CULTURA

La tigre è ancora viva (Sandokan un po’ meno)

Adesso che il grande azzardo è alle spalle, che il nuovo Sandokan televisivo con Can Yaman prodotto da Rai e Lux Vide ha vinto una scommessa impossibile e da Mompracem ha veleggiato rapidamente fino alle baie californiane dello streaming (ma è gratis su RaiPlay), si può riflettere su cosa ha significato, nel nascente sultanato globale di Netflix, un’operazione che sembrava fuori tempo massimo: rispolverare una pietra miliare della Rai anni Settanta, una storia di pirati ambientata in Malesia da Emilio Salgari, un disgraziatissimo scrittore italiano di fine Ottocento che non aveva mai viaggiato in vita sua, e proporne il remake in un’epoca in cui i ragazzi non sanno nemmeno i pirati chi siano, e per provare un’ombra di emozione vengono proiettati in frullatori multimediali in cui un montaggio isterico condensa nei pochi minuti di possibile attenzione scene d’azione, sangue, risate, effetti frastornanti, sfide mortali, rumore.

Dai romanzi in bianco e nero all’avventura a colori

Mezzo secolo fa, il 6 gennaio 1976, il primo canale della Rai trasmetteva la puntata iniziale di una fiction in sei episodi (oggi diremmo miniserie) che avrebbe rivoluzionato le vicende della televisione italiana. Sandokan era uno tsunami che spazzava via i nobilissimi e arcaici modi di raccontare le storie sul piccolo schermo. Moriva l’Italia degli sceneggiati in bianco e nero, le accuratissime “riduzioni” (come si diceva allora) di grandi romanzi, I promessi sposi, Anna Karenina, Il mulino del Po, David Copperfield, Delitto e castigo, Le inchieste del commissario Maigret e moltissimi altri. Opere firmate da grandi della regia televisiva come Sandro Bolchi e Anton Giulio Majano, animate da una generazione di teatranti d’eccellenza, da Salvo Randone a Tino Buazzelli, da Adriana Asti a Giancarlo Giannini, da Anna Maria Guarnieri a Tino Carraro, giusto per citarne una manciata. Sceneggiature e scenografie raffinate, interpreti magistrali, e quell’atmosfera perfetta e rétro da teatro filmato, con ritmi, pause, esitazioni, sfumature espressive proprie di una stagione ormai in dissolvimento. Rivisti oggi, quei gioielli d’epoca colpiscono, tra le altre cose, proprio per i silenzi abissali, a volte lunghi qualche secondo, che intervallavano i dialoghi, senza musiche né effetti sonori a far da riempimento e proprio per questo capaci di esaltare l’attesa, moltiplicare l’eco di una battuta o una risata.

L’intera offerta televisiva italiana del ’76 consisteva in due canali Rai, il Programma Nazionale e il Secondo Programma, denominazioni d’epoca per le future Rai 1 e Rai 2, oltre all’affacciarsi di qualche emittente estera e della galassia di (anch’esse piratesche) “tv libere” locali. Ma la rivoluzione era nell’aria ovunque: tra il ’75 e il ’76 vi furono la riforma della Rai e due sentenze della Consulta che avrebbero permesso il dilagare delle emittenti private; il primo febbraio ’77 la Rai iniziava le trasmissioni regolari a colori, e un anno più tardi nasceva Telemilano 58, che sarebbe divenuta Canale 5. Non è arbitrario dire che, di questo uragano, Sandokan fosse la prima ventata: la Rai abbandonava i format rassicuranti del romanzo tv d’impostazione teatrale e si tuffava nella coproduzione Italia – Francia – Germania di un kolossal esotico, girato a colori con budget elevato, in luoghi allora remoti: Malesia, India, Thailandia.

