Uomini ambiziosi e donne premurose. Un sondaggio sugli stereotipi di genere in 40 Paesi
I tempi cambiano, le idee non sempre. Questo, secondo i risultati di un recente studio, sembra valere anche per gli stereotipi di genere, ovvero quelle credenze, convinzioni e opinioni fortemente radicate all’interno di una società riguardo ai tratti caratteriali, alle competenze e ai ruoli attribuiti rispettivamente agli uomini e alle donne.
Un gruppo internazionale di ricercatori della Northwestern University in Illinois e dell'Università di Berna ha svolto un ampio sondaggio di opinione pubblica in 40 nazioni con lo scopo di individuare le origini dei principali stereotipi di genere diffusi a livello globale e capire come siano cambiati negli ultimi trent’anni, attraverso il confronto tra le risposte a un’indagine condotta nel 1995 e altre raccolte con la stessa metodologia nel 2023.
I risultati, pubblicati all’inizio di quest’anno su PNAS, mostrano che alcuni pregiudizi, in particolare quello secondo il quale gli uomini sarebbero per natura più ambiziosi, assertivi e pronti all’azione, mentre le donne più premurose, gentili e interessate alla cura e al benessere delle altre persone e della comunità, sembrano essere rimasti stabili in ognuno dei Paesi considerati negli ultimi trent’anni. Christa Nater – prima firmataria dello studio – e coautori hanno inoltre scoperto che lo stereotipo femminile era sorprendentemente più forte nelle nazioni economicamente più sviluppate e con livelli mediamente più elevati di parità di genere, dove tra l’altro è stata osservata anche una maggiore segregazione occupazionale.
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Come sottolineano Nater e coautori, la presenza di pregiudizi e convinzioni rigide riguardo ai tratti che contraddistinguono e differenziano uomini e donne e i loro ruoli sociali, possono portare alla formazione di giudizi superficiali e ingiusti nei confronti di chi non rispecchia lo stereotipo e a discriminare, per esempio, un uomo che lavora come insegnante d’asilo o una donna ingegnera aerospaziale, a prescindere dalla loro reale competenza, dando per scontato che non siano adatti per la professione che svolgono o a cui aspirano.
Ma gli stereotipi influenzano anche il modo in cui consideriamo noi stessi, costruiamo la nostra identità e immaginiamo il nostro futuro. Alcuni studi hanno infatti approfondito il modo in cui la convinzione di avere maggiori o minori possibilità di successo, o di possedere meno talento in un determinato ambito in base al genere con cui ci si identifica, influisce in modo significativo sulle scelte di carriera di uomini e donne. Questo meccanismo rischia di fiaccare, in particolare, le aspirazioni e le ambizioni di queste ultime.
Nater e coautori hanno confrontato i risultati del sondaggio d’opinione condotto nel 1995 (a cui avevano risposto 22.000 persone) dalla Gallup Organization e quelli raccolti da loro nel 2023 (su un totale di 4.800 partecipanti) sugli stereotipi di genere con una serie di indicatori socioeconomici e culturali relativi alle nazioni di riferimento, con lo scopo di scoprire se le differenze politiche, culturali e relative al livello di sviluppo economico tra le varie nazioni si riflettano anche nel modo in cui sono diffusi gli stereotipi di genere al loro interno.
Nonostante negli ultimi trent’anni la forza lavoro femminile retribuita sia aumentata in tutto il mondo, in tutte le nazioni e per entrambi i periodi considerati sembra essere rimasto stabile lo stereotipo maschile secondo il quale gli uomini sarebbero più propensi all’azione, ambiziosi e competitivi, oltre che orientati all’autorealizzazione al raggiungimento dei propri obiettivi individuali; lo stesso vale per lo stereotipo femminile, che considera le donne più inclini ad agire per il bene comune, oltre che più premurose e gentili. La maggior parte delle persone intervistate ha anche dichiarato di considerare gli uomini più adatti a svolgere professioni che richiedono forza fisica e coraggio, tra cui quelle di pompieri, soldati, membri delle forze dell’ordine.
Nater e coautori hanno osservato che questi stereotipi di genere sono particolarmente radicati proprio nelle nazioni con tassi più elevati di parità di genere e sviluppo economico, in linea con i risultati di alcuni studi precedenti.
Secondo gli autori, il motivo è dovuto al fatto che nei contesti in cui le donne partecipano di più al mercato del lavoro è presente anche una maggiore segregazione occupazionale: il fenomeno per cui in determinati settori professionali lavorano quasi esclusivamente persone dello stesso genere, portando a una differenziazione dei ruoli lavorativi degli uomini e delle donne. Queste ultime, in particolare, sono la maggioranza nei settori lavorativi legati alla cura, all’assistenza e all’educazione.
A rafforzare questi stereotipi contribuisce anche la distribuzione diseguale del potere nel mercato del lavoro, dove le posizioni di maggiore rilievo politico, economico o culturale sono ricoperte più frequentemente dagli uomini, che hanno quindi maggiori probabilità di diventare amministratori delegati di grandi aziende, capi di stato, o intellettuali di successo. Le donne, al contrario, anche quando assumono ruoli dirigenziali lo fanno molto più spesso in ambiti umanitari, nelle ONG per esempio, nel settore educativo, o in quello dei servizi sanitari e assistenziali, a cui viene riconosciuto solitamente un prestigio sociale minore.
Si tratta, secondo Nater e coautori, di risultati da non sottovalutare. Questi dati confermano, infatti, che ciò che siamo abituati a osservare nel contesto in cui viviamo plasma il nostro immaginario; in altre parole, gli stereotipi di genere riflettono i ruoli che gli uomini e le donne ricoprono solitamente nelle società.
Di conseguenza, osservano gli autori, la sola diffusione di campagne di sensibilizzazione contro gli stereotipi di genere – come #EndGenderStereotypes, lanciata nel 2023 dall’Unione Europea – non è sufficiente se non accompagnata da politiche strutturali capaci di influenzare concretamente gli equilibri del mercato del lavoro, promuovendo una reale uguaglianza tra uomini e donne.
Nater e colleghi si auspicano inoltre di svolgere ulteriori ricerche che approfondiscano il ruolo degli stereotipi intersezionali, rivolti cioè a persone che rientrano in due o più categorie solitamente discriminate o comunque oggetto di pregiudizio. In questo senso, studi futuri potrebbero analizzare in che modo caratteristiche come l’orientamento sessuale, le identità di genere non binarie o transgender o l’appartenenza a minoranze etniche si intrecciano con il genere nella produzione degli stereotipi, con l’obiettivo di fornire dati solidi che si rivelino utili alla progettazione di politiche antidiscriminatorie efficaci.