CULTURA

Venezia1600: quando Aldo Manuzio inventò il libro

Libri amati e odiati, studiati sui banchi di scuola o letti su una sdraio o un divano. Ma sempre e comunque fondamentali: prima che radio, televisione e internet venissero a saturarci, per secoli la nostra è stata (e in parte è tutt’ora) una civiltà del libro. Un oggetto che nasce nell’antichità ma che acquista la sua forma attuale in un luogo e un’epoca ben precisi – Venezia tra il XV e il XVI secolo – per merito di un personaggio: Aldo Manuzio, il primo editore moderno.

Aldo giunge a Venezia all’inizio degli anni ’90 del Quattrocento dopo aver soggiornato a Ferrara, nella cui università è stato allievo di Battista Guarino, tra i massimi conoscitori e insegnanti di greco antico dell’epoca, e a Carpi, dove fa da precettore ai giovani principi Alberto e Lionello Pio e instaura una proficua relazione intellettuale e personale con il loro celebre zio: l’umanista Giovanni Pico della Mirandola. In quel momento la Serenissima è già uno dei centri europei della rivoluzione tecnologica dell’epoca: la stampa. Nel 1469 Giovanni da Spira ha portato in Laguna i primi torchi, generando con il suo esempio decine di officine da cui ogni giorno escono centinaia di libri e fascicoli diretti in tutta Europa, apprezzati per l’eccellente qualità e il costo contenuto. Si tratta soprattutto di grossi libri ecclesiastici o giuridici, destinati a un mercato che va dai ricchi monasteri bavaresi alle parrocchie inglesi: le biblioteche private sono ancora rarissime.

È in questo ambiente che un umanista e insegnante, un grammaticus non più giovanissimo – è nato attorno al 1451 a Bassiano, cittadina a una sessantina di chilometri da Roma – concepisce un’idea pazzesca e avveniristica allo stesso tempo: raccogliere e pubblicare il meglio della cultura mondiale tramite una serie di libri di fattura eccelsa, chiari nella forma e gradevoli alla vista e al tatto. Per questo Aldo entra in società con lo stampatore Andrea Torresani, di cui sposerà la figlia, e con il ricco patrizio Pierfrancesco Barbarigo nel ruolo di finanziatore.

Il punto di partenza sono i classici della letteratura e della filosofia greca, pubblicati rigorosamente in lingua originale. La grandiosa edizione in cinque volumi delle opere di Aristotele (1495-98), ancorché incompleta, costituirà una delle basi del successivo studio e insegnamento del pensiero del filosofo per antonomasia. Un’opera che secondo gli storici del libro gareggia per importanza addirittura con la Bibbia di Gutenberg (stampata a partire dal 1453): fino ad allora infatti gli autori greci venivano studiati in traduzioni medievali latine, spesso di bassa qualità.

Seguono le editiones principes (ovvero le prime in assoluto ad essere date alle stampe) di autori come Aristofane, Sofocle, Senofonte, Demostene e molti altri. Bisogna salvaguardare e tramandare l’intero patrimonio della cultura antica, soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi nel 1453: Venezia, piena di transfughi greci e di manoscritti, è il luogo ideale per recuperare le fonti, fissare i testi, ricomporre e consolidare quello che sarà il corpus del pensiero classico tramandato fino ad oggi.

Intanto, anche per pagarsi le spese, dai torchi escono anche testi in latino e in volgare, come quelli composti da Angelo Poliziano, Pietro Bembo e Jacopo Sannazaro, amici e sodali di Manuzio. Il suo libro più celebre e lodato sarà proprio in volgare: il misterioso Hypnerotomachia Poliphili, che racconta il simbolico sogno del protagonista e la storia del suo amore per la nobildonna trevigiana Polia. Un’opera nota per l’eleganza sopraffina e per le meravigliose xilografie, anche queste di paternità incerta, che si sposano perfettamente con il testo con un risultato che si avvicina più al moderno libro illustrato che ai vecchi codici miniati.

Le innovazioni

Quasi subito l’orgoglioso simbolo dell’àncora e del delfino, segni rispettivamente di profondità e di velocità, che ornano i frontespizi dei libri assieme al motto festina lente (“affrettati lentamente”), diventano il simbolo degli oggetti più desiderati da potenti e gentiluomini. Oggi gli studiosi – tra cui gli inglesi Martin Davies e Neil Harris, autori dell’ottimo Aldo Manuzio. L’uomo, l’editore, il mito (Carocci 2019), da cui attingiamo le nostre informazioni – sono unanimi nel ritenere la produzione aldina fondamentale per lo sviluppo non solo dell’industria editoriale, ma della cultura occidentale nel suo complesso.

Fondamentale è ad esempio il contributo alla definitiva sistemazione della punteggiatura: vengono dalle edizioni aldine il punto come chiusura di periodo, la virgola, l'apostrofo e gli accenti nella loro forma odierna, nonché l'invenzione del punto e virgola e l’utilizzo del rientro, o alinea, per marcare l’inizio di un nuovo paragrafo. L’Aristotele di Manuzio è la prima realizzazione programmatica di un’opera in più volumi, mentre i suoi classici in-ottavo possono essere visti come la prima collana editoriale. Aldo è il primo (con le Cornucopiae del 1499 di Niccolò Perotti) a numerare le pagine e le righe con cifre arabe, e di conseguenza a dotare i libri di indici in senso moderno: nasce così l’“indicizzazione” dei testi, che un giorno si rivelerà determinante anche per concepire e strutturare il web.

