L’Argentina di Milei, due anni dopo: conti in ordine ma poca stabilità
Siamo al terzo anno di Javier Milei alla guida dell’Argentina e un piccolo bilancio economico parziale si può già fare. Quando Milei si è insediato alla Casa Rosada, nel dicembre 2023, aveva promesso una terapia d’urto: tagli drastici alla spesa pubblica, liberalizzazioni, meno Stato e una lotta all’inflazione. Ora, in una nazione, e non solo, sempre molto instabile dal punto di vista economico, i conti pubblici sono migliorati, l’inflazione è scesa, ma la crescita rallenta e la stabilità del peso resta appesa agli aiuti internazionali.
La cura shock: meno Stato, più mercato
Ma come siamo arrivati a tutto ciò? Nel 2024 il governo ha varato, dopo pochi giorni dall’insediamento, una serie di riforme strutturali che hanno segnato una rottura netta con il passato. Sono stati eliminati i controlli sugli affitti e i tetti ai prezzi di carburanti, farmaci e assicurazioni sanitarie; è stata abrogata la norma che consentiva allo Stato di intervenire per garantire beni essenziali; è stato introdotto un regime fiscale favorevole ai grandi investimenti (con agevolazioni per chi investe almeno 200 milioni di dollari in settori strategici); è aumentata la flessibilità del mercato del lavoro, riducendo così i costi di licenziamento, con tutto ciò che può comportare una riforma del genere nel mercato del lavoro.
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Sul fronte delle privatizzazioni, nell’aprile scorso, otto imprese pubbliche nei settori energetico, autostradale e ferroviario sono state cedute, in tutto o in parte. È stata inoltre abolita la tassa sulle transazioni in valuta estera e, nel 2025, sono stati liberalizzati i movimenti di capitale. Cade quindi il limite mensile di 200 dollari all’acquisto di valuta straniera e vengono eliminate diverse restrizioni per imprese importatrici ed esportatrici.
Il miracolo dei conti pubblici
Una visione libertaria che era stata annunciata da Milei che ha portato chiari risultati sul bilancio statale. La spesa primaria, al netto degli interessi, è stata tagliata di circa il 30% in termini reali tra il 2023 e il 2024. Nel 2025 è rimasta sostanzialmente stabile e ulteriori riduzioni dei sussidi sono state compensate dall’aumento della spesa pensionistica.
Il dato più rilevante però riguarda il saldo di bilancio: dopo un deficit del 5,3% del Pil nel 2023, l’Argentina ha registrato un surplus dello 0,4% nel 2024 e dello 0,5% nel 2025. Anche il rapporto debito/Pil è sceso drasticamente, dal 155% al 79% in due anni. A favorire la riduzione però ha contribuito anche l’elevata inflazione, che “alleggerisce” il debito in termini relativi gonfiando il PIL nominale. E quindi un effetto più contabile che reale.
Sul piano fiscale però Milei può rivendicare un successo raro nella storia economica recente del Paese. Secondo i dati diffusi dall’istituto nazionale di statistica argentino (INDEC) infatti, a febbraio l’inflazione è stata del 2,9% su base mensile, lo stesso valore registrato a gennaio e leggermente superiore alle previsioni formulate sia dalle società di consulenza sia dallo stesso governo. Su base annua l’aumento dei prezzi raggiunge il 33,1%, mentre nei primi due mesi del 2026 l’indice dei prezzi al consumo ha già accumulato una crescita del 5,9%.
I dati poi confermano anche che il processo di rallentamento dell’inflazione procede più lentamente del previsto. Il tasso mensile, infatti, si mantiene sui livelli più alti dallo scorso marzo (quando era al 3,7%) e da nove mesi l’indice non registra più una riduzione: l’ultima volta era stata a maggio, con un aumento dell’1,5%. Da allora l’andamento ha seguito una traiettoria gradualmente crescente: 1,6% a giugno, 1,9% a luglio e agosto, 2,1% a settembre, 2,3% a ottobre, 2,5% a novembre, fino al 2,8% di dicembre e al 2,9% registrato sia a gennaio sia a febbraio di quest’anno.
L’andamento dei prezzi poi resta molto diverso tra i vari settori. L’aumento più marcato si è registrato nella categoria abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili, cresciuta del 6,8% in un solo mese. A incidere sono soprattutto il nuovo sistema di sussidi e gli aumenti delle tariffe dei servizi pubblici, parte delle riforme con cui il governo sta cercando di riallineare i prezzi regolati dopo anni di forti distorsioni.
Insomma, l’altra faccia della medaglia rispetto alle notizie positive è l’andamento dell’economia reale. Il Pil nel 2024 ha subito inizialmente una contrazione del 2,4%, effetto diretto del taglio della spesa pubblica. Nei trimestri successivi si è registrato un forte rimbalzo, che ha riportato l’economia ai livelli del 2022. Ma nel corso del 2025 la crescita si è affievolita, con trimestri di stagnazione o lieve espansione.
Il mercato del lavoro resta debole: la disoccupazione si mantiene intorno al 7%, anche per effetto dello smantellamento di uffici pubblici. Segnali migliori arrivano dal tasso di povertà, sceso al 27% nel terzo trimestre del 2025, il livello più basso dal 2018, e dall’indice di disuguaglianza, tornato ai valori precedenti all’arrivo di Milei.
Il quadro sociale, insomma, non è esplosivo come molti temevano, ma non è neppure stabilizzato. Il Paese resta fragile ma a due anni dall’inizio della sua presidenza, il leader argentino ha dimostrato che un aggiustamento fiscale radicale è possibile anche in un Paese segnato da decenni di instabilità. Ha ridotto deficit e debito, abbassato l’inflazione e ottenuto nuovo credito internazionale.
La crescita però è incerta, la competitività si è ridotta e la stabilità del peso, come spesso è accaduto, dipende molto dalla fiducia e dal sostegno esterno. Significa che l’Argentina di Milei, dopo lo shock iniziale, è sicuramente più stabile per quanto riguarda i conti, ma ancora estremamente esposta, e questo non la rende stabile né internamente, né agli occhi internazionali.