SOCIETÀ

Pietre d’inciampo: la memoria cammina con noi

Camminando per le strade di molte città europee si può “inciampare”, più con lo sguardo che con i piedi, in piccole lastre di ottone della dimensione di un cubetto di porfido (10x10 cm) incastonate nel selciato. Sono le pietre d’inciampo (Stolpersteine in tedesco), un memoriale diffuso ideato dall’artista tedesco Gunter Demnig per ricordare le vittime delle persecuzioni naziste e fasciste. Ogni pietra è un frammento di storia personale: un nome, una data di nascita, un indirizzo e spesso una data di deportazione o morte. Inserite davanti all’ultimo domicilio scelto liberamente dalle vittime, queste piccole placche provano a trasformare lo spazio urbano in un esercizio di memoria.

Il progetto nasce con la posa della prima pietra d’inciampo davanti al municipio di Colonia nel 1992 e si è rapidamente diffuso in Europa con l’obiettivo di restituire identità a chi era stato ridotto a un numero nei registri dei lager nazisti. Le pietre sono posate su iniziativa di comunità locali, scuole, enti di memoria e famiglie, con un forte coinvolgimento civico che a volte si intreccia anche alla ricerca storica per ricostruire le biografie delle vittime. Ad agosto 2024 il progetto aveva superato le 107.000 pietre installate in quasi 1900 città di 30 Paesi europei, e spesso le nuove pose avvengono il 27 gennaio di ogni anno in occasione della Giornata della memoria. Com’è noto la data è stata scelta per ricordare l’abbattimento dei cancelli del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz.


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Anche in Italia le pietre d’inciampo sono ormai presenti in molte città, spesso collocate davanti alle ultime abitazioni delle vittime delle persecuzioni nazifasciste o nei luoghi da cui furono deportate. Secondo i dati disponibili, in Italia sono state installate circa 3400 pietre d’inciampo in oltre 420 comuni, distribuite in quasi tutte le regioni tra Nord e Sud della penisola. Roma è stata la prima città italiana a ospitare le pietre d’inciampo nel 2010, poi con numerose ulteriori collocazioni negli anni successivi fino a raggiungere le attuali 479. 

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Se guardiamo i numeri di pietre installate, dopo Roma ci sono Milano con 255 pietre, Venezia con 197 e poi Torino, Trieste, Venezia, Parma… Ma non è ovviamente solo una questione di quantità, infatti la presenza di pietre d’inciampo in centinaia di località italiane grandi e piccole (da Bolzano a Ferrara, da L’Aquila a Prato, da Mantova a Napoli) trasforma le città in mappe di storie individuali che altrimenti rischierebbero di cadere nell’oblio. Le pietre vengono posate in memoria di tutte le vittime della violenza nazifascista, indipendentemente dall’etnia o dalla religione religione delle persone che hanno perso la vita.

Queste piccole pietre si chiamano “d’inciampo” ma l’espressione va intesa non in senso fisico, ma visivo ed emotivo: l’idea è che il luccichio dell’ottone faccia fermare a leggere e a riflettere chi passa lì accanto e si imbatte, anche solo per caso, nell’opera. Perché la memoria non dovrebbe essere confinata in luoghi separati, ma possa entrare a far parte della nostra quotidianità, invitando chiunque passi di lì a non dimenticare. Il nome è infatti mutuato dalla Lettera ai Romani di Paolo di Tarso, contenuta nel Nuovo Testamento: «Ecco, io metto in Sion un sasso d’inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso».

Il punto di vista della fondazione Gunter Demnig

Un semplice marciapiede, uno spazio urbano di passaggio esposto a tutto e tutti, si trasforma dunque in un luogo di sosta e riflessione grazie al lavoro dell’artista Gunter Demnig e dei suoi collaboratori. Per saperne di più abbiamo fatto qualche domanda a Katja Demnig (amministratrice delegata della Fondazione TRACES - Gunter Demnig) a cui abbiamo chiesto che tipo di esercizio di memoria può nascere dall’inciampo accidentale su questi piccoli memoriali spesso incontrati per caso, lontano dai siti ufficiali di commemorazione... “La principale e distintiva differenza tra i nostri monumenti artistici e altri monumenti è che possono essere visti e notati da tutti nel loro tragitto quotidiano verso il lavoro, la scuola o il medico. Riportano la storia delle vittime del nazionalsocialismo esattamente nel luogo in cui la loro sofferenza è iniziata. In questo modo, la storia prende vita e resta sempre presente”.

Ogni pietra d’inciampo porta iscritto un nome, una data e un indirizzo, ma può bastare questa precisione minima a restituire l’umanità e la complessità di persone troppo spesso ridotte a numeri nella storia? Demnig ci risponde che “le pietre d’inciampo restituiscono l’umanità alle vittime riportando i loro nomi, sollevando le loro storie dall’anonimato delle masse e raccontandole nei luoghi stessi in cui un tempo ridevano, amavano, festeggiavano, lavoravano e conducevano vite normali finché il terrore non si è abbattuto su di loro. Le pietre mostrano chiaramente quanto le vittime del nazionalsocialismo fossero integrate ovunque fino all’ascesa al potere di Hitler”.


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Queste pietre non spiegano né interpretano, ma semplicemente invitano le persone a fermarsi e riflettere, lasciando la responsabilità del significato a chi passa di lì. Domandiamo all’amministratrice delegata se in questi anni la fondazione ha raccolto riscontri che mostrino che questo approccio funziona davvero, e ci dice che ricevono “riscontri da chi vede le pietre d’inciampo ogni giorno. Spesso si tratta di piccole storie personali commoventi che i visitatori ci raccontano. Per esempio, rimangono spesso sorpresi dalle zone apparentemente tranquille e pacifiche in cui un tempo le vittime del nazismo furono perseguitate, umiliate e deportate, oppure inciampano sul gran numero di persone deportate dalle case di cura (semplicemente perché erano anziane o avevano qualche disabilità), o rimangono scioccati dai destini che anche i bambini più piccoli delle famiglie dovettero subire”.

Lo scopo delle pietre d’inciampo è dunque di aiutare chi le incontra a “diventare più cauti quando qualcuno cerca di dividere la società con l’incitamento all’odio. Certo, non possiamo raggiungere ogni singolo componente della società – aggiunge Katja Demnig ma se riusciamo a spingere nuove persone a parlare, discutere e riflettere su questo terribile periodo buio della storia tedesca, e a comprendere così che incitare all’odio contro ‘gli altri’ è sempre l’inizio della fine, allora avremo compiuto un importante passo verso la preservazione della democrazia e della comprensione reciproca tra le persone”.

Oggi il ricordo dell’Olocausto e degli altri crimini del nazifascismo si allontana sempre più nel tempo e i testimoni diretti sono sempre di meno, per questo motivo forse l’arte negli negli spazi pubblici può avere un ruolo. Secondo Demnig “l’arte pubblica può e deve stimolare molti processi di pensiero, sia attraverso provocazioni o pensieri più sottili. Dovrebbe sollevare domande morali, contribuire a una chiarezza concettuale, aiutare a riconoscere strutture complesse, stimolare discussioni e molto altro. Alla fine, dovrebbe offrire a chi la osserva uno spazio per formare le proprie opinioni e aiutare a prendere posizione”.

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