SCIENZA E RICERCA

Tutte le strade portano a Roma, ma quale scegliere per comprendere il nostro passato?

È una ricetta infallibile per chi fa comunicazione: combina tra loro due oggetti di grande interesse e ne ricaverai uno scoop eccezionale. Nel nostro caso il signor DNA, molecola dotata di grande potere evocativo, ha trovato modo di dire la sua sulla storia dell’Antica Roma. Mi riferisco a “Ancient Rome: a genetic crossroads of Europe and the Mediterranean”, articolo firmato da Margaret Antonio della Stanford University e altri trentotto autori, tra cui genetisti, antropologi e archeologi, molti dei quali afferenti a istituzioni italiane. Pubblicato sulla rivista Science, scusate se è poco, con tanto di Colosseo che campeggia sulla copertina. Un bel botto!

Arrivo con ampio ritardo rispetto ai numerosi commenti pubblicati su questo articolo. Per chi non avesse già letto qualcosa in proposito, oltre all’articolo originale, Il commento sul sito di Le Scienze è sicuramente un utile riferimento. Mi limito a ricordare l’essenziale: analizzando il DNA ottenuto da resti appartenenti a 127 individui, recuperati da 29 siti archeologici di Roma e dintorni che coprono un arco di tempo di 12.000 anni, è stato possibile identificare un antico e prolungato melting pot. Con contributi genetici di mesolitici dell’Europa occidentale, agricoltori neolitici dell‘Anatolia e dell’Iran, popolazioni delle steppe dell’europa orientale, popoli nord-africani, gruppi da diverse parti d’europa, genti mediorientali e del mediterraneo. Non tutto, ma di tutto…

Le conclusioni dello studio si prestano a considerazioni dal tono alquanto differente. La più semplicistica e maliziosa è sicuramente “nihil sub sole novi”... tanto per restare in tema. Infatti, alcuni dei commenti apparsi in rete e sulla carta stampata riassumono il significato della ricerca con il vecchio motto “tutte le strade portano a Roma”. All’altro estremo, c’è chi vede nel lavoro una rivoluzione epocale, immaginando che grazie al DNA antico sia ormai possibile mettere in secondo piano almeno una parte delle indagini archeologiche o, comunque, invertire i rapporti di forza tra genetica e archeologia. Occupandomi da tempo della struttura genetica delle popolazioni italiane in chiave antropologica (non solo geni, ma anche lingue e culture), penso di potervi proporre una lettura meno semplicistica.

L’importanza della consilienza

L’aspetto più significativo di questo studio, anche al di là della portata delle conclusioni, è la dimostrazione della potenza degli studi sul DNA antico che, dopo aver attraversato diverse vicissitudini tra la metà degli anni ‘80 e quella degli anni ‘90, hanno raggiunto oggi livelli di informazione e affidabilità impensabili fino a un decennio fa. Così, dallo studio di pochi individui (come non pensare a Neanderthal), si è arrivati a indagare la diversità delle popolazioni antiche. Ma, come si accennava sopra, possiamo aspettarci che lo studio del DNA possa davvero ridimensionare gli altri approcci allo studio del passato della nostra specie? Ci sono molte cose che il DNA non ci può dire, in particolare su aspetti ambientali, culturali, artistici, e sociali. La cosa è evidente agli specialisti, forse un po’ meno al grande pubblico, vista quella certa “onnipotenza” che oggi si tende ad attribuire alla famosa doppia elica. Con questo non intendo sminuire la portata di questo studio, vorrei piuttosto sottolineare un aspetto che potrebbe non essere evidente per molti.

Tra gli elementi fondamentali della scienza non c’è solo l’osservazione, la raccolta di dati, la formulazione di ipotesi e la loro verifica, fino alla costruzione delle grandi teorie e delle grandi scoperte. Nello studio dell’evoluzione umana come in molti altri campi, le conclusioni diventano tanto più robuste e complete se sostenute dai risultati di approcci diversi che si accordano e si integrano tra loro. Da questo punto di vista, il lavoro di Antonio e collaboratori segna un salto di qualità proprio perché, focalizzandosi su un caso studio di indubbio richiamo, mette in evidenza il passaggio dello studio del DNA antico da pochi individui a campioni di popolazioni estinte. In questo modo, si aprono prospettive di tipo demografico e storico che possono più facilmente integrarsi con quelle perseguite dagli studi archeologici: da dove, in quali tempi e con quali dimensioni demografiche sono nati e si sono sviluppati i flussi migratori che hanno interessato i momenti chiave della storia dell’uomo, come quello della Roma antica? Come i risultati genetici si accordano con le testimonianze archeologiche? Ci sono stati interazioni tra geni, ambienti e culture? Sono domande fondamentali per la ricostruzione del nostro passato. Poter rispondere sulla base di linee di evidenza molto diverse, mettendo a sintesi le loro informazioni, è un grande passo in avanti.