Kabir Bedi, simbolo del confronto tra India e Inghilterra

Ma il colpo di genio fu, da parte del regista Sergio Sollima, l’affidare la parte del protagonista a un uomo che quell’uragano incarnava. In India gli fu presentato per una parte minore (Tremal-Naik, l’uomo della foresta) quello che definì “un bisteccone un po’ grassoccio che si muoveva come una diva del muto”. Si chiamava Kabir Bedi, era un giovane attore di Lahore (città che nel 1946, alla nascita di Kabir, era capitale del Punjab britannico, per passare un anno dopo, tra i violentissimi scontri della “partition”, al Dominion of Pakistan). Ex giornalista radiofonico (aveva intervistato i Beatles), Kabir aveva alle spalle una famiglia che in sé era un ponte tra due mondi: il padre, Baba Pyare Lal Bedi, era un filosofo e mistico sikh proveniente da una famiglia agiata di Lahore; la madre, Freda Houlston, era inglese, figlia di una coppia di piccoli commercianti di Derby: trasferitasi a Oxford per gli studi, aveva conosciuto Baba e lo aveva sposato, tornando con lui in India dove furono militanti della sinistra nazionalista che lottava per l’indipendenza da Londra, prima a Lahore e poi nel Kashmir. In seguito Baba avrebbe proseguito il suo magistero in Italia, mentre Freda, convertitasi al buddhismo, fu assistente del Dalai Lama appena fuggito in India dal Tibet, e infine divenne una delle prime occidentali ad essere ordinata monaca buddhista.

Dicevamo di Kabir: il “bisteccone grassoccio” stregò Sollima con i suoi occhi straordinari, e il regista in un lampo gli assegnò la parte del protagonista, sottoponendolo a un regime dietetico severo. Sandokan, il pirata che lotta contro i colonialisti inglesi per la salvezza del suo popolo, era scelto: il suo sguardo, la sua presenza scenica, il suo oscillare tra tenerezza e inflessibilità avrebbero forgiato uno dei personaggi immortali della tv italiana, venerato dal pubblico (in particolare donne e bambini) e fonte di una “rendita artistica” di cui Bedi avrebbe goduto per tutta la vita.

Un cast indimenticabile (doppiatori compresi)

Ma il casting riservava altri colpi da maestro. Se per la parte di Marianna, la “perla di Labuan” che si innamora di Sandokan, Sollima selezionò l’eterea Carole André, le carte vincenti furono i due principali comprimari. Per il ruolo cruciale di Yanez de Gomera, l’avventuriero portoghese che diventa il compagno-fratello di Sandokan, Sollima scelse Philippe Leroy, un attore parigino di origini aristocratiche con un debole per la vita spericolata (ufficiale paracadutista in Indocina e Algeria), che offriva a Yanez l’ironia e il pizzico di snobismo che ne avrebbero fatto il perfetto contraltare della Tigre della Malesia. Per la parte di James Brooke, il mercenario inglese “cacciatore di pirati” realmente divenuto a metà Ottocento rajah di Sarawak, Sollima decise per Adolfo Celi, grandioso nel delineare profili da gentiluomo cinico e beffardo, la cui voce flautata e tutta sussurri contrastava magnificamente con la fisicità possente e la spietatezza del personaggio. Aggiungiamo che i doppiatori dei “fratelli pirati” erano i due più grandi dell’epoca: Pino Locchi offrì alla Tigre della Malesia una voce indimenticabile, profonda, capace di registri sempre in bilico tra ferocia e dolcezza. Ancora più memorabile, forse, la voce che Giuseppe Rinaldi prestò a Yanez: sorridente, ironica e con una costante spruzzata di sussiego. Impossibile immaginarne una diversa.

Un ruggito come sigla

Rimaneva la colonna sonora. Vennero incaricati gli Oliver Onions, duo romanissimo che si celava dietro il nome di uno scrittore inglese. L’intuizione fu di creare un tema principale che si apriva con due semplici intervalli musicali discendenti di quarta e quinta cantati da un coro: un “fortissimo” di apertura che diventava il doppio urlo del nome “Sandokan”, come fosse il ruggito di un equipaggio che gridava il nome del suo comandante. Gli autori, pur echeggiando sonorità e strumenti orientali, mantennero una linea musicale nel solco della tradizione europea, dando vita a una commistione originale e riuscita. La sigla di Sandokan per sei settimane fu in testa alla classifica dei 45 giri più venduti e divenne popolare quanto il protagonista, al punto che il tema iniziale della versione di oggi utilizza, caso rarissimo, la rielaborazione dello stesso motivo degli Oliver Onions e la stessa grafica dei titoli di testa dell’edizione storica.

