CULTURA

Gianni Rodari e la Luna

Nei giorni scorsi il razzo di Elon Musk è volato con successo presso la Stazione Spaziale Internazionale, nata per essere la “casa comune dello spazio”. E negli Stati Uniti d’America si è ricominciato a parlare di ritorno alla Luna, magari con una donna astronauta.

La nostra immagine della Luna è cambiata (o forse no) da quando è iniziata l’era spaziale. E a chi, come Anna Maria Ortese negli anni ’60 del secolo scorso, sosteneva che quei mille satelliti artificiali stavano spoetizzando l’immagine del nostro satellite naturale, così rispondeva Italo Calvino:

«Chi ama la luna davvero non si accontenta di contemplarla come un'immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più». Per Italo Calvino la luna è qualcosa di più di un astro errante. È un oggetto cosmico che racconta all’uomo dell’universo, di se stessa, di lui stesso. 

Per Italo Calvino la luna continua a essere è l’astro narrante.

Così anche per Gianni Rodari. 

            La luna scrive le sue memorie. Non ha penna né matita, perciò è costretta a scrivere con una stella cometa, intingendo la coda nel buio della notte. Non ha nemmeno carta, scrive sulle nuvole, che poi volano via.

Il brano è tratto da Le memorie della luna, una delle storie raccolte in La macchina per fare i compiti e altre storie. È chiaro che per questo grande scrittore la Luna non ha perso la sua capacità di evocare poesia.

Ma scriverà pure sulle nuvole, la Luna di Rodari, per alimentare tutta la nostra immaginazione, tuttavia non si dimentica di darci piccole, grandi lezioni di astronomia. 

Primo. La Luna è sempre la stessa, naturalmente, da ovunque la si guardi (da La luna di Kiev, in Filastrocche in cielo e in terra:                          

Chissà se la luna

di Kiev

è bella

come la luna di Roma,

chissà se è la stessa

o soltanto sua sorella....

«Ma son sempre quella!

- la luna protesta -

non sono mica

un berretto da notte

sulla tua testa!

Viaggiando quassù

faccio luce a tutti quanti,

dall'India al Perù,

dal Tevere al Mar Morto,

e i miei raggi viaggiano

senza passaporto».

Secondo: la Luna fa tre movimenti nel cielo. Meglio di tutti gli astri erranti (almeno di quelli che vediamo a occhio nudo), come precisa con puntiglio in Le memorie della luna, una delle storie raccolte in La macchina per fare i compiti e altre storie.

         «Sono più brava di tutte le trottole, perché faccio tre girotondi in una sola volta: attorno a me stessa, attorno alla terra, attorno al sole». 

Terzo: è uguale, ma anche un po’ diversa dalla Terra. Come è ben spiegato in I mari della luna, un’altra delle Filastrocche in cielo e in terra:                                            

Nei mari della luna

tuffi non se ne fanno:

non c'è una goccia d'acqua,

pesci non ce ne stanno.

Che magnifico mare

per chi non sa nuotare!

Come tutti gli uomini, fin dall’antichità, Rodari guarda alla Luna, l’oggetto cosmico più vicino alla Terra, che appare nel cielo grande come il Sole e che, dopo lo stesso Sole, è il più luminoso. A tutti gli uomini – e dunque anche anche a Gianni Rodari – la Luna parla del cosmo, come spazio fisico.

Come a tutti i grandi che – da Dante a Galileo, di Ludovico Ariosto a Giordano Bruno, da Giacomo Leopardi a Italo Calvino – hanno dato espressione alla vocazione profonda della letteratura italiana, la filosofia naturale, anche a Gianni Rodari, anche attraverso Gianni Rodari, la Luna parla di poesia. Come è evidente da questo brano in prosa tratto da Il padrone della luna, una delle storie raccolte in La macchina per fare i compiti e altre storie.

Mia è la luna, e la gente passeggia la notte lungo il fiume, al suo lume. È la verità: voi vi prendete il lume di luna, voi la consumate senza risparmio. E che farò quando la luna sarà tutta consumata?

Certo Kum, il dittatore della città di Huma, è fuori di senno. Crede di possedere la Luna. Crede di esserne il padrone. A proposito, quanti Kum esistono qui sulla Terra che credono di potersi impossessare della Luna! Ma nella sua follia il dittatore dice una profonda verità. Cosa saremmo – cosa sarebbe la poesia – se la Luna fosse tutta consumata e scomparisse?

La Luna è fatata, come è ben scritto in Le belle fate:

Le belle fate 

dove saranno andate? 

Non se ne sente più parlare. 

Io dico che sono scappate: 

si nascondono in fondo al mare,

oppure sono in viaggio per la luna 

in cerca di fortuna.

