CULTURA

Dentro l’impossibile: il mondo di M.C. Escher

C'è un momento, davanti alle opere di Maurits Cornelis Escher (1898-1972), in cui occhio e mente smettono di collaborare. Ogni linea è al suo posto, ogni prospettiva in apparenza coerente, i dettagli risolti con una precisione maniacale: è però il cervello ad andare in affanno, a cercare l'uscita da scale che non hanno inizio né fine e da un mondo che sembra avvitarsi su se stesso. 

Uno scarto scomodo ma straordinariamente fecondo, quello tra perfezione formale e impossibilità logica, ben presente nella mostra M.C. Escher. Tutti i capolavori, allestita presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova fino al 19 luglio 2026. Curato da Federico Giudiceandrea, il percorso propone oltre 150 opere che coprono l'intera parabola creativa del maestro olandese, dalla formazione giovanile ai grandi paradossi della maturità, accanto a installazioni interattive, ambienti immersivi ed esperienze in realtà virtuale.

Sarebbe però riduttivo considerare la visita come una semplice esperienza di intrattenimento, per quanto sofisticato. È vero, alcune immagini sono talmente ben piantate nel nostro immaginario – poster, copertine, magliette, sfondi per smartphone – da apparire familiari e innocue. Eppure basta fermarsi un momento, sottraendo lo sguardo alla velocità con cui siamo abituati a consumare le immagini, per accorgersi che quelle figure custodiscono qualcosa che non si lascia addomesticare. 

Sono diversi gli artisti ad aver utilizzato ambiguità prospettiche e fallacie percettive per rivelare qualcosa di più profondo. Spesso infatti le immagini che ingannano l’occhio mettono in luce anche paradossi concettuali e logici, come ha evidenziato qualche anno fa l’ottima mostra L’occhio in gioco. Percezioni, impressioni e illusioni nell’arte. In questo lungo dialogo tra arte e conoscenza però M.C. Escher riveste un ruolo del tutto particolare, quasi kantiano nell’evidenziare l’inevitabile aporia tra realtà, rappresentazione e percezione, svelando come pochi i limiti – ma anche la straordinaria capacità creativa – entro e attraverso i quali la mente costruisce il mondo.

Lo sguardo di Maurits Cornelis Escher nasce in Italia, nei viaggi tra Abruzzo, Calabria e Costiera Amalfitana

Un olandese in Italia

Il percorso espositivo parte dalle origini, gli studi presso la scuola di architettura e arti decorative di Haarlem, dove passando dal corso di architettura a quello di grafica il giovane Maurits incontra Samuel Jessurun de Mesquita, il maestro che gli insegna le tecniche incisorie e il gusto per il segno essenziale, la linea che deve guadagnarsi ogni centimetro dello spazio che occupa. Le prime opere mostrano soprattutto paesaggi, piante e figure stilizzate, ancora percorse dall'influenza dell'Art Nouveau e del simbolismo, ma al contempo già caratterizzate dalla ricerca di un ordine all'interno delle forme naturali.

La svolta arriva con l'Italia, che Escher visita per la prima volta nel 1921, per poi stabilirvisi l'anno successivo. Per quattordici anni l'artista viaggia continuamente, soprattutto nella Costiera Amalfitana, in Calabria e in Abruzzo, riempiendo i taccuini di borghi arroccati su costoni di roccia, architetture medievali e marine: luoghi dalla bellezza quasi aliena in cui la morfologia del territorio sembra già di per sé sfidare la logica.

Le litografie e le xilografie di questo periodo sono caratterizzate da un realismo minuzioso e quasi pedante, ma già rivelano scelte prospettiche e angolazioni insolite, tagli che costringono l'occhio a punti di vista scomodi. In due riprese, nel 1922 e nel 1936, Escher visita anche l'Alhambra di Granada, dove rimane colpito dalle decorazioni geometriche moresche del palazzo nasride, in cui le figure che si incastrano perfettamente come tessere di un infinito mosaico cosmico. Le cosiddette tassellazioni – in geometria le suddivisioni di un piano mediante figure ripetute – diventano così per il giovane Maurits il punto di partenza di una ricerca che durerà decenni.

Mentre però i mosaici islamici usano forme geometriche astratte, fin da subito Escher trasforma questo principio matematico in invenzione narrativa. Le sue figure non sono rombi o esagoni bensì pesci, uccelli, rettili, figure umane: esseri riconoscibili che si incastrano l'uno nell'altro e che a un certo punto iniziano a trasformarsi, come nella celebre Metamorfosi II del 1939-40. Stampa dalle dimensioni insolite (192 × 3895 mm), quasi un rotolo narrativo, in essa la parola “metamorphose” si dissolve progressivamente in figure geometriche, animali, architetture (tra cui quelle di Atrani sulla Costiera Amalfitana, osservate da Escher durante gli anni italiani), prima di tornare in se stessa in un gioco circolare in cui la parola è insieme alfa e omega.

Dalle tassellazioni dell’Alhambra alle celebri trasformazioni di figure e animali, la geometria diventa racconto visivo

Un principio ripreso anche nell’altrettanto celebre litografia Rettili del 1943, in cui esce anche la vena ironica, quasi giocosa, di buona parte della produzione di Escher. Nei minuscoli draghetti che escono e rientrano nel foglio posto sul tavolo, non prima di essersi arrampicati su un solido platonico per emettere il caratteristico sbuffo, la geometria prende vita svelando per qualche istante il trucco dell’arte che imitando crea.

