SOCIETÀ

Dalla ritirata di Russia alla Resistenza: la scelta del “Comandante Bruno”

A tarda sera del 29 novembre 1943 un uomo anziano col vestito stazzonato, da cui aveva rimosso l’etichetta col nome della sartoria per non fornire indizi sulla sua identità, viaggiava accalcato sul treno per Milano gremito di passeggeri. Portava con sé una valigetta con poche cose per affrontare una lunga lontananza dall’Italia. Era il professor Concetto Marchesi, rettore dimissionario dell’Università di Padova. Milano era la prima tappa del suo fortunoso e pericoloso viaggio verso la Svizzera, dove sperava di poter trovare rifugio per sfuggire all’accanita caccia che la polizia tedesca e quella fascista gli stavano dando. 

La notte tra il 29 e il 30 novembre Marchesi la dovette passare negli affollatissimi sotterranei della stazione centrale, dove il treno era arrivato dopo l’inizio del coprifuoco a causa delle ore di ritardo accumulate per deviazioni, rallentamenti e soste dovute alle pessime condizioni della linea ferroviaria, frequentemente bombardata e mitragliata dagli Alleati e sabotata dai Partigiani. Frequenti erano anche i controlli di polizia, nelle stazioni e a bordo dei treni. Marchesi era munito di documenti falsi a nome di un avvocato. A fargli da scorta a Marchesi in quel viaggio lungo e rischioso era Paride Brunetti, che col nome di battaglia di “Bruno” era destinato a diventare uno tra i più grandi Comandanti partigiani.

Nato a Gubbio il 15 maggio 1916, Brunetti era tenente d’artiglieria. Nella Campagna di Russia aveva comandato una batteria di quattro moderni cannoni controaerei da 88 mm tipo Flak, di fabbricazione tedesca, efficacemente impiegabili anche nel tiro contro carro a lunga distanza. La batteria era inquadrata nella VIII Armata (o Armata Italiana in Russia - ARMIR), che difendeva un settore del fronte di circa 270 chilometri lungo il tratto centrale del fiume Don. I suoi 229.000 uomini erano giunti in linea nell’agosto del 1942 dopo un lunghissimo viaggio in treno e autocarro ed estenuanti marce a piedi. Dopo i successi iniziali, nella seconda metà del 1942 le sorti dell’Asse volsero al peggio e la VI Armata tedesca e parte della IV vennero accerchiate a Stalingrado.

Verso la fine del 1942 l’ARMIR, rimasta priva del supporto delle unità corazzate tedesche, accerchiate a Stalingrado, fu attaccata dai Russi con forze grandemente superiori concentrate presso l’ansa del Don, un tratto delle linee italiane molto esposto. Si trattava dell’“Operazione piccolo Saturno”, che scattò il 16 dicembre 1942, quando centinaia di carri armati sfondarono le linee e dilagarono in profondità. Le divisioni di fanteria Ravenna e Cossèria, prive di mezzi corazzati, furono isolate e travolte e si disgregarono. Migliaia di soldati disarmati e appiedati cercarono scampo dirigendosi verso sud-ovest per una sessantina di chilometri fino a Kantemirovka, vitale centro logistico nelle retrovie dell’ARMIR, dove alcuni reparti tentarono di riorganizzarsi, ma i carri armati russi raggiunsero il villaggio e lo attaccarono di sorpresa il 19 dicembre, causando il panico e la fuga disordinata degli uomini che vi si erano ammassati. In quella giornata infernale il tenente Brunetti sparò tutte le 800 granate in dotazione ai suoi quattro cannoni, meritando una Medaglia di bronzo al valor militare.

Tra fine dicembre 1942 e febbraio 1943 tutto il fronte fu scardinato e l’ARMIR dovette ritirarsi. Più di centomila uomini sfiniti e privi di tutto, molti feriti o congelati, dovettero trascinarsi a piedi per oltre mille chilometri nelle immense pianure innevate tra Russia, Ucraina e Bielorussia, privi di ripari e con temperature fino a -40 °C, tormentati anche dai frequenti attacchi dei partigiani. Le perdite dell’ARMIR furono enormi.