La luna è rassicurante. Ce lo dice anche la scienza. Tenendola al guinzaglio, l’asse terrestre è più stabile e il nostro pianeta evita catastrofici cambiamenti del clima. A La luna al guinzaglio, è dedicata questa filastrocca che dà il titolo a un intero capitolo del Pianeta degli alberi di Natale.

         Con te la luna è buona, 

mia savia bambina: 

se cammini, cammina 

e se ti fermi tu 

si ferma anche la luna 

ubbidiente lassù.

            È un piccolo cane bianco

che tu tieni al guinzaglio, 

è un docile palloncino 

che tieni per il filo: 

andando a dormire lo leghi al cuscino, 

la luna tutta notte 

sta appesa sul tuo lettino.

La luna è talmente rassicurante che, venisse meno, assisteremmo a una catastrofe cosmica. Come è spiegato in La torta in cielo.

            Appoggiò la cesta traboccante e profumata al manubrio della bicicletta, alzò la gamba destra per montare in sella, alzò meccanicamente anche gli occhi: patapumfete, giù per terra lui, la bicicletta e la cesta. Maritozzi e cornetti rotolarono nella polvere in ordine sparso.

            I cascherini romani sono famosi perché non cascano mai: ma succede in un minuto quel che non è successo in mille anni. Il garzone del fornaio si rialzò e si rifugiò in bottega, gridando:

            - Aiuto! È caduta la luna!

            Per giustificare la sua caduta non ci voleva meno di una catastrofe cosmica.

Di chi è la Luna, poetica fatata e rassicurante? Che domande! Non certo dei dittatori e degli aspiranti tali. La Luna è dei bambini. È lei stessa bambina. Ed ecco La luna bambina, un’altra delle filastrocche della serie A La luna al guinzaglio

E adesso a chi la diamo

questa luna bambina

che vola in un «amen»

dal Polo Nord alla Cina?

 

Se la diamo a un generale,

povera luna trottola,

la vorrà sparare

come una pallottola.

 

Se la diamo a un avaro

corre a metterla in banca:

non la vediamo più

né rossa né bianca.

 

Se la diamo a un calciatore,

la luna pallone,

vorrà una paga lunare:

ogni calcio un trilione.

 

Il meglio da fare

è di darla ai bambini,

che non si fanno pagare

a giocare coi palloncini:

 

se ci salgono a cavalcioni

chissà che festa;

se la luna va in fretta,

non gli gira la testa,

 

anzi la sproneranno

la bella luna a dondolo,

lanciando grida di gioia

dall'uno all'altro mondo.

 

Della luna ippogrifo

reggendo le briglie,

faranno il giro del cielo

a caccia di meraviglie.

La luna bambina è anche birichina. E narra anche a gente birichina. Come capita in Il paese dei bugiardi:

         Di sera, se la luna

faceva più chiaro

di un faro, 

si lagnava la gente:

«Ohibò, che notte bruna, 

            non ci si vede niente».

La Luna in Rodari, come in tutti gli autori «cosmici e lunari», si distingue sempre, tra gli astri nel cielo. Come si ricava da questo brano tratto da La statua parlante, in Venti storie più una:

         - Chi sono io?

            - Tu sei Beomondo Terzo detto il Giusto, - rispose la voce, - imperatore di Murlandia, di Brislandia e di Merovia, granduca delle terre d’oltremare, signore dei sette deserti, dominatore dei due Poli.

            - Anche dei Poli? – ripeté incredulo Beomondo.

            - Del Polo Nord e del Polo Sud. Verranno a renderti omaggio creature d’altri mondi: verranno dalla Luna e dai Pianeti.      

Le Luna, dunque, e poi tutti gli altri astri erranti. La luna e i pianeti. È indubbio, Gianni Rodari merita quella definizione di autore «cosmico e lunare» con cui Calvino ha inteso celebrare Ludovico Ariosto e che appartiene di diritto a chiunque sa interrogare la luna. A chi sa come farle dire qualcosa di più. 

Tuttavia Gianni Rodari, come Calvino e forse persino più di Calvino, appartiene a quella generazione di grandi autori per cui la Luna non è più solo un astro distante e irraggiungibile, ma è diventata un astro vicino e calpestabile. La Luna può essere oggetto non (solo) di viaggi immaginari come quello di Dante e Beatrice nel Paradiso o di Astolfo nell’Orlando Furioso, ma anche di viaggi reali.

Il primo lo compie una sonda sovietica, il Lunik 1, lanciata il 2 gennaio 1959. la navicella manca il suo grosso bersaglio: di 6.000 chilometri. Maggiore fortuna ha il Lunik 2 che, lanciata il 12 settembre di quello stesso anno, raggiunge l’astro il giorno dopo. È il primo oggetto umano che arriva sull’astro narrante, anche se si schiaccia al suolo. Ma le imprese lunari non mancano nei mesi e negli anni successivi. Il 4 ottobre 1959 viene lanciata Lunik 3, che fotografa la faccia nascosta della Luna. La faccia mai vista prima.