Figure impossibili e rapporto con la scienza

A partire dagli anni Cinquanta la ricerca di Escher si spinge in una direzione che molti considerano il suo contributo più radicale: la costruzione di oggetti e architetture impossibili. Edifici, scale, torri e prospettive sembrano perfettamente plausibili fino a quando, seguendo con l'occhio le loro linee strutturali, non ci si accorge che la coerenza interna non produce verosimiglianza, la compatibilità locale delle parti non garantisce la coerenza globale dello spazio. L'architettura tiene insieme i pezzi tra di loro, ma il risultato è impossibile nel suo insieme.

Relatività (1953) – riprodotta in fumetti e film, da Martyn Mystère ai Simpson – è forse l'opera più nota di questa stagione: un edificio in cui scale orientate in tre direzioni diverse convivono nello stesso spazio, abitate da figure umane che camminano con la stessa tranquillità in su, in giù, di lato. Nel 1954 l’opera viene esposta, assieme ad altre dello stesso autore, al congresso internazionale dei matematici di Amsterdam, e qui viene notata dal giovane studioso Roger Penrose, futuro premio Nobel per la fisica nel 2020 per i suoi contributi nell’ambito della cosmologia. Sarà proprio lui – assieme al padre Lionel, celebre psicologo – a pubblicare pochi anni dopo sul “British Journal of Psychology” l’articolo Impossible Objects: A Special Type of Visual Illusion, nel quale viene illustrato il cosiddetto “triangolo di Penrose" (o scala di Penrose), una delle più note figure impossibili.

In seguito – con perfetta circolarità escheriana – è l’artista olandese ad essere a sua volta influenzato dal lavoro dei Penrose in opere come Belvedere (1958), Salire e scendere (1960) e Cascata (1961). Ciò che l’arte ha intuitivamente costruito – l’impossibilità spaziale – viene descritto e analizzato con strumenti scientifici: creatività e immaginazione intuiscono il fenomeno, matematica e psicologia ne esplicitano la struttura. Stare tra due mondi non è però sempre facile: “Ormai sto cominciando a parlare un linguaggio che ben pochi capiscono, il che mi fa sentire sempre più solo – annota lo stesso Escher –. Dopotutto il mio posto non è più da nessuna parte. I matematici possono anche essere amichevoli e interessati e darmi una paterna pacca sulla spalla, ma in definitiva per loro sono solo un pasticcione. Gli artisti per lo più si irritano. […] A volte sono assalito da un immenso senso di inferiorità”.

Scale infinite e architetture paradossali: con opere come Relatività (1953) l’arte mette alla prova logica e percezione

Eschermania ed eredità

A partire dagli anni ’60 i lavori di Escher riscuotono sempre più successo, prima tra gli studiosi e poi anche presso il grande pubblico: l’artista tiene conferenze al MIT, di lui scrivono Ernst Gombrich e lo Scientific American, persino una parte delle sottoculture beat e hippie iniziano a riconoscersi nelle sue opere, ovviamente rivisitate in chiave psichedelica come allegorie di una gioiosa e agognata perdita di punti di riferimento. Una fama tardiva della quale il maestro non sempre mostra di interessarsi, come quando respinge le richieste di collaborazione di Stanley Kubrick e di Mick Jagger (Relatività sarà invece usata senza autorizzazione dai Pink Floyd per la copertina del singolo On the Run, terza traccia di The Dark Side of the Moon).

In vita Escher beneficia marginalmente della notorietà, continuando a lavorare come grafico anche per piccole commissioni – biglietti d’auguri, timbri, ex libris –, fino a spegnersi nel 1972 in una casa di riposo per artisti a pochi chilometri da Amsterdam. Poi nel 1979 un giovane ricercatore nel campo dell’intelligenza artificiale di nome Douglas Hofstadter pubblica Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante. Nel libro, vincitore del Premio Pulitzer e del National Book Award, M.C. viene messo a fianco di due geni per dimostrare la capacità di sistemi formali, caratterizzati da regole precise e definite, di generare strutture autoreferenziali che sembrano trascendere le loro stesse regole. Gödel lo dimostra, Bach lo compone, Escher lo disegna.

In questa prospettiva il suo lavoro grafico non è più un mero esercizio di bravura tecnica: diviene simbolo e modello di come la mente umana produca significato. Le immagini impossibili non sono errori, bensì sistemi chiusi che generano senso a partire dalla propria autocontraddizione. Proprio come il cervello, che è fatto di neuroni incoscienti che producono coscienza, e il linguaggio, che usa segni arbitrari per generare significato.

Anche per questo, a oltre mezzo secolo dalla sua morte, Maurits Cornelis Escher è oggi considerato un artista fondamentale. In un’epoca in cui la produzione di immagini è diventata quasi industriale e ogni giorno siamo esposti a una quantità vertiginosa di stimoli visivi, le sue opere chiedono qualcosa di sempre più raro: fermarsi, guardare meglio, accettare per un momento il disagio di non capire. Richiedono attenzione, fiducia nello sguardo e anche una certa dose di ironia. Forse è proprio per questo che continuano a interpellarci: perché ci ricordano che vedere non significa necessariamente comprendere – e che talvolta l’arte comincia proprio lì, dove la logica sembra smettere di funzionare.


M.C. ESCHER
Tutti i capolavori
A cura di Federico Giudiceandrea

Centro Culturale Altinate San Gaetano, Padova
Fino al 19 luglio 2026

Promossa dal Comune di Padova
Prodotta da Arthemisia in collaborazione con la M. C. Escher Foundation

Info, orari e prenotazioni:
www.mostraescherpadova.it

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