È sempre Manuzio a introdurre massicciamente lo stile corsivo, più agile e semplice da leggere, fatto appositamente disegnare all'incisore Francesco Griffo da Bologna: per questo ancora oggi in inglese viene chiamato Italic. Con la pubblicazione della serie in-ottavo i libri acquistano il loro attuale formato, molto più piccolo e maneggevole rispetto ai grandi tomi destinati alle biblioteche delle cattedrali e dei palazzi principeschi, dove spesso erano incatenati ai banchi per la consultazione. Con le edizioni aldine iniziano dunque a fiorire le collezioni private e nasce anche l’uso di disporre i libri in scaffali in posizione verticale, esattamente come facciamo ancora oggi. La scoperta dona mobilità al libro, che adesso può essere portato con sé in viaggio o addirittura a passeggio.

Fino a Manuzio i libri a stampa imitano i manoscritti: dopo di lui la nuova tecnologia può finalmente esprimersi in tutte le sue potenzialità. Ed è sempre lui ad anticipare in qualche modo il diritto d’autore e la proprietà intellettuale: il 25 febbraio 1495 domanda alla Repubblica veneziana un privilegio che vieti a chiunque di ristampare o importare per un periodo di vent’anni qualunque libro, greco o tradotto dal greco, che lo stesso Aldo abbia pubblicato o progetti di pubblicare.

I contatti e l’influenza

Si è accennato che Aldo è connesso ai maggiori intellettuali del suo tempo, alcuni dei quali – Poliziano, Pico della Mirandola, Bembo ed Ermolao Barbaro – capaci secondo lui di rivaleggiare addirittura con gli antichi per erudizione ed eleganza. Con essi ed altri Manuzio fonda un’accademia e suole discorrere direttamente in greco antico. Non è un trafficone che sa a malapena leggere i libri mastri della sua impresa: è un umanista a tutti gli effetti, grammatico e letterato, anche se conosce bene e non disprezza affatto i meccanismi del mercato: “Non posso stampare senza un’ingente quantità di denaro”, scrive in una delle prefazioni alle sue edizioni in greco.

Fino a Manuzio i libri a stampa imitano i manoscritti; dopo di lui tutto cambia

Collabora inoltre l’università di Padova, dove nel 1497 sotto l’egida della Serenissima viene istituita una cattedra di Filosofia greca, in particolare con il filosofo scolastico Francesco Cavalli e con Thomas Linacre, “un inglese molto dotto in latino e in greco” che porterà con sé i preziosi volumi aldini che ancora oggi sono uno dei vanti di Oxford. Caso particolare è quello di Erasmo da Rotterdam, che chiede espressamente ad Aldo l’onore di veder stampata nella sua famosa tipografia una sua opera: una traduzione latina di Euripide la cui precedente edizione, spiega l’umanista olandese nella sua richiesta, l’anno precedente ha venduto bene a Parigi.

Nel 1508 Erasmo si trasferisce addirittura per otto messi a Venezia, vivendo a pensione presso il suocero Torresani e lasciandoci un’efficace descrizione di Aldo all’opera. Egli siede in un angolo della tipografia, passando i testi scritti a mano agli stampatori e correggendo le bozze subito dopo, respingendo ogni interruzione con la singola parola studeo (“sto lavorando”). Dalla permanenza in laguna nascerà una delle sue opere più diffuse di Erasmo: i celebri Adagia. La vicenda indica quanto Aldo fosse famoso e apprezzato in tutta Europa: non è un caso che quando il protagonista dell’Utopia di Tommaso Moro (1516) vuole insegnare agli abitanti del Paese immaginario l’arte della stampa, mostri loro i libri in greco di Aldo, simbolo di quanto di meglio la l’Europa possa offrire in ambito artistico e letterario.

L’eredità

Mi sono imposto di non schivare mai disagi, spese, fatiche, pur di rendermi utile all’umanità”, scrive Aldo in una delle sue famose introduzioni ai suoi libri. Alla morte lascia circa 120 edizioni stampate e diffuse in 20 anni di attività, “nella convinzione umanistica – scrive Martin Davies – che le buone lettere, sotto la guida divina, form[ino] le persone migliori e che la letteratura migliore [sia] quella della Grecia antica. Alla sua morte, Aldo aveva trasformato il panorama culturale europeo”.

Al contrario di Gutenberg Aldo non è un inventore, così come non è direttamente colui che scrive, stampa o vende i suoi libri. Il suo apporto all’editoria, se si vuole cercare un paragone con l’oggi, è simile a quello di uno Steve Jobs per l’informatica, tanto che i due sono stati accostati più volte. Introduce tante piccole modifiche, nessuna delle quali decisiva se presa singolarmente ma capaci tutte insieme di creare un nuovo mercato fino ad allora nemmeno immaginato. Come per il personal computer, Manuzio rende accessibile il libro ai privati, mettendosi nei panni dell’utilizzatore finale senza rinunciare un’elevatissima qualità. Anche nelle edizioni aldine il design è parte essenziale del prodotto finale, un segno di distinzione ostentato con orgoglio da un piccolo e fortunato gruppo di eletti, che al tempo stesso si impone come standard anche agli altri produttori. E forse non è un caso che Jobs, da appassionato di calligrafia, desse tanta importanza ai font, derivati direttamente dai caratteri tipografici. Dalla produzione aldina derivano caratteri usati ancora oggi, come il Bembo e il Times New Roman: “ogniqualvolta si accende il computer e si legge quanto compare sullo schermo – scrive Neil Harris –, in qualche modo ci si intrattiene con Aldo”.

POTREBBE INTERESSARTI

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012