 

La diversità degli Italiani

Come ha già ricordato su questo stesso sito Pietro Greco, la “variegata” popolazione dell’Italia attuale è frutto di tante storie, piccole e grandi che hanno avuto come teatro, l’accogliente ambiente della penisola. E già, perché questo stivale allungato tra europa e africa, con la sua diversità climatica e naturalistica è davvero un punto di approdo attrattivo per gli spostamenti umani (e non solo) sin da tempi molto remoti.

Studi indipendenti della struttura genetica delle popolazioni italiane hanno messo in evidenza la nostra elevata diversità genetica attuale, che ci distingue nel contesto europeo e si appaia a quella linguistica (Destro Bisol e Capocasa, Italiani, come il DNA ci aiuta a capire chi siamo. Carocci, 2016). Lo studio di Antonio e collaboratori fa un ulteriore importante passo: attraverso l’analisi di reperti antichi, ha cominciato a fare luce sui processi che, già a partire da epoche remote, sono alla base di questa diversità. Offre, quindi, una documentazione genetica diretta del passato e delle migrazioni che hanno caratterizzato il popolamento del nostro Paese, dando un’alternativa alle inferenze basate sulla genetica delle popolazioni attuali. I risultati che ci parlano di antichi flussi migratori si aggiungono alle conoscenze acquisite sulle più recenti migrazioni che hanno portato allo stabilirsi delle attuali minoranze etno-linguistiche diffuse su gran parte del territorio italiano (Destro Bisol e Capocasa 2016, op. cit.). E’ un passo fondamentale verso una storia in grado di raccontarci l’insieme dei fenomeni migratori che hanno interessato il nostro Paese.

Non si tratta solo di un’esigenza accademica o culturale, conoscere la propria storia è fondamentale per dare un significato alla nostra identità. Permettetemi un’autocitazione (Destro Bisol e Capocasa, 2016, op. cit.):

Contrariamente a quello che sostenitori delle “razze umane” e antropologi “de noantri” vogliono farci credere, l’identità degli italiani è proprio nella capacità di riunire e armonizzare tante storie, anche lontane tra loro. Sappiamo ora che non solo la cultura, ma anche il DNA testimonia il ruolo di ponte aperto tra Europa e Mediterraneo che il nostro paese ha avuto sin da tempi remoti. Conoscevamo già un passato profondo contrassegnato da innumerevoli influssi dall’Europa e non solo. Ma ora possiamo essere consapevoli del ruolo e dell’importanza del passato più recente.

 

Quindi, studi del DNA su fasi cronologicamente distanti della nostra storia sembrano convergere sulla stessa conclusione: la nostra diversità non ha nulla a che vedere con la “purezza” o le stirpi o le razze, ma ci parla di un’identità che trae origine proprio dalla diversità. Nulla che possa essere usato a fini divisivi o strumentali contro questi o quelli. Piuttosto, il riconoscimento di un percorso pieno di incontri tra gruppi che hanno saputo portare nuove espressioni culturali e hanno accresciuto la nostra diversità genetica, dando luogo a una ricchezza che spicca in tutto il contesto europeo. Senza perdere in molti casi la loro identità originaria, ma arricchendo e valorizzando quella che tutti assieme condividiamo.

Studi apripista

Molto spesso, i commenti su lavori scientifici pubblicati a scopo divulgativo enfatizzano gli aspetti nuovi o comunque interessanti, lasciando in ombra la robustezza delle conclusioni. A scanso di equivoci, va chiarito che le ricerche sul DNA devono affrontare difficoltà e ostacoli - in primis il reperimento dei campioni adatti - che non invalidano necessariamente le ipotesi che vengono formulate, ma devono essere tenute in conto per dare il giusto peso alle evidenze e per indicare ulteriori approfondimenti. Guardando la figura 1 del lavoro di Antonio e collaboratori, si può osservare che il campionamento - in particolare per il il periodo mesolitico, l’età del rame e il periodo della “Res publica Populi Romani” - è davvero ridotto, con una numerosità che raggiunge al massimo tre campioni. Pur tenendo a mente che, grazie alla ricombinazione, i cromosomi autosomici conservano l’eredità di molte generazioni nel passato, con numeri così piccoli le indicazioni che se ne traggono possono essere sottoposte a incertezze di tipo statistico. Questo in particolare, nei casi in cui si abbiano pochi campioni per un ampio range temporale o vi sia un “gap” nella serie, come accade nello studio in questione nel caso dell’età del bronzo. A ciò si aggiunge il problema delle datazioni. Solo una parte di campioni, poco più di una quarto, è stato datato radiometricamente, mentre per i restanti è stata utilizzata l’informazione archeologica. Non ci dovremo stupire se studi futuri con campionamenti maggiori e più completi potranno cambiare in qualche modo le conclusioni di questo primo studio, magari senza alterarne il significato complessivo. Il sapere scientifico molto spesso si accresce in qualità per accumulazione di risultati ottenuti da studi che seguono un primo lavoro “apripista”.