E non è mica finita. Il 3 febbraio 1966 Lunik 9 atterra dolcemente nell’Oceanus Procellarum, dimostrando quello che poi realizzeranno gli americani Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, astolfi in carne e ossa, il 21 luglio 1969: sulla Luna l’uomo può mettere piede.

Ed è dunque anche a questa Luna, astro narrante e calpestabile, che Gianni Rodari rivolge i suoi desideri di viaggio. Come in Sospiri, una delle Filastrocche in cielo e in terra:

         «Vorrei, vorrei

            Volerei sulla Luna

            In cerca di fortuna.

            E voi ci verreste?

            Sarebbe carino,

            dondolarsi sulla falce

            facendo uno spuntino…

O come in Io vorrei, della serie La luna al guinzaglio:

Io vorrei che nella Luna ci si andasse in bicicletta per vedere se anche lassù chi va piano non va in fretta.

Io vorrei che nella Luna ci si andasse in micromotore per vedere se anche lassù chi sta zitto non fa rumore.

Io vorrei che nella Luna ci si andasse in accelerato per vedere se anche lì chi non mangia la domenica

ha fame il lunedì.

Già, ma perché anche gli scienziati vogliono andare sulla Luna? Ce lo spiega, Rodari, in Il libro dei perché:

            Perché gli scienziati vogliono andare sulla Luna?

            «Per vedere com’è fatta. Per vedere le stelle da vicino. Per vedere la Terra, che da lassù     sembrerà una luna azzurrina. E diranno così:

            Di qui si vede finalmente

            quanto piccola è la Terra:

            non c’è posto per fare la guerra, 

            statevi   in pace, gente con gente

Capiti quanti e quali sono i motivi per andare sulla Luna? Perché da lì avremmo una vista da lontano realizzando quello che Ludovico Ariosto e Giordano Bruno hanno avuto il coraggio di immaginare, perché avremmo della nostra Terra una vista migliore (sarebbe finalmente “visibile” nella sua finitezza), perché avremmo una vista della Terra che ci induce alla pace, piuttosto che alla guerra.

Andare sulla luna, dunque, per stare meglio sulla Terra.

No, non è davvero possibile fare a meno della Luna. E Gianni Rodari lo dimostra in questa storia a tre finali che ha per sfortunato protagonista Il dottor Terribilis in Il tamburino magico.

E cosa vuole fare lo scienziato più cattivo mai inventato da Rodari con il suo supercrick atomico?

         - Tra poche ore l’apparecchio sarà pronto. Partiremo questa sera stessa.

            - Partiremo, dottor Terribilis?

            - A bordo, s’intende, del nostro stesso supercrick atomico.

            - In che direzione, se è lecito?

            - Direzione spazio, o mio Famulus, tanto ricco di interrogativi.

            - Lo spazio!

            - E più precisamente la Luna.

            - La Luna!

            - Vedo che stai passando dai punti interrogativi ai punti esclamativi. Orsù bando agli indugi ed eccoti il mio piano. Col mio supercrick solleverò la Luna, la staccherò dalla sua orbita e la collocherò in un punto dell’universo a mia scelta. 

            - Colossale!

            - Di lassù, caro Famulus, tratteremo con i terrestri.

            - Eccezionale!

            - Rivolete la vostra Luna? Ebbene, pagatela a peso d’oro, ricompratela dal suo nuovo proprietario, il dottor professor Terribile Terribilis.  

Primo finale

            Quella sera la Luna non spuntò. Sulle prime la gente pensò che qualche nuvola la nascondesse. Ma il cielo era sereno. La notte stellata. E la Luna, per dirla come si sarebbe detto una volta, brillava soltanto per la sua assenza.

            Furono gli astronomi a rintracciarla, dopo attente ricerche, piccolissima per la distanza, dalle parti della costellazione del Sagittario.

             […] Nessuno sulla Terra si preoccupò molto della scomparsa della Luna. Infatti gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, l’Italia, la Francia, la Cina, il Giappone e molte altre potenze provvidero immediatamente a inviare nello spazio una grande quantità di lune artificiali, l’una più luminosa dell’altra. 

Secondo finale

            La sparizione della Luna destò sgomento e preoccupazione da un capo all’altro della Terra. 

            - Come faremo a contemplare il chiaro di Luna, se la Luna non c’è più? – si domandavano i sognatori.

            - E io, che andavo a letto al chiaro di Luna per risparmiare la corrente elettrica, dovrò rassegnarmi ad accendere la lampadina? – si domandava un avaro.

            - Ridateci la nostra Luna! – gridavano i giornali.

E la Luna tornerà al suo posto, con un colpo di scena.

Perché non è possibile stare sulla Luna.

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