SOCIETÀ

Al via la sperimentazione dell'app Immuni

Dal 1 giugno l’app Immuni è disponibile per lo scaricamento gratuito negli store per smartphone iOs ed Android. L’applicazione è stata progettata, a titolo gratuito e dopo un bando pubblico, da Bending Spoons, una società con sede in Corso Como a Milano e con un fatturato di oltre 90 milioni di euro.

I dati di quanta gente l’ha scaricata non sono precisi ma il commissario Arcuri ha apertamente parlato di quasi due milioni di scaricamenti.

Ad oggi però l’applicazione in molte regioni è disponibile ma non attiva. La sperimentazione infatti partirà ufficialmente lunedì 8 giugno in Liguria, Marche, Abruzzo e Puglia. Dovrebbe durare pochi giorni, dopo i quali Immuni dovrebbe essere attiva in tutta Italia.

Come funziona

Lo sviluppo dell’applicazione con il tempo ha subito dei cambiamenti. Inizialmente l’obiettivo di Bending Spoons era quello di sviluppare un’applicazione basata su un sistema centralizzato, in particolar modo quello del consorzio europeo PEPP-PT, (Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing). In corso d’opera però la società, in accordo con il governo (ministero dell’Innovazione), ha mutato l’approccio di base, passando ad un sistema decentralizzato basato sul framework Apple/Google. Le due aziende infatti hanno collaborato all’aggiornamento dei loro sistemi operativi, in modo tale da rendere disponibile la possibilità d’avere una soluzione decentralizzata. Inevitabilmente anche Bending Spoons si è spostata verso questo approccio, che in pratica consiste nel salvare i dati non più in un server centralizzato, bensì direttamente nello smartphone.

Il tutto si basa sulla tecnologia Bluetooth Low Energy (BLE), quindi per farla funzionare è necessario avere il bluetooth acceso (in caso contrario l’app Immuni invia una notifica richiedendo l’accensione). 

Non può e non deve essere solamente l’applicazione l’unico strumento di monitoraggio governativo della pandemia

Come avviene il tracciamento 

La tecnologia bluetooth quindi permette ai diversi smartphone di scambiarsi i codici tra di loro quando entrano in contatto. La portata del bluetooth è di pochi metri, quindi i dispositivi devono trovarsi vicini tra loro (se sono in una grande piazza e nell’angolo opposto passa una persona che poi si scopre positiva, il mio smartphone non dovrebbe ricevere alcuna notifica).

I cellulari infatti conservano nella loro memoria i dati di altri cellulari con cui sono entrati in contatto. Sono tutti dati crittografati, che non accedono all’identità della persona, né alla posizione non essendoci l’uso del gps. Sono però presenti dei metadati al loro interno, che analizzano la durata dell’incontro con la persona positiva e la potenza del segnale ricevuto. Questi metadati servono per valutare poi il “rischio del contagio”. Quando entriamo in contatto con una persona che poi si è rivelata infetta (e ha deciso di rendere il suo codice disponibile a tutti), non è automatico l’invio della notifica da parte dell’app Immuni, bensì prima avviene la valutazione del rischio da parte dell’app stessa. Questo per evitare, facendo un caso concreto, che arrivino delle notifiche allarmanti ogni volta che si cammina per la città e magari si incrocia, anche a distanza di sicurezza, una persona infetta.

Cosa succede però una volta che sul mio smartphone vedo apparire la notifica? In questo caso entra in gioco la sanità regionale. La ratio vorrebbe che l’azienda sanitaria di turno si sia già adeguata con la prassi per il monitoraggio casalingo ed eventuale tampone. Se sono positivo al coronavirus cosa devo fare? Anche in questo caso l’azienda sanitaria ti guiderà passo dopo passo, chiedendoti, su base volontaria, se vuoi rendere disponibili i tuoi codici che, ricordiamo ancora una volta, sono crittografati e dai quali è impossibile risalire all’identità della persona.