C’è un rischio?

Per finire, vorrei portare fuori dal cono d’ombra un aspetto che è probabilmente sfuggito al grande pubblico, ma che credo valga la pena di sottolineare. Partiamo sempre dai numeri. Si diceva prima che gli autori sono 39, ma guardando a quanto riportato alla fine del lavori, le cinque persone che hanno steso il lavoro (con “input” da parte degli altri autori) sono per lo più genetisti e nessuno di loro è italiano o afferisce a istituzioni italiane. Il resto delle persone coinvolte ha svolto compiti tecnici, di tipo genetico o antropologico o archeologico. Per esperienza diretta di ricerche simili, è ragionevole pensare che in un certo numero di casi l’authorship derivi solo dall’aver fornito qualche campione. Nulla di male o di scorretto se il contributo dato allo studio è stato importante. Ma c’è un punto da non sottovalutare. Chi conosce i principali lavori sul DNA antico del genere Homo, sa che pochi gruppi detengono una sorta di esclusiva. Si tratta di ricercatori che dispongono delle risorse e del know how che questo tipo di studi richiede. Con l’avvento della genomica di popolazione, contemporaneamente all’enorme perfezionamento degli strumenti di ricerca, abbiamo assistito a un processo di concentrazione delle migliori opportunità su un numero ristretto di gruppi che operano in contesti dove la ricerca è maggiormente finanziata. Ricercatori molto validi e creativi, ma con minore accesso alle risorse, rimangono spesso marginalizzati, oppure partecipano fornendo soprattutto materiali e lasciano ad altri buona parte dell’interpretazione e della stesura dei risultati. Non abbiamo elementi diretti per dire che questo sia accaduto anche nello studio di Antonio e collaboratori. Tuttavia, stupisce che nessuno tra gli archeologi o gli antropologi italiani co-firmatari del paper, tra i quali conosciuti e apprezzati ricercatori, abbia avuto, stando a quanto riportato nello stesso articolo, un ruolo chiave nella stesura del lavoro. Il dubbio è dunque legittimo. Qual’è il problema che intendo sottolineare? Per formazione e ambiente culturale, i genetisti che si occupano della” storia naturale dell’uomo” possono essere meno inclini a considerare adeguatamente le informazioni di altro tipo che non si accordano con i loro risultati e le loro ipotesi. A questo si aggiunge un altro elemento: i lavori pubblicati su riviste come Science o Nature devono essere brevi e in grado di dare un messaggio chiaro e lineare, con poco spazio per dubbi e punti di domanda. Inoltre, per diventare accessibili al grande pubblico, devono affrontare tematiche ampie, come appunto la composizione genetica e i flussi migratori nell’Italia centrale in un arco di tempo che va dal mesolitico al medioevo. All’interno dei lavori, eventi delimitati nello spazio e nel tempo, ma non per questo poco importanti, rimangono fatalmente sacrificati dalla necessità di costruire una “big picture” spendibile sul piano scientifico e attrattiva per la comunicazione scientifica. Insomma, il rischio è che con i grandi studi sul DNA antico nelle popolazioni umane estinte si finisca per delegare una sorta di riscrittura del nostro passato a un numero ristretto di ricercatori che, non sono sempre attratti dalla complessità degli aspetti culturali, sociali e ambientali e/o vengono posti nella necessità di raccontare storie belle e lineari.

Quindi, per concludere, tutte le strade portano a Roma, ma per definire il percorso scientifico e culturale che possa mettere meglio a frutto i diversi approcci di studio per la ricostruzione del nostro passato è forse ancora necessario fare dei passi in avanti. Nella direzione di una vera interdisciplinarità. Nel frattempo, godiamoci le cose interessanti.

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012