SOCIETÀ

Gli Stati Uniti e la nuova dottrina militare nello spazio

Quando gli Stati Uniti hanno istituito la Space Force nel 2019, la missione affidata alla nuova forza armata era chiara: garantire la libertà d’azione americana in un dominio che stava passando da semplice infrastruttura di supporto a vero e proprio teatro strategico. Sei anni dopo, quel processo è compiuto. La competizione orbitale è diventata un elemento stabile della geopolitica contemporanea e la presenza di capacità anti-satellite cinesi e russe, insieme a sistemi per interferire con comunicazioni e sensori, segna un cambiamento irreversibile. Lo spazio non è più un ambiente di cooperazione quasi automatica. È un territorio conteso in cui si gioca la deterrenza del futuro.

È in questo scenario che si inseriscono il documento programmatico Space Force Vector 2025, firmato dal capo delle Operazioni Spaziali Chance Saltzman, e la nuova roadmap in arrivo nel 2026, anticipata dalla rivista online SpaceNews. Entrambi i testi mostrano come Washington stia cercando di trasformare la Space Force in una vera forza armata da combattimento, non più un insieme di tecnici incaricati di far funzionare satelliti e sensori, ma un corpo militare che sviluppa dottrina, pianifica operazioni e si prepara a scenari in cui lo spazio diventa un ambito di confronto diretto.

Al centro del Vector 2025 si trova la teoria della Competitive Endurance, un quadro concettuale che definisce la logica con cui gli Stati Uniti intendono mantenere la superiorità orbitale. La Space Force punta a evitare qualsiasi sorpresa operativa investendo in capacità avanzate di consapevolezza del dominio spaziale, indispensabili per monitorare attività e intenzioni degli avversari. Allo stesso tempo vuole negare qualsiasi vantaggio a un eventuale primo colpo nemico, costruendo architetture satellitari più distribuite e resilienti, difficili da neutralizzare con un attacco improvviso. Infine, prevede la capacità di condurre campagne contro-spaziali, quando necessario, ma con modalità “responsabili”, evitando di generare detriti che metterebbero a rischio l’intero ecosistema orbitale. L’obiettivo, in ultima analisi, non è prepararsi a una guerra nello spazio, bensì prevenirla mostrando che un conflitto non garantirebbe alcun risultato decisivo all’avversario.

La trasformazione della Space Force avviene attraverso quattro grandi aree di lavoro. La prima è la progettazione della forza del futuro, il cosiddetto Force Design, in cui si definisce l’Objective Force, ossia la struttura ideale da raggiungere nei prossimi cinque-quindici anni. Questa fase si basa su simulazioni, wargame e analisi delle minacce e punta a integrare non solo le competenze militari tradizionali ma anche ciò che possono offrire i partner commerciali e gli alleati, ormai essenziali per reggere costi, innovazione e resilienza.

La seconda area riguarda lo sviluppo della forza esistente. Qui rientrano la formazione, i percorsi professionali e l’evoluzione culturale della Space Force, che sta introducendo nuovi corsi per ufficiali e arruolati, definendo standard operativi distinti dagli altri rami delle Forze Armate e investendo in tecnologie avanzate, dalle piattaforme di controllo spaziale alle architetture multi-orbitali. È un processo che punta a creare una comunità professionale con una mentalità pienamente orientata allo scontro spaziale, in grado di operare in un dominio fisicamente e tecnicamente complesso.

La terza area, la Force Generation, serve a garantire che la forza sia effettivamente pronta a operare in caso di crisi. Poiché le unità spaziali sono quasi sempre operative e non possono ruotare come avviene per quelle terrestri o aeree, la Space Force ha introdotto il ciclo chiamato SPAFORGEN, che separa in modo chiaro il tempo dedicato alle operazioni quotidiane da quello destinato all’addestramento avanzato. Si tratta di una svolta pensata per assicurare che le unità non siano semplicemente efficienti nella routine, ma preparate per scenari di alta intensità. A questo si aggiunge la creazione delle Mission Deltas e delle System Deltas, unità che uniscono sviluppo, capacità e addestramento, oltre a nuove infrastrutture di simulazione e test.

L’ultima area è la Force Employment, ovvero l’impiego operativo delle capacità spaziali. La Space Force sta inserendo proprie componenti in tutti i principali comandi combattenti americani, così da fornire analisi, operazioni e pianificazione spaziale direttamente a chi guida le missioni congiunte. Nascono nuove formazioni come gli Space Mission Task Force, strutture operative integrate che combinano intelligence, cybersicurezza, ingegneria e operazioni, e che rappresentano l’evoluzione della presenza spaziale nei teatri militari.

A questa trasformazione già in corso si aggiungerà la nuova roadmap che, secondo SpaceNews, è in fase avanzata e sarà pubblicata nel 2026. Si tratterà di un documento centrale, destinato a definire che cosa serve realmente alla Space Force e perché. Includerà le priorità tecnologiche, dagli aggiornamenti alle comunicazioni resistenti alle interferenze fino ai nuovi sistemi di allerta missilistica, e servirà come riferimento per la programmazione del bilancio, per gli investimenti industriali e per il coordinamento con il settore commerciale, ormai responsabile di gran parte delle infrastrutture critiche in orbita. La roadmap dovrà anche indicare come rendere più rapide le procedure di acquisizione e di test, oggi considerate un ostacolo alla capacità americana di competere con avversari che stanno sperimentando soluzioni meno vincolate da tempi e burocrazia.

La sfida che attende la Space Force è complessa. Non si tratta soltanto di sviluppare nuove tecnologie o di costruire architetture più robuste, ma di cambiare profondamente cultura e processi. Significa creare dottrina e linguaggi operativi del tutto nuovi, definire ruoli e responsabilità in un dominio dove nessuno ha ancora combattuto ed evitare che la deterrenza orbitale alimenti rischi di escalation indesiderata.

Il percorso tracciato dal rapporto Vector 2025 punta a trasformare la Space Force in una struttura capace di prevenire, resistere e, se necessario, rispondere a un attacco nello spazio. È una trasformazione che non riguarda solo gli Stati Uniti: influenzerà l’equilibrio globale nel dominio spaziale e plasmerà le strategie di tutti gli attori che, nei prossimi anni, considereranno l’orbita un elemento centrale della propria sicurezza nazionale.

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