Sono tutti dati crittografati, che non accedono all’identità della persona, né alla posizione non essendoci l’uso del gps

Il caso di Alice e Marco

Per spiegare al meglio la funzionalità dell'app Immuni, sul sito realizzato dagli sviluppatori è presente una completa sezione di domande e risposte. Tra queste, la spiegazione semplificata su come potrebbe avvenire un eventuale incrocio di codici. L'esempio è fatto analizzando due persone che chiameremo Alice e Marco.

"Una volta installata da Alice - si legge nel sito -, l'app fa sì che il suo smartphone emetta continuativamente un segnale Bluetooth Low Energy che include un codice casuale. Lo stesso vale per Marco. Quando Alice si avvicina a Marco, gli smartphone dei due utenti registrano nella propria memoria il codice casuale dell'altro, tenendo quindi traccia di quel contatto. Registrano anche quanto è durato il contatto e a che distanza erano i due smartphone approssimativamente.

I codici sono generati del tutto casualmente, senza contenere alcuna informazione sul dispositivo o l'utente. Inoltre, sono modificati diverse volte ogni ora, in modo da proteggere ulteriormente la privacy degli utenti.

Supponiamo che, successivamente, Marco risulti positivo al SARS-CoV-2. Con l'aiuto di un operatore sanitario, Marco potrà caricare su un server delle chiavi crittografiche dalle quali è possibile derivare i suoi codici casuali.

Per ogni utente, l'app scarica periodicamente dal server le nuove chiavi crittografiche inviate dagli utenti che sono risultati positivi al virus. L'app usa queste chiavi per derivare i loro codici casuali e controlla se qualcuno di quei codici corrisponde a quelli registrati nella memoria dello smartphone nei giorni precedenti. In questo caso, l'app di Alice troverà il codice casuale di Marco, verificherà se la durata e la distanza del contatto siano state tali da aver potuto causare un contagio e, se sì, avvertirà Alice".

Chi può scaricarla

Tutto ciò che riguarda l’app Immuni è su base volontaria, sia lo scaricamento, sia la resa a disposizione dei propri codici in caso di positività. L’applicazione poi, teoricamente, sarebbe dovuta essere disponibile per tutti. In pratica però non è così ed i motivi sono prettamente tecnici. Come abbiamo già detto Immuni si basa sul framework Apple/Google che a loro volta hanno dato delle caratteristiche minime per poter utilizzare l’applicazione.

L’app infatti richiede almeno Android 6 o iOs 13.5. Questo significa che sono tagliati fuori tutti i modelli di smartphone più vecchi. Parlando di iPhone significa che dall’iPhone 6 ai precedenti per ora non sarà possibile scaricare Immuni. Per Android invece, facendo degli esempi concreti, parliamo di impossibilità per smartphone come i Samsung Galaxy S4, S3, LG G2 o i modelli Huawei usciti dopo il 16 maggio 2019, data del bando americano contro l’azienda cinese. Per questi ultimi l’azienda avrebbe dichiarato che renderà disponibile l’app nel proprio store e non nel Play Store di Google.

L’applicazione, teoricamente, sarebbe dovuta essere disponibile per tutti, ma non è così

Il tracciamento quindi, per forza di cose, non sarà basato solamente su quest’applicazione. Un monitoraggio sicuro infatti, secondo le dichiarazioni che venivano fatte durante la fase di sviluppo di Immuni, ci sarebbe stato solo se il 60% degli italiani avesse scaricato l’app.

Una percentuale che, anche vedendo le ultime limitazioni tecniche, sarà difficile da raggiungere ma che presentava un piccolo fraintendimento. Non può e non deve essere solamente l’applicazione l’unico strumento di monitoraggio governativo della pandemia, motivo per cui quel 60% è un numero sovrastimato. Immuni, come le altre applicazioni di contact tracing, è uno strumento che può aiutare a monitorare la diffusione del virus quindi, più persone la scaricano, meglio è, ma questo non significa che Immuni “funziona” solamente se il 60% degli italiani se la installa sul proprio smartphone.

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