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Suicidio assistito e principio di autonomia. Cosa succede in Germania?

La recente sentenza emessa dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe, in Germania, ha abolito dal codice penale l'articolo che vietava l'assistenza al suicidio a scopo di lucro. Le perplessità maggiori riguardano soprattutto la possibilità di ricorrere al suicidio assistito anche per i malati non terminali.

Una tema centrale nella decisione della Corte Costituzionale e nel dibattito sull'argomento è quello della libertà del singolo individuo di decidere per la propria vita. Ciò riporta alla mente uno dei quattro principi fondamentali della bioetica: il principio di autonomia, secondo il quale una persona ha il diritto di decidere per la propria salute e di rifiutare, eventualmente, cure e trattamenti.

Ne abbiamo parlato perciò con il professor Antonio Da Re, ordinario di filosofia morale e bioetica all'università di Padova, e membro del Comitato nazionale per la bioetica.

La Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe si è pronunciata poche settimane fa sul suicidio assistito. Sostenendo che cosa?

“Per rispondere alla domanda è opportuno fare un passo indietro e ricordare che sino a pochi anni fa nell’ordinamento tedesco, a differenza di quello italiano, non vi era una norma che vietava il suicidio assistito. Questo non significa che l’assistenza al suicidio venisse praticata, per esempio dai medici, perché il Codice di deontologia medica lo vietava espressamente. Le cose cambiano con l’approvazione nel 2015 da parte del Parlamento del § 217 del codice penale tedesco, che puniva fino a tre anni di reclusione il favoreggiamento del suicido, però “a fini di lucro”. Il § 217 mirava a impedire che si costituissero associazioni, del tipo di quelle operanti in Svizzera, volte a praticare il suicidio assistito a pagamento. La Corte di Karlsruhe ha dichiarato l’incostituzionalità di tale norma, parlando espressamente di diritto al suicidio (Recht auf Selbsttötung), che troverebbe la sua giustificazione nel principio di dignità umana (Menschenwürde), menzionato nell’art. 1 della Legge fondamentale (Grundgesetz). Ora spetterà al Parlamento provvedere a una nuova normativa che regoli la materia”.

Come mai questa sentenza risulta essere così controversa e perché ha sollevato tanto scetticismo da parte di medici e politici? Non è coerente con il principio di autonomia permettere a un paziente di decidere per la propria vita?

“Innanzitutto va detto che a questo punto non ha più senso parlare di paziente. Infatti, secondo il testo della sentenza, «il diritto di disporre della propria vita, che afferisce al campo più intimo dell’autodeterminazione individuale, non esiste in particolare solo allorquando si presentino gravi e incurabili patologie, né è circoscritto a determinate fasi della vita e della malattia». Quindi, per richiedere il suicidio assistito, non è necessario essere un paziente terminale o profondamente sofferente, in quanto dipendente da un sostegno vitale. Ora è nella libertà del soggetto, sia egli giovane o anziano, in buona o in cattiva salute, di togliersi la vita e nel contempo di “chiedere aiuto a medici o associazioni specializzate per farlo”, anche se va aggiunto che da questo vero e proprio diritto a disporre di sé e a chiedere aiuto non discende alcun obbligo per il medico a fornire assistenza. In altri termini, qui si prefigura una sorte di depenalizzazione totale dell’assistenza al suicidio, anche di quella commerciale, e indipendentemente dall’età e dalle condizioni di salute di chi lo richieda. Era quindi inevitabile che scoppiassero le polemiche, anche perché storicamente su questi temi vi è in Germania una particolare sensibilità, per i tristi trascorsi legati al nazismo e al programma di eutanasia Aktion T4. È ovvio che vi è una differenza netta tra l’eutanasia di stato dei nazisti e il principio di autodeterminazione alla base del suicidio assistito (ed estensivamente dell’eutanasia); e tuttavia, si teme che questo totale allargamento delle maglie, prospettato dalla Corte, faccia venir meno l’impegno della società e dello Stato a prevenire le condotte suicidarie e a tutelare la vita, specie delle persone più fragili e vulnerabili sul piano fisico, psichico, sociale. In tal senso si sono espresse criticamente diverse realtà sociali, a cominciare dalla Società tedesca di medicina palliativa e del suo presidente Lukas Radbruch, che paventa un venir meno dell’impegno, anche finanziario, all’accompagnamento dei malati”.

Resta il fatto che il principio di autonomia è importante.

“Non c’è dubbio, l’autonomia è un valore, ma non credo lo sia la sua assolutizzazione. Bisogna chiedersi con grande onestà se una pressione sociale e culturale, favorevole al suicidio assistito, non possa spingere determinate categorie di persone assai fragili, perché anziane, sole, ammalate, o economicamente povere, a mettere in atto condotte che a prima vista risultano essere autonome, ma tali in realtà non sono perché pesantemente condizionate dal contesto e dalla condizione di sofferenza che stanno vivendo. Insomma, si deve investire sulla cura e l’accompagnamento del malato, sulle cure palliative, sulla terapia del dolore, così come previsto dalle nostre leggi 38/2010 e 219/2017. Fra l’altro la legge 219 su “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” proprio in nome del valore dell’autonomia riconosce la piena legittimità per il paziente di rifiutare o rinunciare al trattamento medico, anche salvavita, guardandosi bene però dallo sdoganare il suicidio assistito”.

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