiamando in causa il ruolo di comunità, esperti e istituzioni. In gioco non c’è soltanto la tutela di singoli luoghi, ma il modo stesso in cui una società riconosce il valore del proprio passato in un mondo che cambia più velocemente della sua capacità di ricordare.
Come suggerisce il titolo stesso, Zaina conduce il lettore in una vera e propria avventura cartografica attraverso otto capitoli, ciascuno dedicato a un fattore dell’Antropocene che contribuisce al decadimento e alla degradazione del patrimonio culturale comune. Ogni sezione è costruita attorno a un luogo concreto, analizzato nel dettaglio come esempio di un processo più ampio. Si parte dall’energia e dall’impatto delle grandi dighe, simbolicamente rappresentato dalla diga di Assuan: un’opera che ha comportato il trasferimento forzato di intere comunità umane e la perdita di un patrimonio vastissimo, spesso occultata da una narrazione rassicurante che ha enfatizzato il salvataggio di alcuni monumenti iconici, come i templi di Abu Simbel. Si passa poi all’estrazione mineraria, con casi che appaiono oggi difficili da giustificare: dalla distruzione della gola di Juukan, in Australia, sito sacro per le comunità aborigene e abitato da oltre 47.000 anni, fatta saltare in aria dalla Rio Tinto Company, fino a Nohmul in Belize, una piramide maya completamente smantellata per ricavarne materiale da costruzione.
“ La distruzione del patrimonio culturale non è più un effetto collaterale dello sviluppo ma un processo strutturale dell’Antropocene, deciso da pochi e subito da intere comunità
Altre tappe riguardano l’agricoltura intensiva e il collasso del lago d’Aral, il mercato nero dei reperti archeologici esploso dopo la guerra in Iraq e l’overtourism che mette sotto pressione siti come Angkor Wat, fino ad arrivare agli effetti diretti del riscaldamento climatico. Qui il caso emblematico è Venezia, dove il Mose, pur avendo mitigato alcune emergenze legate all’acqua alta, sta generando nuove criticità per l’equilibrio della laguna.
Un percorso che però non si chiude con una dichiarazione di resa bensì con un invito all’azione, un richiamo esplicito a non restare spettatori di un decadimento che non è già scritto. Nelle pagine finali si va infatti oltre l’inventario di ciò che non funziona per proporre una sorta di bussola concettuale fondata su quattro idee chiave: comunità, pluralismo, scienza e istituzioni. Quattro pilastri che, nel ragionamento dell’autore, finiscono per convergere in un punto centrale: la necessità di ricostruire un rinnovato senso di appartenenza e di coesione. “Un punto di partenza può essere la Convenzione di Faro, approvata nel 2005 dal Consiglio d’Europa – conclude Zaina –. È lì che avviene il cambio di paradigma, con il patrimonio culturale che non è più qualcosa che viene definito solo da esperti e istituzioni ma nasce dalle persone”.
Un orizzonte messo oggi seriamente a rischio dal ritorno, sul piano interno come su quello internazionale, del culto della forza e degli istinti primordiali, accompagnato da una crescente insofferenza verso regole, vincoli e mediazioni. Di fronte a questa deriva, Zaina invoca una reazione che non può che essere democratica e trasversale, capace di attraversare le società dall’interno e di coinvolgere il mondo culturale, scientifico e istituzionale. Non una risposta settoriale ma un movimento ampio, in grado di rimettere al centro il valore delle relazioni, delle responsabilità condivise e delle comunità.
La memoria, come mostrano anche le neuroscienze, non è un archivio immobile ma una funzione attiva del pensiero umano: serve a leggere e interpretare il presente e, soprattutto, ad affrontare le sfide che ci attendono. Anche nell’Antropocene, dunque, tutela del passato e possibilità stessa di un futuro condiviso coincidono: ripensare il rapporto tra conservazione e progresso non è un’opzione, ma una condizione necessaria per continuare a esistere come specie.