In aprile 1943 Brunetti era riuscito a riportare a Padova la sua batteria al completo. Come tanti altri giovani reduci, aveva constatato che l’avventura bellica del fascismo era stata fallimentare e aveva maturato una ferma presa di coscienza politica che avrebbe mutato radicalmente la sua vita.

Durante la ritirata di Russia matura la scelta che porterà Brunetti dalla guerra del regime alla lotta di liberazione

La caduta del regime fascista (25 luglio 1943), seguita allo sbarco anglo-americano in Sicilia del 10 luglio, portò all’armistizio dell’8 settembre, che purtroppo non recò sollievo all’Italia: il re in fuga insieme ai suoi generali, l’esercito in dissoluzione per mancanza di ordini precisi, il Paese occupato dalle truppe tedesche che stroncarono nel sangue gli eroici tentativi di resistenza di pochi militari e civili, i soldati inermi catturati e mandati a languire e a morire di stenti nei campi di internamento per militari italiani (gli “IMI” furono oltre seicentomila), privi dei diritti di protezione di cui avrebbero beneficiato se fossero stati considerati come prigionieri di guerra.

In questa disperata situazione emerse la parte migliore del popolo italiano, quella che la dittatura non era riuscita a corrompere moralmente, e prese in mano il suo destino, contribuendo alla salvezza morale e storica dell’Italia. In quei tristi giorni di tragedia “pochi intimi”, di diversi indirizzi politici, “convenivano di nascosto nella casa di Concetto Marchesi” per “esaminare la possibilità di unire insieme le forze superstiti del terribile naufragio”.

Iniziarono quel settembre del ’43 i venti mesi del secondo Risorgimento italiano. I giovani che il fascismo non aveva domato si diedero alla macchia, si riunirono e scelsero i propri comandanti, organizzandosi in reparti. Ben presto l’Italia poté contare su formazioni clandestine, non numerose ma fortemente motivate e decise, che applicando i metodi della guerriglia di popolo descritti da Mazzini tennero impegnate metà delle forze nazi-fasciste.

Brunetti grazie al suo spirito di iniziativa riuscì a salvare dalla cattura il suo reparto accasermato a Chiesanuova (Padova) quando le truppe tedesche avevano occupato rapidamente i centri vitali della città. Egli entrò presto in contatto con Adolfo Zamboni (1891-1960), maggiore di fanteria e grande decorato della guerra 1915-18, che era stato richiamato in servizio nel 1942 per comandare tradotte militari per la Russia. Indomito avversario del fascismo per tutto il ventennio e iscritto nell’elenco dei sovversivi, Zamboni fu a lungo l’unico docente di scuola secondaria della provincia di Padova non iscritto al partito fascista né all’Associazione fascista della scuola, e negli anni ’30 e primi anni ’40 era stato sottoposto a una occhiuta sorveglianza di polizia, con aggiunta del controllo della posta esteso alla famiglia e restrizioni della libertà di movimento. 

Pochi giorni dopo l’8 settembre 1943 Adolfo Zamboni aveva partecipato, in una stanza dei sotterranei dell’Università, a una riunione clandestina tra i membri del Partito d’azione, in cui fu incaricato di prendere i primi contatti militari. Verso fine settembre egli tenne a casa propria la prima riunione clandestina di carattere militare, alla quale Brunetti partecipò come rappresentante militare del Partito Comunista Italiano. Da tale riunione scaturì la costituzione del Comitato di liberazione nazionale provinciale, come “filiazione” di quello regionale veneto, tra i cui membri c’erano proprio il rettore dell’università Concetto Marchesi e il suo vice Egidio Meneghetti.

Dopo aver scortato Marchesi nel suo viaggio clandestino a Milano alla fine di novembre, Brunetti tornò a Padova e il 4 dicembre 1943 assunse il comando del primo gruppo armato delle montagne bellunesi, che si era costituito da poco presso la casera “La Spàsema”, sopra Lentiai, col nome di “Distaccamento Boscarin”. Esso era formato da soli 22 uomini, tra i quali alcuni ex prigionieri di guerra russi, jugoslavi e britannici, armati di pochi vecchi fucili mod. 1891 con pochissime munizioni. Perciò Brunetti e i suoi partigiani dovettero letteralmente strappare al nemico le armi assaltando “con disperata audacia” i presidi locali. Raggiunta la forza di un battaglione partigiano (circa 100 uomini), il comandante Bruno iniziò una guerra di movimento tra Alpago e Cansiglio, con puntate fino a Erto e al Trentino per sfuggire ai rastrellamenti.

