CULTURA

Venezia 78: Nel cuore della terra, Il "buco" di Michelangelo Frammartino

Cosa chiediamo al cinema? Cosa ci aspettiamo da un film? Cosa scegliamo di vedere e perché? Di cosa abbiamo bisogno? Cosa siamo disposti ad accogliere, quanto siamo disposti ad attendere? Sappiamo davvero affidarci? Sono domande a cui si potrebbe provare a rispondere prima e subito dopo aver visto Il buco, film diretto da Michelangelo Frammartino, che firma anche la sceneggiatura con Giovanna Giuliani (il direttore della fotografia è Renato Berta), in concorso a Venezia 78.

Quello che questo film offre allo spettatore è un'esperienza immersiva e inaspettata, un dono di bellezza e contemplazione. Un dono nuovo, che segue quello offerto dalla sua opera d'esordio del 2003 (Il dono, appunto), che arriva undici anni dopo Le quattro volte (2010), presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannesdove ha vinto il premio Europa Cinemas Best European Film e il premio principale a CPH:DOX, e otto anni dopo l'installazione Alberi, loop di 26 minuti presentato al MoMA PS1. Un brevissimo elenco: la produzione di Frammartino conta, ad oggi, tre lungometraggi (compreso quest'ultimo) e un video. Potremmo definirlo autore del tempo lungo, della gestazione, dell'attesa.

Dimostrando un'invidiabile equilibrata relazione col tempo e con la maturazione del pensiero e della creazione, senza alcuna fretta, Michelangelo Frammartino propone un gioiello di cura e dedizione: il suo cinema non accontenta un pubblico impaziente, è custode di visioni e messaggi altri, contiene qualcosa di irripetibile e purissimo, spirituale. Richiede impegno, non cerca scorciatoie, non vuole "intrattenere", non traduce la sua lingua: è un'opera lenta, di rara e quasi mistica bellezza. Il direttore Alberto Barbera, alla vigilia della Mostra, presentando il programma, aveva trovato le parole giuste per definire questo film: "Ha la bellezza assoluta del diamante puro". 

Nel 1961, una squadra di giovanissimi speleologi lascia un nord in pieno boom economico e intraprende una campagna nel meridione rurale, fino all’entroterra calabrese del Pollino. Tra Cerchiara e San Lorenzo Bellizzi, esplora l’abisso del Bifurto e dopo interminabili giorni di immersione ne tocca il fondo di -687 metri. Era allora la terza grotta più profonda del mondo. "Partiti da una affollata stazione del nord, arrivavamo all’alba su una deserta costa calabrese. Mai fino ad allora la speleologia italiana aveva spinto una campagna esplorativa così a sud…". Bollettino Grotte settembre/ottobre 1961

La storia è vera e racconta di voragini che si oppongono al cielo. Sono gli anni Sessanta, l'Italia è nel pieno del boom economico e assiste estasiata ed entusiasta alla costruzione dell'edificio più alto d'Europa nella città simbolo del progresso, il grattacielo Pirelli, prodigio di altezza nella modernissima Milano. Si sognano salti in alto e opportunità, ma, intanto, a Sud, all'altra estremità del Paese, sta per compiersi un'impresa invisibile, muta, un atto completamente gratuito: è il 1961 e il gruppo di speleologi piemontesi guidati da Giulio Gècchele raggiunge il Pollino, massiccio dell'Appennino meridionale, al confine tra Basilicata e Calabria, per esplorare il fondo dell’Abisso del Bifurto, a quasi 700 metri di profondità, 687 per la precisione, una delle grotte più profonde del mondo. Prima di accamparsi accanto al "buco", i giovani speleologi sfiorano un piccolo paese dell'entroterra che sembra un presepe e non si accorge di loro: gli abitanti si occupano d'altro, guardano la tivù, tutti insieme, fuori dalle case, per agganciarsi al futuro, che sta sempre un passo più in alto, e assistere alla costruzione del grattacielo o al brio del varietà.

Il racconto è fatto di opposti, di invisibile e visibile, di grotte buie e pascoli al sole, di profondità e altezze, di discese coraggiose e riemersioni salvifiche, per riprendere fiato e riempire gli occhi di luce, per poi tornare giù a esplorare, calandosi sempre più in basso. La discesa degli speleologi nel cuore della terra e, fuori, il resto del mondo che sogna invece di toccare il cielo; più vicino, anzi proprio lì, accanto all'impresa, si consuma la storia parallela di un pastore solitario, unica voce che attraversa il film come un rintocco.

Il silenzio accompagna le immagini per poco più di un'ora e mezza e ci "costringe" a restare, a entrare nella sostanza, in quello che è quasi impossibile vedere. Ecco, a quelle prime domande forse dovremmo provare a rispondere ora: è cinema tutto questo o è qualcosa di ancora più bello e, appunto, più profondo?

Non sono stati scelti attori professionisti per questo film, ma un squadra di veri speleologi e un fumettista, che disegna quel che viene scoperto, lasciandone traccia: gli interpreti principali sono Paolo Cossi, Jacopo Elia, Denise Trombin, Nicola Lanza. "È stata una sfida trovare il cast perché l'idea di essere visibile, di partecipare a un film non li attraeva molto - ha spiegato il regista -. Volevano restare al buio, stare sottoterra. Mi piaceva l'idea di lavorare con persone che non volevano fare un film, che non volevano essere viste. Nella speleologia c'è quasi una propensione alla sconfitta, nel senso che non c'è trionfo. Non c'è la cima della montagna da raggiungere come nell'alpinismo dove si vince, si riesce nell'impresa. Nella grotta non si sa dove si va. Non c'è un punto fisso da raggiungere. Quando l'esplorazione finisce, è una piccola sconfitta. Il punto di arrivo è di solito un posto brutto, un posto stretto, sporco e fangoso. C'è sempre una sorta di malinconia. Questa vocazione alla scomparsa, piuttosto che all'affermazione della visibilità, era cinematograficamente intrigante".

"Per usare un termine cinematografico, potremmo dire che le grotte costituiscono un fuori campo assoluto, anche perché la notte eterna che regna al loro interno sembrerebbe quanto di più ostile alla macchina da presa. Eppure, chi ama il cinema sa bene che il fuori campo, l’invisibile, rappresentano la sua “sostanza” più profonda. Mi colpisce la coincidenza che Speleologia, Cinema e Psicoanalisi abbiano il loro battesimo nella stessa data, il 1895...".

Michelangelo Frammartino

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