Sandokan ebbe un successo colossale. I dati di ascolto, nell’era pre-Auditel, rilevarono una media a puntata di 27 milioni 300.000 telespettatori: praticamente tutta Italia seguì le avventure della Tigre, e Kabir Bedi veniva inseguito da folle di donne giovani e meno giovani con scene degne (non a caso) dei Beatles, ma anche i ragazzi (e i papà) erano contagiati dalla febbre malese. La qualità della fiction (anch’essa disponibile su RaiPlay) si nota da ogni elemento: la cura nell’elaborazione di scene e costumi, il fascino dei paesaggi del Sudest asiatico, foreste, spiagge, coste rocciose che costituivano il reale sfondo del girato, senza effetti speciali se non quelli disponibili all’epoca (la famosa scena del salto congiunto di Sandokan e la tigre fu eseguita montando due sequenze separate). Ma l’elemento del Sandokan storico che ne lascia intatto il fascino peculiare è lo stesso dei vecchi sceneggiati: i ritmi dilatati, pensosi, le scene in cui l’azione viene sospesa per cedere il posto a una camminata sul litorale, al dipanarsi di una cerimonia rituale, alle carrellate che abbracciano le vele dei praho. 

Il nuovo Sandokan, un successo imprevedibile

Un salto di cinquant’anni, e veniamo ad oggi. Un remake di Sandokan era una scommessa per tanti motivi: per l’eredità pesantissima, ma soprattutto per l’idea che nell’attuale sterminata offerta televisiva, traboccante di serie tv accomunate da narrazioni ansiogene e accelerate, potesse trovare ancora spazio una storia di pirati, amore, navi e cannoni. La risposta è stata sorprendente: una media di 4 milioni 630.000 spettatori a puntata e del 28,7% di share, con il primo episodio che ha raggiunto i 6 milioni 233.000 con il 32,9% di share.

Con il nuovo Sandokan, coproduzione internazionale da 30 milioni di budget, la Rai non ha solo inflitto l’ennesima sconfitta a Mediaset nella fiction, ma ha dimostrato che una tradizionalissima trama “family”, se inserita in una produzione internazionale di ottimo livello, può ancora affascinare tutte le fasce di pubblico, giovanissimi compresi. Certo, i paragoni sono insensati. Il nuovo Sandokan, diretto da Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo, è girato quasi interamente in Calabria e in studio, con qualche esterno a La Réunion e in Thailandia; e i paesaggi sono spesso generati digitalmente, così come le scene di navigazione si svolgono su navi ricostruite in teatro.

Un eroe innocuo, politicamente corretto

La trama è stata sapientemente aggiornata secondo lo spirito del tempo: Sandokan non è solo un vendicatore anticolonialista, ma è un capo tribù che lotta per preservare i nativi contro gli occidentali sterminatori; Brooke, ringiovanito, diventa il rivale di Sandokan anche per la conquista di Marianna, ma è egli stesso un simbolo dell’incrocio di etnie e della discriminazione connessa; Marianna non è più la fragile, sensibile aristocratica che cede al fascino del pirata e rimane vittima della sua illusione di abbattere le barriere socioculturali, ma è una donna forte e volitiva, come la sua cameriera Sani (anche se le scene d’amore ricordano, più che la versione del ’76, un misto tra una soap e un filmetto sentimental-esotico alla Laguna Blu). Yanez, pur interpretato benissimo da Alessandro Preziosi (la sorpresa della nuova edizione), si trasforma in un ex sacerdote disilluso che, guarda caso, nella lotta con gli inglesi ritroverà la fede (il marchio produttivo Lux Vide - Bernabei non poteva non lasciare il segno). Rimane il protagonista Can Yaman, un Sandokan (doppiato onestamente da Adriano Giannini) in linea con i tempi, bello, innocuo, inclusivo, politicamente corretto, interpretato da un attore cui calza a pennello la definizione che Sergio Leone diede di Clint Eastwood: “Ha in tutto due espressioni: con il cappello e senza”.

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