Tra Alpago e Cansiglio nasce la Brigata Gramsci: pochi uomini, armi scarse e una guerriglia mobile che mette in difficoltà le forze nazifasciste nel Veneto occupato

Oltre a ottime capacità organizzative e vasta esperienza militare, Brunetti possedeva le doti ideali del capo partigiano: primo in azione e ultimo nel ripiegamento. Ultimo anche nella fila per il rancio, egli mangiava solo se c’era cibo per tutti. 

Una vivida descrizione del “comandante Bruno” è fornita nel libro “I piccoli maestri” da Luigi Meneghello, studente di lettere a Padova e partigiano del Partito d’azione, che ebbe il primo incontro con Brunetti presso California, remoto paesetto della valle del Mis, nel Bellunese. Lo descrive come “un uomo piuttosto giovane, robusto, disinvolto. Aveva scritto sul viso: comandante. Aveva i calzoni da ufficiale, il cinturone di cuoio, il fazzoletto rosso. Era ben pettinato, riposato, sportivo, cordiale”. “Avanzò sorridendo, col pugno sinistro in aria, e disse allegramente: ‘Morte al fascismo’. Vibrava di salute, fierezza, energia”. Faceva la guerra un giorno qua un giorno là coi suoi partigiani del popolo, che “erano meravigliosi. Laceri, sbracati, sbrigativi, mobili, franchi”. “Saranno stati una quarantina e arrivarono in fila”. “Avevano armi, non tante ma buone”. “Avevano i fazzoletti rossi, le scarpe rotte, i visi lieti e feroci”. “Si sentiva di colpo, al solo vederli, che la guerra partigiana si fa così”.

Lo sviluppo della formazione comandata da Brunetti continuò in primavera e il 7 giugno 1944 fu costituita la Brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, formata da vari battaglioni e comprendente la “Compagnia Churchill”, composta da una decina di ex prigionieri di guerra britannici, che difendeva la via di accesso al comando di brigata a Malga Piètena, sotto le Vette Feltrine. A settembre 1944 la Brigata arrivò a contare 996 uomini, soprattutto operai e contadini, ma anche artigiani, impiegati, commercianti, studenti, intellettuali e casalinghe. Nella “Gramsci” molti erano i comunisti, ma numerosi erano anche i cattolici, perciò alla sera accanto a chi leggeva Marx c’era anche chi recitava il rosario. In settembre 1944 si aggregò alla “Gramsci” anche il maggiore Tilman, famoso esploratore inglese, capo di una missione militare alleata di collegamento.

La più notevole azione della “Gramsci” fu il sabotaggio della galleria ferroviaria di Forte Tombion, presso Cismon (Vicenza), in Valsugana, via di comunicazione ferroviaria e stradale con la Germania di vitale importanza, dove erano in corso lavori di fortificazione. Nella notte tra il 6 e il 7 giugno 1944 un gruppo di nove partigiani, tra i quali due russi, proveniente da Cesiomaggiore (Belluno) e guidato dal comandante Bruno, immobilizzò le sentinelle e l’intero reparto di guardia alla polveriera. Tre tonnellate di esplosivo furono trasportate nella galleria ferroviaria, dove Brunetti si trattenne da solo per accendere le micce d’innesco. Per l’entità del danno alla ferrovia e alla strada, quello del Tombion fu ritenuto il più importante sabotaggio compiuto dalla Resistenza in Europa, con grande risonanza ed effetti positivi sul morale dei partigiani e della popolazione. 

Preoccupato per lo sviluppo della guerriglia il feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo del fronte Sud, emanò il bando “Nuove regole contro la guerra partigiana”, che ordinava brutali misure di rappresaglia e assicurava l’impunità agli esecutori.

Alle speranze dell’estate, quando la guerra di liberazione pareva ormai vicina alla vittoriosa conclusione, seguì la più amara delusione, quando l’offensiva sferrata a fine agosto 1944 dalla VIII armata britannica e dalla V armata statunitense si infranse contro le fortificazioni della Linea Gotica, che si stendevano da Massa a Pesaro. I tedeschi in ripiegamento dal Centro Italia e i fascisti al loro seguito si addensarono nel Veneto, scatenando “le più atroci furie della più atroce guerra”, come scrisse Meneghetti esortando i Veneti alla “prova suprema”. Così nell’autunno 1944 la vita dei patrioti si fece sempre più dura sia in pianura e nelle città, dove l’apparato repressivo diventò sempre più potente e feroce, che sulle montagne, dove truppe germaniche ben addestrate affiancate da reparti “repubblichini” svolsero con ferocia poderose operazioni di rastrellamento con reparti forti di alcune migliaia di uomini ben armati e dotati anche di artiglieria. Tra agosto e settembre 1944 si susseguirono i grandi rastrellamenti e massacri nazifascisti in Val Posina, Valle del Biois, Altipiano di Asiago, Valli del Chiampo, d’Alpone, d’Agno e d’Illasi, Monte Grappa.

Dal dopoguerra alla memoria: Brunetti continua a testimoniare i valori della Resistenza, ricordando ai giovani il prezzo della libertà e le radici della Costituzione

Terribili conseguenze per la Resistenza ebbe il comunicato radio del 13 novembre 1944, con cui il maresciallo Alexander invitò i partigiani a sospendere le attività a causa della pausa invernale delle operazioni militari (che si erano arrestate nelle vicinanze di Forlì). Rimasti privi dei rifornimenti per via aerea di armi ed esplosivi, i partigiani dovettero in gran parte sciogliere le loro formazioni e lasciare le montagne per scendere in pianura, esponendosi a maggiori rischi di cattura. Gli effettivi della Brigata Gramsci dovettero ridursi a 120. Brunetti, incaricato di assumere il “comando di piazza” di Belluno, lasciò la “Gramsci” il 10 dicembre. 

Presto però alla sfiducia seguì una nuova ondata di vigore, e con gli uomini ritornati numerosissimi all’inizio del 1945 furono costituiti 15 battaglioni inquadrati in tre brigate, che a loro volta il 15 gennaio formarono il Gruppo brigate “A. Gramsci”.

Per i suoi meriti nella guerra di liberazione, nel 1947 Brunetti fu insignito della Medaglia d’argento al valor militare, mentre gli Stati Uniti gli conferirono la “Bronze star medal”, una delle poche (furono solo una cinquantina) concesse agli Italiani durante la II guerra mondiale.

Brunetti attribuiva il successo della guerriglia partigiana alla gente che non ha nome, specialmente le donne del popolo. Le più giovani tra le donne italiane che ricevettero la Medaglia d’oro al valor militare furono due contadine di Castel Tesino, staffette del battaglione “Gherlenda” (brigata Gramsci): Clorinda Menguzzato “Veglia”, diciannovenne, torturata e uccisa a Castel Tesino (Trento) il 10 ottobre 1944, e Ancilla Marighetto “Ora”, diciottenne, torturata e fucilata il 19 febbraio 1945 a Col del Toc - Passo Brocon (Trento).

Brunetti, completati nel dopoguerra gli studi d’ingegneria a Padova, in seguito si trasferì per lavoro in Lombardia. Fu Consigliere comunale a Saronno e presidente della sezione locale dell’ANPI.

Nel dopoguerra mantenne i contatti con Concetto Marchesi, fino alla morte di questi nel 1957. Per tutta la vita il “Comandante Bruno” insegnò ai giovani i valori della Costituzione, che era frutto della Resistenza “costata tantissimo sangue”. Lo ricordò anche il 26 maggio 2010, quando a 94 anni tornò a Padova per inaugurare, alla presenza di molti giovani, la lapide commemorativa della riunione che dette inizio alla Resistenza armata nel Veneto e per ricevere dal sindaco il sigillo della città. Morì a Saronno il 9 gennaio 2011.

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